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Socci: arriva la guerra atomica e noi parliamo del Trota

Israele è pronto ad attaccare l'Iran ma qua non ci si fa caso. Tutto fa ormai parte del senso di catastrofe che circonda il nostro mondo

Socci: arriva la guerra atomica e noi parliamo del Trota

Gli uomini non sopportano troppa realtà, diceva Thomas S. Eliot. In effetti siamo già così angosciati per lo spread, in ansia per la recessione, la disoccupazione, l’aumento delle tasse, il crollo dei consumi, il debito pubblico, la crisi dell’euro, il fantasma del default dell’Italia, che non ci siamo accorti - e non ci vogliamo accorgere - di un pericolo ancora più mostruoso che incombe sulle nostre teste: un conflitto nucleare in Medio Oriente fra Iran e Israele. Con tutto quel che ne seguirebbe.  Proprio in questo fine  settimana riprendono a Istanbul le trattative fra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (con l’aggiunta della Germania) sul “potenziale nucleare” del regime degli ayatollah. La crisi siriana – paradossalmente – ha rafforzato la posizione iraniana, quindi ha accresciuto i pericoli. Tanto che – come scriveva ieri Arrigo Levi sul Corriere della sera – «il mondo intero si sta ponendo con grande senso di urgenza questi interrogativi», cioè «quanto è probabile un attacco nucleare iraniano a Israele per “eliminare dalla faccia della terra” lo Stato ebraico» oppure se «dobbiamo aspettarci un attacco preventivo di Israele all’Iran». Non che in Italia non se ne parli. Del resto i media internazionali da mesi avvertono dell’avvicinarsi del botto e in Israele da tempo fanno continue esercitazioni – nei luoghi pubblici e nelle case – simulando l’eventualità di un attacco atomico.

Tutto si aggiusta... -- Ma noi - comprensibilmente - siamo così distratti dai nostri guai, così sopraffatti dalle nostre ansie presenti, che navighiamo a vista senza guardare cosa succede fuori dai confini. Un po’ per la nostra tradizionale lontananza dalle vicende internazionali, un po’ perché negli ultimi sessant’anni il mondo è stato diverse volte sospeso sul baratro nucleare e poi tutto si è sistemato all’ultimo momento.

Eppure, a causa della crisi economica in Italia e nel mondo, in un modo o nell’altro la paura di trovarci di fronte a un crollo, alla fine di un mondo (se non proprio alla fine del mondo), è dilagante, rappresenta veramente lo spirito dei tempi. La stessa “moda” delle (fasulle) profezie Maya ne è un sintomo.
Fa pensare anche, in questi giorni, l’insistente (esagerata) rievocazione, su giornali e tivù, della tragedia del Titanic. Credo che in altri momenti della nostra storia recente quell’evento così lontano nel tempo non avrebbe riscosso tanto interesse. Se oggi rievocare l’enorme transatlantico che si va a schiantare e sprofonda nell’oceano esercita sul nostro immaginario un tale potere ipnotico è proprio perché, dentro qualche zona oscura della nostra coscienza, noi temiamo che quei poveretti siamo noi, che proprio quella sia la raffigurazione del presente: una società opulenta che di colpo - dalla festa e dai piaceri del lusso - sprofonda nella tragedia più orribile.

È questa la cupa prospettiva che ci aspetta, appena superato il Duemila? Non lo so. Ma di certo questa sensazione della fine imminente, che curiosamente ci fu anche mille anni fa (la psicosi della fine del mondo infatti non dilagò alla vigilia dell’anno Mille, ma subito dopo), non è basata su fobie irrazionali, ma affonda le sue radici sull’analisi razionale della situazione. Per quanto tendiamo a dimenticarlo il mondo – oltre ad essere investito da una crisi economica senza precedenti – è seduto su un’autentica polveriera, capace di distruggere l’umanità una decina di volte. E sappiamo che ci sono anche regimi e forze capaci di accendere micce o di scatenare scontri incontrollabili… Uno dei rischi d’altronde è pure l’uso di ordigni nucleari da parte del terrorismo internazionale. La situazione è così grave che anche dal pulpito più nobile, qual è la Cattedra di Pietro, da anni lanciano l’allarme. Sia il papa attuale che il predecessore hanno avvertito l’umanità.

Benedetto XVI, da attentissimo interprete dei segni dei tempi, ha anche esplicitamente espresso il suo timore di una “fine”. Lo ha fatto parlando al corpo diplomatico alcuni mesi fa con una frasetta che è passata inosservata, ma che pesa come un macigno, soprattutto considerata l’autorevolezza e l’abituale pacatezza di chi l’ha pronunciata. Il Papa ha detto: «Il nostro futuro e il destino del nostro pianeta sono in pericolo». Parole testuali pronunciate pochi mesi fa. E il successivo 13 maggio, a Fatima, durante l’omelia ha esplicitato questo drammatico scenario: «L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce a interromperlo…». Quando poi gli sono stati riproposti questi pensieri dal giornalista Peter Seewald, nel recente libro intervista “Luce del mondo”, il Santo Padre ha aggiunto: «Senza dubbio ci sono dei segni che ci spaventano e che inquietano». Ha inquadrato infatti le minacce belliche nella generale crisi morale ed esistenziale del mondo.

I nuovi monaci - Di fronte a una voce così autorevole che paventa esiti apocalittici della storia mondiale bisogna riflettere seriamente. Bisogna pensare a un cambiamento personale e collettivo. Il Papa accenna infatti anche a «segni che danno speranza». Ma oggi la stessa percezione della catastrofe rischia di essere paralizzante e di moltiplicare gli effetti negativi. Lo vediamo nell’avvitamento su se stessa delle crisi economica, anche italiana, dove le misure anticrisi producono esse stesse nuova crisi e non si vede chi riesca a invertire la rotta e innescare un circolo virtuoso di crescita.

Le rovine hanno un potere ipnotico, come documenta la poesia di Rutilio Namaziano di fronte al crollo e la devastazione del millenario impero romano. Allora furono i monaci che sulle rovine ricominciarono a costruire, salvando la grande civiltà che si stava perdendo. Avendo gli occhi e il cuore alla Città di Dio, seppero ricostruire la città degli uomini. Ci vuole un nuovo san Benedetto. Ci vogliono nuovi monaci. Tanto più necessari se dovesse scoppiare il grande botto e se le rovine fossero anche materiali, oltreché economiche, morali e spirituali.

di Antonio Socci

www.antoniosocci.com

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Commenti all'articolo

  • franziscus

    16 April 2012 - 12:12

    non permetterà che dei malvagi ispirati da satana lo distruggano, quindi interverrà Lui a neutralizzare questi malvagi. Il tempo è ormai vicinissimo, bisogna convertirsi !

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  • agosman

    16 April 2012 - 12:12

    Ha detto bene Socci. Il senso della catastrofe ormai ci pervade. Pervade tutti tranne i nostri politici i quali continuano imperterriti con il loro comportamento a determinare la catastrofe che giorno dopo giorno si avvicina sempre più sull’Italia e che presto ci travolgerà. Se anche di per sé stessa la crisi economica, morale e istituzionale italiana non fosse da sola capace di determinare eventi interni sanguinosi, in un contesto internazionale gravemente deteriorato e in presenza di un evento critico come è una guerra ad altissimo rischio atomico lo sarebbe di sicuro, dato che ogni sentimento negativo e ogni emozione verrebbero moltiplicati per mille. Se provasse a sentire che aria tira tra la gente avrebbe la percezione che il pessimismo e la paura sono le sensazioni più comuni. La grande maggioranza ha paura che trascinandosi così le cose in Italia prima o poi scoppi una rivoluzione (che in cuor loro moltissimi riterrebbero giustificata ma che nessuno di loro in coscienza si augura). Di sicuro siamo alla vigilia di un cambiamento poiché non è possibile che una crisi epocale come questa non abbia conseguenze sul futuro. E’ sempre stato così nella storia ed è così in natura. Come l’ebollizione, (culmine di una “crisi” dovuta ad aumento della temperatura) determina il cambiamento di stato dell’acqua da liquido a vapore così da sempre al raggiungimento del culmine massimo di una crisi (sociale, diplomatica, economica) si è sempre verificato un cambiamento di stato sfociato in movimenti di liberazione, rivoluzioni, guerre, cambio di modelli economici. Così sarà anche stavolta. E’ un fatto inevitabile o immodificabile, come lo sono il passaggio ciclico di una cometa o i movimenti planetari. I singoli pensano ai propri interessi e al proprio arricchimento mentre gli stati pensano alla propria potenza militare, economica e industriale che possa determinare un dominio o una egemonia su altri Stati, ma nessuno fa nulla per evitarlo. E di fronte alla protervia di chi lo minaccia di farlo scomparire dalla carta geografica e mette in atto gli strumenti per farlo, Israele non ha altra alternativa. Quando sarà raggiunto il limite del non ritorno Israele farà ciò che è giusto per i propri interessi. Quell’evento segnerà per noi occidentali, europei e Italiani in particolare, l’inizio di un nuovo cambiamento di stato e per alcuni di una nuova Liberazione.

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  • biasini

    16 April 2012 - 08:08

    Una piccola nota a margine a quel che dice Socci: il Titanic non c'entra nulla con l'aria di fine impero che si respira. E' un rievocazione mediatica sull'onda di un film di successo per riempire spazi editoriali ma,mi creda Socci, non interessa a nessuno. Come non interessano veramente a nessuno le profezie Maya: stessa enfasi mediatica per un pò di panna montata giornalistica.

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  • Franx68

    15 April 2012 - 21:09

    Sacrosante parole,,,,!!!

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