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editoriale

L'editoriale

di Maurizio Belpietro

Che Bossi fosse cambiato e non fosse più il capo partito che minacciava Roma ladrona con i presunti 300 mila bergamaschi in armi, si era capito da un pezzo. L’incendiario del Palazzo ha lasciato il posto a un pompiere, che reclama sempre il federalismo e l’autonomia della Padania ma lo fa usando parole meno ustionanti.  Non so se il Senatur meno celodurista sia il risultato della malattia, come molti sostengono, la quale lo avrebbe intenerito e portato a vestire i panni del moderato. Personalmente tendo più a interpretare l’atteggiamento come una strategia adatta ai tempi e, soprattutto, agli equilibri del momento. Cosa intendo? Semplicemente che, per quanto lo si detesti e lo si ritenga un pericolo per l’Italia unita,  di Bossi non si può non riconoscere il fiuto politico. Sono pochi i leader che hanno la capacità di intercettare gli umori: in Italia si contano su una mano e avanza pure qualche dito. Il numero uno del Carroccio non solo ha il polso della propria gente, ma è pure capace di volgere a suo favore le circostanze. E, con lo scontro tra Fini e Berlusconi,  ha capito che il suo ruolo poteva diventare ancor  più importante e decisivo se, anziché fare la faccia feroce contro il presidente della Camera per le tesi antileghiste che questi propugna, si fosse messo a fare il mediatore tra fondatore e cofondatore del PdL.Fino a poco tempo fa nessuno probabilmente avrebbe scommesso...
[continua]

18/06/2010

 
 

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