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L'editorialedi Maurizio BelpietroNicola Cosentino non è né il primo né sarà l’ultimo sottosegretario costretto a lasciare. Anni fa, regnante Prodi, ne ricordo uno che fu rimosso a cannonate, perché era asserragliato nel suo ufficio e non intendeva in alcun modo togliere il disturbo. Un disagio che, essendo l’uomo accusato di frequentazioni mafiose, era piuttosto forte, soprattutto per un governo come quello del professor Mortadella, il quale della lotta alle cosche si è sempre riempito la bocca, pur svuotando le galere con le amnistie. Il sottosegretario più inamovibile della storia si chiamava Angelo Giorgianni. Era un magistrato che, negli anni dopo Mani pulite, a Messina si era guadagnato il soprannome di “Di Pietro del Sud” per aver indagato 130 politici e perché aveva una scorta più imponente di quella del presidente degli Stati Uniti. Avendo messo le manette a mezza classe politica siciliana, fu premiato con un posto al Viminale, vice dell’allora ministro degli Interni Giorgio Napolitano. Quando lo accusarono di fare gite in barca con un boss e di aver inspiegabilmente dimenticato nel cassetto alcune inchieste, volarono gli stracci e fu necessario l’intervento del presidente del Consiglio per liberare l’ufficio.Ho raccontato la storia del viceministro che non se ne voleva andare per far capire che i sottosegretari passano, i governi restano: morto uno, se ne fa un altro. La storia di...
[continua]
15/07/2010 |