di Cristiana Lodi - Cesare dal Maso, l’avvocato che ha difeso il serial killer di Terrazzo durante tutti i processi, lo sa bene: «Può sembrare strano a tutti ed è comprensibile, ma Gianfranco Stevanin è sempre stato credente. Ha ricevuto una educazione cristiana, ha studiato negli istituti salesiani. Dopo l’arresto, il 16 novembre 1994, è diventato anche praticante assiduo. Questo suo desiderio di vestire l’abito del frate e andare in convento, adesso non mi stupisce. Anzi, Stevanin aveva manifestato lo stesso pensiero quand’era rinchiuso nel carcere di Sulmona (l’Aquila), nel 2004».
Ora però il cammino di fede è cominciato, un francescano lo incontra regolarmente in cella allo scopo di valutare la sincerità della sua aspirazione religiosa: fare parte del Primo ordine dei frati, vestire il saio ed entrare in convento. Una volontà che fa a pugni con la realtà della condanna inflitta: ergastolo. Cioè carcere a vita, che però per Gianfranco Stevanin, come per qualsiasi altro detenuto, può essere (per legge) mitigato dalla riduzione della pena: la cosiddetta libertà anticipata, già in parte ottenuta dal pluriassassino con una ordinanza pronunciata nel 2004 dalla Tribunale di Sulmona. Il serial killer della Bassa Veronese, oggi, sarebbe già nelle condizioni di poter ottenere permessi di libera uscita. Qualora si decidesse a chiederlo, sarebbe l’équipe degli educatori di Opera e il magistrato di Sorveglianza a dover esaminare l’istanza e decidere se acconsentire. Elemento imprescindibile da una eventuale risposta affermativa, è la buona condotta. E Gianfranco Stevanin, in sedici anni di detenzione, si è comportato da carcerato modello. Mai creato problemi: si è adattato alle situazioni più ostili, obbedendo senza lamentarsi. Non solo, quando era internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino (perché una sentenza poi ribaltata lo aveva giudicato semi-infermo di mente), un marocchino tentò di sgozzarlo con la lama ottenuta da una scatoletta di tonno. Il pluriassassino era rimasto impassibile, non reagì alla provocazione e si salvò grazie all’intervento tempestivo di un infermerie. Nella prigione di Sulmona, invece, salvò il compagno di cella dal suicidio. Il magrebino si era infilato un sacchetto in testa, voleva soffocare. Proprio come il serial killer che lo ha soccorso faceva con le sue vittime, prima di farle e pezzi.
Adesso invece c’è la conversione per il cosiddetto mostro di Terrazzo: la scintilla è scattata nel novembre scorso, quando è morta la madre Noemi Miola. Era la sola persona al suo fianco. Figlio unico e orfano di padre, Gianfranco Stevanin è stato abbandonato da tutti a causa della efferatezza e della gravità dei crimini commessi fin da quando era giovanissimo. Sei giovani donne assassinate durante pratiche di sesso estremo, fate a pezzi e sepolte nei campi di sua proprietà.
A parte il ministro di culto che lo va a trovare nel carcere di Opera, l’assassino seriale è oggi sepolto e dimenticato in cella. «Anche la madre era una donna di fede, praticante assidua. E lo aveva educato alla preghiera» aggiunge Alessia Bonanno, la giovane avvocato che lo assisteva a Sulmona e gli fece ottenere la libertà anticipata. «È difficile comprendere e accettare che una persona come Stevanin, condannata per crimini feroci, incapace di pentimento dato che ripete di non ricordare le atrocità commesse, possa pensare a Dio. Eppure sono convinta che la sua vocazione sia vera e sentita. Un sentimento che probabilmente ha elaborato ed esternato attraverso la stretta vicinanza dei frati che incontra in carcere a Milano».