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Le sopravvissute all'attentato di Brindisi

Sabrina, uccisa e rinata in un mese
"Ma ora a scuola non ci vado più"

E' tornata a casa, ma i genitori sono in ansia per la loro figlia: "La Regione ci ha già dimenticati"

L'inziativa di Libero: il conto corrente per aiutare le ragazze sfregiate nell'attacco alla scuola Morvillo-Falcone
Sabrina, uccisa e rinata in un mese
"Ma ora a scuola non ci vado più"

 

Sabrina è a casa. Dopo quaranta giorni di ospedale, prima in isolamento poi in reparto, è nella sua casa. Piano terra e primo piano, il tetto piatto, come tutte a Mesagne. Seduta al tavolo della cucina, la mamma Doriana alla sua destra, tiene la testa rasata sempre china. Quando la solleva, si vedono gli occhi turchesi. Spaventati. Il braccio destro è tutto una benda, a coprire la pelle ricostruita. Sul collo, sulle cosce, sulla pancia i segni di ustioni e ferite. «Le hanno fatto 150 punti di sutura», dice la mamma. E nei prossimi mesi dovrà essere operata al timpano destro, sfondato dal boato della bomba. Anche il sinistro ha avuto danni. Da oggi, le dice la cronista per parlare d’altro, si ricomincia. Sabrina fa sì con la testa. «Anche se ho un po’ paura». Di cosa? «Che rimangono le cicatrici. E ho paura a restare da sola». Come tutte le ragazze rimaste ferite nell’esplosione. Sabrina non vuole essere lasciata sola mai. Neanche in camera sua. Se i genitori devono uscire, bisogna che qualcuno rimanga con lei. La mamma, piena come le Madonne rinascimentali, caschetto biondo e sorriso aperto, la sgrida bonariamente: «Non vuole che ci allontaniamo un attimo...». Di andare fuori, per ora, non se ne parla. Fuori è dove è successo tutto. È l’incrocio tra via Aldo Moro e via Galanti, dove c’è la scuola Morvillo-Falcone. Racconta che quel giorno, era sabato, poteva non andare a scuola. Spesso il sabato lo salti. Non si dovrebbe, ma si fa. Invece quel giorno è andata. E poteva non trovarsi in quel punto. Perché di solito, quando scende dalla corriera, si ferma sul muretto con le amiche ad aspettare l’ora per entrare. Invece quel giorno non ha aspettato. È andata dietro a Melissa, Azzurra, Selena. Un passo dietro. Ma è bastato. 

«FARO' L'INFERMIERA»
Sabrina ha diciassette anni. Vuole fare l’infermiera. Già prima lo voleva. E il tempo in ospedale l’ha convinta ancora di più. «Adesso che ho vissuto su di me, posso capire meglio chi sta lì». Il problema è che dovrà tornare a scuola. E non vuole. «Mi preoccupa l’idea di tornare lì», dice con un filo di voce, la testa sempre giù. L’altra sera, la prima a casa, sono venuti i suoi compagni di classe a farle festa. Mostra il cuscino a forma di cuore che le hanno regalato. Con ricamati sopra dei delfini. «Sono i miei animali preferiti». Intanto il papà porta una lettera che la figlia gli ha scritto, mentre era in rianimazione. Dove gli dice di farsi coraggio, lei è forte. «Quello che è successo», dice Sabrina, semplice e seria, «mi ha insegnato che devi andare sempre avanti». Dopo una cosa così, le dico, puoi affrontare tutto. «È vero», fa lei, sorridendo di questa scoperta. Ma è una lezione che aveva già imparato in casa. Una decina di anni fa hanno diagnosticato al padre una grave forma di epilessia. Invalidità all’85%. Ha dovuto lasciare il lavoro di barista. «Per fortuna coi risparmi ci eravamo presi questa casa». Soggiorno, cucina e bagno. E due camere da letto. Una per i genitori, l’altra per i figli: Sabrina, poi Denise, tredici anni, e Giuseppe, otto. La moglie non lavora. Si sono sposati a diciassette anni, l’età che ora ha la maggiore. Quasi a scusarsi di avere questa piccola casa, Marcello dice: «Non lo sa nessuno i sacrifici che abbiamo fatto». 

E ora? L’assillo del capofamiglia è il futuro. «I primi giorni tutti ci dicevano: “Non preoccupatevi, saremo con voi”. Hanno fatto promesse, hanno detto parole. Ma adesso?». Adesso c’è da accompagnare nelle cure questa figlia. Che ha il volto di un cherubino e le piaghe dei martiri. Continua Marcello: «Lo Stato non ci ha dato nulla. Le persone umili, quelle sì. I nostri vicini, per esempio, ogni tanto ci portano un pacco di pasta, cose così. Ma dovremo affrontare spese economiche grosse. Come facciamo? Ogni due giorni dobbiamo portarla a Brindisi per la medicazione. Dobbiamo cercare una clinica per la ricostruzione del timpano. Dicono che ce n’è una a Bari». Mostra dei guanti bianchi che ha comprato. Perché Sabrina, per vari mesi, non potrà esporre nessuna parte del corpo al sole. Nemmeno lavarsi con l’acqua. «Solo questi costano 35 euro». Per fortuna il commerciante glieli ha regalati. Ma non si può sperare sempre nella generosità altrui. La mamma fa vedere una crema comprata l’altro giorno: «Questa, 100 ml, costa 58 euro». E nei 35 giorni durante i quali Sabrina è stata in ospedale, dice Marcello vincendo il pudore, si sono spesi 350 euro in benzina. L’avvocato che segue loro e le altre ragazze, Mauro Resta, racconta che hanno proposto al comune di Mesagne l’esenzione del ticket per il periodo delle cure. «Ma non abbiamo avuto nessuna risposta». Il Comune  aveva promesso 10mila euro. Alla fine ne ha dati 5mila. Mille per ogni famiglia. La Regione Puglia doveva stanziare 200mila euro. «Ma non se ne sa niente». 

E poi ci sono gli altri figli. «Denise», racconta il padre, «ha finito la terza media e adesso andrà alle superiori, bisognerà farle l’abbonamento per la corriera. Giuseppe va alle elementari e bisogna comprargli i buoni-mensa. Noi non abbiamo mai chiesto niente a nessuno. Ma adesso non possiamo affrontare tutto questo da soli. Il calvario inizia adesso». 

PROMESSE DELLO STATO
Intanto Doriana, la mamma, si guarda Sabrina con tutta la tenerezza del mondo. Ha la sua bambina qui, è tutto. Il papà, però, prevede le difficoltà. Racconta di un concerto di beneficenza organizzato da alcuni ragazzi a Mesagne. Alla fine bisognava pagare 2.500 euro di Siae. «Abbiamo chiesto al Comune di pagarli. Ma hanno detto di  no». Risultato, i promotori del concerto dovranno prendere quei soldi dal ricavo dei biglietti. E per le famiglie rimarrà poco o niente. Sabrina si tocca il braccio destro, lesionato dalle ustioni. Come per prendere confidenza. Dice che quando sta meglio vuole andare a Porto Rotondo, da Padre Pio. L’ha sognato, quando stava male. Suonano il campanello. Arrivano zie, amiche della madre. Non si capisce chi sia parente, chi no. Sabrina è figlia di tutti, in una terra dove le famiglie sono ancora circondate da legami di sangue e non. Si ride, si parla del miracolo che lei è viva. La sorella, Denise, fa vedere su Facebook le foto di come era prima. Ha lunghi capelli, lisci e castani. Ha il volto più pieno. Sembra una donna fatta. Non c’entra niente con questo scricciolo dai capelli a spazzola. Ora la figlia grande sembra Denise, che ne ha quattro di meno. Tutto si è capovolto. Come l’inizio di tutto: una bomba contro bambine. Marcello non se ne dà pace: «Fosse successo un incidente sul pullman, lo metti in conto. Ma questo, no. È una cosa senza ragione, gratis». Scuote la testa, gli occhi si fanno di lacrime. Se non ci fossero le foto da guardare, ora non si saprebbe più cosa dire.

di Elisa Calessi

 

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