La missione italiana comincia adesso
L'Italia deve sgomitare per difendere investimenti, interessi petroliferi e per partecipare alla ricostruzione
20/10/2011
L'Italia, anche per il suo passato coloniale, è da sempre il primo partner commerciale della Libia. Ignazio La Russa, mentre il sangue di Gheddafi si raffreddava, ha spiegato: "Il passato è cancellato". Ma se il passato è cancellato la guerra è appena iniziata. Per capirsi serve qualche cifra. Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate - dieci volte l'Egitto - il Paese è la più grande economia petrolifera del continente africano, più 'pesante' di Nigeria e Algeria (un altro paragone: gli Stati Uniti hanno riserve per 20,6 miliardi di barili, meno della metà della Libia). E da quel tesoro energetico l'Italia prende il 24% del suo fabbisogno: una fetta imprescindibile. Nel dettaglio, il Belpaese riceve un terzo del petrolio totale e una cifra che oscilla tra il 10 e il 15% del gas. Interessi e importazioni da tutelare con forza dal neocolonialismo economico - in primis francese - che, segreto di Pulcinella, è stato il vero movente di questo conflitto (perché, per esempio, non c'è stato un'azione con altrettanta solerzia in Yemen, oppure prima ancora in Egitto?).
La missione italiana, dunque, è appena iniziata: altro che guerra finita. Sempre per quel che concerne gli interessi energetici è emblematico il caso Eni, il più importante player italiano nel Paese, che si era impegnata a investire (non certo a fondo perduto) 25 miliardi di dollari in Libia. Che sarà di questi investimenti, ora che il Cnt con tutta probabilità guiderà una difficilissima transizione in cui le potenze del Patto Atlantico spalleggeranno i ribelli per legarsi a doppio filo col tessuto economico del Paese? Questi investimenti vanno difesi e l'Italia, al pari degli altri Paesi Nato, dovrà sgomitare quantomeno per mantenere lo status acquisito. Una situazione intricata, difficile, cruciale poiché cade negli anni della grande crisi economica. Libero, per tutti questi motivi, era sempre stato contrario a una guerra arbitraria e che con tutta probabilità non farà altro che penalizzarci. Senza l'appoggio del regime di Gheddafi toccherà rivedere i piani strategici per l'approvigionamento energetico, magari avvicinandoci sempre di più alla Russia di Putin (la cui affidabilità è tutta da verificare).
Gli interessi, però, non riguardano soltanto l'oro nero. Per esempio - uno pescato dal mazzo - la Libyian Investment Authority, l'autorità di investimenti economici della Libia (un organo che investe i soldi derivanti dal petrolio in Paesi terzi) possiede circa il due per cento di Finmeccanica, il fiore all'occhiello apprezzato in tutto il mondo della Difesa italiana. Finmeccanica in Libia ha diversi impianti, nei quali opera la joint venture tra Augusta Westland e Liatec. L'Italia, per farla breve, è presente in Libia anche con la sua finanza, è presente come nazione esportatrice di tecnologia e, almeno prima della caduta di Ghedddafi, era presente anche in veste di primo partner per lo sviluppo infrastrutturale della nazione nordafricana.
Entra qui in gioco il tanto vituperato trattato di Amicizia e Cooperazione firmato da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi il 30 agosto 2008. Si disse che fu un accordo con un terrorista, si disse che con quella firma si scendeva a patti col diavolo. Chiamatelo come volete, ma quel trattato era realpolitik bella e buona. L'intesa col Raìs è stato il fiore all'occhiello della politica estera del Cavaliere. Per il suo passato coloniale l'Italia si era impegnata a pagare 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione. Non si trattava di un assegno, sia chiaro, ma di una cornice di partenariato tra i due Paesi. Si trattava di commissioni per lo sviluppo del Paese. Si trattava di infrastrutture e di lavoro per i big della nostra industria, come Impregilo e, ancora, Finmeccanica. Il trattato, infine, impegnava la Libia a uno stretto controllo dell'immigrazione clandestina. Che cosa sarà, adesso, di tutto ciò? Che fine faranno gli interessi petroliferi e industriali? Altro che guerra finita. La battaglia per consolidarli o quantomeno difenderli, caduto Gheddafi, è iniziata ed ha assunto i crismi dell'ufficialità.
di Andrea Tempestini
10
la guerra contro gheddafi
22/10/2011 18:36
Postato da parigiocara@libero.it
ho sempre difeso il cavaliere, anche nelle situazioni più improponibili, attirandomi le ire e i lazzi di sinistri interlocutori, ma l' ho criticato aspramente quando è entrato in guerra contro la Libia. non doveva dare neppure le basi aeree né tantomeno mandare i soldati.. sarebbe stato più coerente con i rapporti intrattenuti fino a qualche mese prima... peraltro, ora vedremo gli stronzi francesi, la perfida albione e la vigliacca deuchland (che si è ritirata subito dalla guerra) presentare il conto. A noi rimangono le spese .... eh, berlusconi, che cazzata internazionale !!.....
9
Che statura il sign. Gheddafi
22/10/2011 13:52
Postato da blues188
Altro che i nostri sordidi politici sempre pronti a girare dove va il vento... Insomma la Storia non si smentisce: abbiamo dei politici inetti e pavidi che piangono e questuano ciò che è loro. Massa di inetti e stupidi personaggi! Gheddafi è morto da eroe, rimanendo nella sua terra come aveva sempre dichiarato
8
Imahfu
21/10/2011 21:28
Postato da guidoboc@alice.it
Lei e' banale.


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