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Il Bioplanet di Cesena

La fabbrica di coccinelle spazzine:
gli insetti al posto dei pesticidi

Ecco il primo caso di produzione all'ingrosso degli animaletti utili all'agricoltura: cancellano i prodotti chimici e salvano la salute a tavola

L'azienda Bioplanet spiega come le coccinelle, prima abituate a vivere sui frutti, ora rifuggano le piante a causa dell'uso eccessivo di pesticidi
La fabbrica di coccinelle spazzine:
gli insetti al posto dei pesticidi

di Francesco Bertolini

Siamo ai piedi delle colline romagnole, da dove si vede la riviera; ma qui, a Cesena, ci si sente in piena pianura, in una delle zone storicamente vocate all’agricoltura e all’allevamento. In realtà oggi, a  Cesena, di pesche e di fragole ce ne sono ancora poche; la sua posizione strategica l’ha trasformata in un polo logistico dove transita gran parte della frutta prodotta nel nostro paese.

Ma l’anima agricola di questo territorio non è sparita, è cambiata. Solo qui poteva nascere l’unica biofabbrica italiana; si chiama Bioplanet e produce insetti utili per la lotta integrata in agricoltura  in alternativa ai metodi di difesa fondati sulla chimica. L’idea è  nata nel 91, dietro la regia del grande Giorgio Celli, geniale uomo di scienza e grande amante della vita, come me lo descrivono coloro che hanno lavorato con lui e condiviso questa straordinaria avventura. Il regno animale era per Celli un regno fantastico, dove ogni essere vivente aveva il suo ruolo e la sua utilità. Nel giro di pochi anni (la reale discesa nel mercato è di dieci anni fa)  è divenuta una delle realtà più importanti a livello europeo nella produzione di insetti ed acari utili per la difesa biologica delle colture. 

In una catena alimentare che funziona, ogni insetto ha un suo predatore. Dalle zanzare agli afidi delle rose, alla cocciniglia degli agrumi. Insetti che negli ecosistemi modificati dall’uomo, come i campi a monocoltura o le aree urbane, proliferano proprio perché questa catena si è rotta e si è perso qualche anello. Non c’è più cioè il loro predatore. In agricoltura convenzionale, la strada che spesso si sceglie per combatterli è l’uso dei pesticidi. Ma perché, invece di spargere sostanze chimiche di sintesi su frutta e verdura  non si prova a ricomporre quella catena? È questa filosofia che sta alla base di Bioplanet. Paolo Petracci, il direttore commerciale, mi racconta un episodio importante per capire l’azienda, il suo mercato e le prospettive.

Pochi anni fa  i peperoni spagnoli della regione di Almeria si trovarono improvvisamente fuori mercato. Il loro sbocco principale, quasi esclusivo, e cioè il mercato tedesco, non li ritirava più; i residui di pesticidi rilevati erano ritenuti troppo alti da quel mercato, sempre più attento alla qualità ambientale del cibo e dove il biologico è ormai un segmento enorme e sempre in crescita. Gli spagnoli a quel punto erano disperati; il mercato tedesco dei peperoni rappresentava un fatturato di 20 milioni di euro per la zona di Almeria e ogni prodotto chimico «leggero era ormai incapace di combattere gli insetti che pregiudicavano l’intero raccolto.

L’incontro con Bioplanet,  identificato l’insetto predatore, gli spagnoli  riuscirono a risolvere il problema,  riconquistando il ricco mercato tedesco. Il caso peperoni è probabilmente propedeutico a ciò che sta avvenendo in molti mercati. Bioplanet si sta muovendo in Marocco, in Turchia e in altri paesi a vocazione agricola; i mercati oltreoceano sono ancora complicati dal trasporto, in quanto gli insetti devono essere consegnati e liberati nel giro di 36 ore, altrimenti rischiano di morire e i viaggi lunghi hanno percentuali di contrattempi maggiori rispetto ai viaggi europei, ma Bioplanet si sta muovendo anche per affrontare sfide intercontinentali. I paesi produttori sono influenzati dalle richieste della domanda. I russi, perlomeno il segmento di super ricchi, chiede prodotti dell’ortofrutta non trattati, e anche nel nostro paese in crisi  le vendite dei prodotti biologici sono cresciute anche nei primi mesi del 2012. Gli insetti vengono usati anche per la floricoltura; in questo caso anche se i prodotti non hanno uno scopo alimentare, i prodotti chimici non funzionano più, gli insetti ormai si sono assuefatti ai veleni; bisogna tornare al ciclo naturale. 

Entrare nelle serre di Bioplanet è come entrare in un regno sconosciuto; lunghe file di fagioli aspettano di essere attaccate dai loro nemici, che una volta padroni del campo, saranno a loro volta invasi dai loro predatori, in una guerra che in natura trova sempre un suo equilibrio, equilibrio che l’uomo ha profondamente alterato.

I predatori a quel punto trovano cibo in abbondanza e si moltiplicano, fino a essere raccolti, impacchettati e inviati in aziende agricole per essere liberati e tornare a fare il loro lavoro. Non sono solo insetti predatori i prodotti di questa azienda; un mondo a parte sono gli impollinatori, come i bombi, questa specie di calabrone che aumenta la produttività delle piante da frutta. Un mondo che abbiamo rimosso, ma quando si parla di ambiente bisognerebbe ricordare alcuni numeri; una recente ricerca dell’Ue ha stimato in 22 miliardi di euro il valore delle api in termini di servizi di impollinazione che rendono alla agricoltura. Questo valore andrebbe considerato quando si parla di biodiversità, un concetto che ai più sfugge. I Bombi in Bioplanet rappresentano il 30% del fatturato, un fatturato che, in un’epoca di crisi mostra come ci si possa inventare  un business redditizio, ad alto contenuto di ricerca, con grandi prospettive di crescita e che va nella direzione, reale, dello sviluppo sostenibile. Il resto del fatturato è composto da insetti predatori, alcuni minuscoli e voraci, altri eleganti come le coccinelle. Le coccinelle sono un simbolo di buona fortuna; oggi molte coccinelle fuggono dai frutti che arrivano sulle nostre tavole, e questo dovrebbe farci riflettere. Il caso di Bioplanet ci indica come sia possibile investire, con redditività,  su ricerca e innovazione per migliorare la qualità del nostro vivere; un esempio da promuovere.

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