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La finta Marilyn con le tette fasulle

La Williams ci ridà una commovente Monroe, ma per trasformarla nella star l'hanno maggiorata

Michelle Williams

Michelle Williams

 

LA TRAMA - 1956. Marilyn Monroe arriva a Londra. Scopo: girare il film Il principe e la ballerina col nume del teatro scespiriano Laurence Olivier. È l’attrice più famosa del mondo (diciamo pure la donna). Ma la meno felice. Nonostante la felicità (e l’aria svampita da «Bye bye baby») che ostenta in pubblico. In effetti qualche motivo di tristezza ce l’ha. A soli 30 anni è già schiava delle “bambole” (leggi psicofarmaci). Nonostante sia al top della fama e della carriera, è tormentata da un panico ormai cronico ogni volta che mette piede su un set. A volte sul set non ci va. Se ci va arriva con ore di ritardo. E in nessuna circostanza può fare a meno della sua insegnante di recitazione (la mitica Paula Strasberg) che  deve sostenerla anche quando deve dire buongiorno o buonasera. È delusa, delusissima dei suoi rapporti con gli uomini. Non ce n’è stato uno, dico uno che non l’abbia sfruttata anzi vampirizzata. È sposata da pochi mesi col famoso drammaturgo Arthur Miller. Bene, Marilyn s’accorge presto che Arthur non l’ha accompagnata in Inghilterra per fare il principe consorte, ma che sfruttando la fama di lei, ha fatto allestire a Londra un suo dramma che Broadway gli ha rifiutato. A Olivier Marilyn s’è accostata con venerazione, ma solo per accorgersi che è lei a servire lui e non viceversa. «Il principe e la ballerina» è una storia di andamento operettistico che con l’attrice  dell’edizione teatrale (una Vivien Leigh al tramonto) potrebbe avere solo un modico successo. Ma con Marilyn in cima al manifesto il best seller è sicuro. Punto grato, sir Laurence tratta la Monroe come fosse una filodrammatica. Negli intervalli di lavorazione, la ignora ostentatamente mentre tratta con venerazione l’attrice che fa la madre nobile, la signora del teatro dame Sybil Thorndyke.  Con tanta gente antipatica attorno, Marilyn (sempre in cerca di rassicurazioni) rischia di andare a pezzi, di crollare prima della fine del film. Così decidono di darle a mo’ di “dama di compagnia” il terzo assistente di Olivier, uno studente “cinephile” di nome  Colin Clark, messo lì  per insistenze di Vivien Leigh (a sorvegliare che il marito Laurence non prendesse sbandate con la diva). Per una settimana Colin fa lo shopping  con Marilyn, la porta in giro per Londra, le fa (ovviamente) da muro del pianto. Si innamora, forse ci va a letto (il film propende per il sì, ma nei suoi ricordi Clark è stato più laconico, e probabilmente non per discrezione di gentleman). Bene. Missione compiuta. Grazie a Colin Marilyn torna sul set in condizioni (mentali) decenti. Il film può essere terminato. La Monroe torna in Usa. Tanti saluti a sir Laurence e a non più rivederci. Una postilla. Anche Clark vampirizzò Marilyn. Negli anni seguenti girò parecchi documentari, ma alla storia è passato solo per i 7 giorni con la diva.

PIACERÀ - Per tre motivi: Michelle Williams, Kenneth Branagh e le scene di set. La Williams aveva un compito immane. Rifare Marilyn ma senza cadere nella caricatura. La diva a 50 anni dalla morte rimane il personaggio dello spettacolo più imitato, riprodotto e diciamo pure più vilipeso (l’immagine rimasta impressa è quella di un’oca sempre in calore). Michelle per la prima volta ne fa un essere umano, una donna piena di bellezza e di paure molto più degna di essere amata della cretina che si strusciava ai Kennedy. Non era facile (imitatrice  e imitata non si somigliano troppo, qualche curva aggiunta sa di gommapiuma). Branagh poi è grandioso come non era da almeno tre lustri. Il suo Olivier è inciso con impagabile (e molto voluta) cattiveria. Tanti ringraziamenti anche all’art director. Lo scenario e la vita degli studi Pinewood restituiscono la magia degli anni ’50, quando il cinema sembrava fatto in paradiso.

di Giorgio Carbone

 

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