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La danza che uccide

Mary Garret fa causa alla Scala
"Anoressia? Tutto vero"

Parla la ballerina licenziata dal teatro per il suo libro-denuncia

Il 29 agosto è fissata la l'udienza alla sezione lavoro del tribunale di Milano. "Solo in Italia ha destato scandalo sentire una danzatrice parlare dettagliatamente di questo problema"
Mary Garret fa causa alla Scala
"Anoressia? Tutto vero"

di Alessandra Menzani

Ha scritto un libro, La Verità, vi prego, sulla danza. Ha rilasciato una serie di interviste, prima tra tutte quella al britannico Observer, in cui ha svelato che «una ballerina su cinque soffre di anoressia».  Sembra un po’ la storia di Natalie Portman nel film Il Cigno Nero, solo che Mariafrancesca Garritano, in arte Mary Garret è una persona in carne ed ossa (per un periodo poco della prima) e per aver raccontato i lati oscuri della danza è stata licenziata dal Teatro La Scala di Milano lo scorso febbraio. Motivazione: «Danno d’immagine». Dopo la sua denuncia da una parte alcune colleghe hanno negato che le ballerine vengano spinte a perdere peso, dall’altra sono emerse testimonianze raccapriccianti, soprattutto in un paio di servizi delle Iene di Italia 1: ragazze che dimagrivano tanto da perdere il ciclo per anni e avere altri pesanti disturbi. Sta di fatto che la Garritano, 33 anni, dopo mesi di silenzio, chiede al tribunale l’immediato reintegro alla Scala. 

Perché ha scelto ora di ricorrere contro la decisione della Scala?

«In realtà io ho impugnato il licenziamento dopo aver ricevuto la comunicazione ufficiale da parte del Teatro. Ho dato mandato ai miei avvocati di occuparsi di tutto e sicuramente i tempi tecnici per preparare la causa sono stati determinanti. Inoltre sono stata presa anche dall’attenzione creata dalle interrogazioni al Parlamento e al Senato, oltre che al parlamento Europeo.  Il 29 agosto è stata fissata l’udienza alla sezione lavoro del tribunale di Milano. In quella data probabilmente saprò quali saranno le altre tappe».

Come si spiega la decisione di cacciarti?

«Sinceramente ancora oggi non ho trovato la risposta a questa domanda. È stato un grande dispiacere. È difficile parlarne al momento, ho dedicato metà della mia vita a quel Teatro e sto ancora metabolizzando l’accaduto». 

Qual era il suo ruolo prima del licenziamento?

«Solista nel corpo di ballo. Ero felice di lavorare alla Scala». 

Perché ha scritto il libro sull’anoressia nel mondo delle ballerine?

«Nel mio libro, e anche successivamente, non ho mai usato la parola anoressia, limitandomi ad una denuncia. Ho sempre esposto il mio pensiero riguardo l’ossessione per la forma fisica e la presenza dei disturbi alimentari, tra cui l’anoressia. Le mie affermazioni confermavano solo un’esperienza vissuta che purtroppo è comune a tante danzatrici nel mondo ed è motivo di ricerche e dibattiti da molti anni, infatti documentandosi si scopre che io non ho detto nulla di nuovo. Solo in Italia ha destato scandalo sentire una ballerina che ne parlasse dettagliatamente e questo dovrebbe far riflettere».

Come hanno reagito le sue colleghe  quando ha deciso di raccontare le verità più scomode?

«Le danzatrici del Teatro alla Scala, purtroppo è fatto di cronaca che ci sono state reazioni contrastanti. Nel resto del mondo e in Italia, fuorché alcuni personaggi in vista, ho avuto grande sostegno e ammirazione per aver parlato di un problema che è esistito e, purtroppo, esiste ancora oggi».

Come ha fatto a salvarsi dall’anoressia? 

«Io ho sofferto del disturbo alimentare dell’anoressia per un periodo di circa due anni. Non me ne resi conto perché tutto sembrava normale, poi col tempo capii che non era normale essere notevolmente sottopeso, non avere più il ciclo, digiunare in continuazione per l’ossessione di dover essere eccessivamente magra».

C’è stato un momento in cui ha avuto paura?

«Iniziai ad ammalarmi spesso e avevo numerosi infortuni. Questo significava non riuscire a ballare e la cosa mi preoccupò in tal senso. Oggi capisco che la paura più grande doveva essere quella di perdere il contatto con me stessa e di non tutelare la mia dignità di essere umano».

Trova che ci sia ancora molta omertà sull’argomento?

«Le reazioni che avete potuto vedere denotano una grande difficoltà ad affrontare un problema che, probabilmente, si conosce ancora poco e non si sa come gestire. Parlarne serve proprio a sensibilizzare e non far restare tabù una serie di patologie che si alimentano del silenzio e della vergogna. In questi mesi ho studiato leggendo molto e partecipato a tanti convegni a cui mi invitavano, ed ho scoperto tante cose che non conoscevo. La strada da fare è lunga».

Come immagina il suo futuro nella danza?

«Continuerò a danzare seguendo il mio destino. Entrai in una scuola di danza per gioco a 3 anni e verso gli 11 capii che avrei fatto la ballerina. Ancora oggi studio e danzo dove mi invitano e se tornerò in Teatro continuerò a donare la mia professionalità e la mia arte come ho sempre fatto con grande responsabilità». 

E se non dovesse vincere la causa, come immagina la sua vita?

«Non ci ho mai pensato, anche se ho sempre saputo che non si può ballare per sempre. La nostra arte ci impone dei tempi ed è giusto che sia così. La danza è molto più di semplice movimento su un palco e resta sempre parte di noi perché si evolve con noi».

 Cos’è oggi la danza per lei?

«Un mezzo per diventare una persona migliore».

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