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La dominatrice

Serena Williams non ha avversarie
Così ora la sfidano gli uomini

Quarto trionfo per l'americana agli Us Open, a 13 anni dal primo titolo. I maschi la stuzzicano: "Qualsiasi professionista la prenderebbe a pallate"

Serena Williams

L'esultanza di Serena Williams

 

di Miska Ruggeri

In attesa della finale maschile tra Djokovic e Murray, andata in scena nella notte italiana, che dovrà dire molto sui campioni quasi gemelli del maggio 1987, se il serbo è tornato quello quasi ingiocabile dell’anno di grazia 2011 e se l’olimpionico scozzese ha finalmente superato il tabù Slam, il torneo femminile ha incoronato, dopo oltre due ore e un quarto di spettacolo ed emozioni (6-2 2-6 7-5 in rimonta alla bielorussa Azarenka), Serena Williams, al quarto titolo sul cemento di Flushing Meadows (il primo risale al lontano 1999). 

Archiviati i problemi fisici, due operazioni al piede e un’embolia polmonare, la più giovane delle sorelle Williams, arrivata a 30 anni, ricomincia a dettare legge (dopo il Roland Garros ha perso appena un match e trionfato a Wimbledon e alle Olimpiadi), portandosi a solo tre Slam dai miti Evert e Navratilova. Tanto che tutte le avversarie le si inchinano. Compresa la numero uno Azarenka: «Secondo me è la migliore giocatrice di tutti i tempi, è di un altro livello». 

Opinioni su cui si può anche discutere, in realtà sono le attuali rivali a essere scarse, ma di certo non potrebbe mai vincere, come pure qualcuno osa sostenere («Ha un’intensità e una capacità di giocare dentro al campo che nemmeno gli uomini hanno», ha dichiarato una Errani ancora rintronata dalla batosta), un torneo maschile, neppure quelli da 10mila dollari. Serena serve a 200 km/h, vero, più forte di alcuni top 100 (Volandri, giusto per fare un nome, se lo sogna...), ma la differenza nel resto del gioco, tecnica, variazioni, mobilità e resistenza, è abissale. 

Del resto i suoi abituali sparring partner, ragazzotti di belle speranze ma nulla più, per sua stessa confessione la prendono sempre a pallate. Rischierebbe di perdere con un qualsiasi 2.4-2.3 italiano. E farebbe una figuraccia contro Andrea Arnaboldi, attuale numero 378 del mondo, che si candida alla sfida, sicuro di batterla: «All’interno di uno scambio c’è una differenza fisica e di ritmo troppo grande con un professionista maschio». 

Qui, poi, ci sarebbe da affrontare l’argomento premi, uguali per tutti, per le donne, che si sfidano in match due set su tre, e per gli uomini, che invece devono vedersela con le fatiche del tre su cinque (ed è davvero un altro sport), argomento delicato che ha dato adito a mille polemiche e che stavolta evitiamo in nome di un sano nazionalismo. Infatti, tra le tenniste “normali” l’applauso più grande degli Us Open va proprio alle sorelle d’Italia Errani e Vinci, bravissime in singolo (semifinale per Sarita, fermata solo da Serenona, e quarti per Robertina, forse troppo emozionata nel derby), tanto da scalare la classifica Wta fino, rispettivamente, al numero 7 e al numero 15, e imbattibili in doppio. Qui, prima coppia tutta azzurra della storia, sono davvero le numero uno del mondo, per il computer (da ieri) e per le sensazioni che danno, specie dopo aver dominato 6-4 6-2 le ceche Hradecka-Hlavackova. D’altronde, i numeri non mentono mai: Parigi e New York in bacheca, oltre ad altri sei tornei in stagione, tra cui Roma e Madrid, e la finale agli Australian Open; 52 vittorie e 8 sconfitte nel 2012, con le sole amarezze sulla poco congeniale (soprattutto alla Errani) erba dei due Wimbledon. Roba da ballare la «Chichi Dance» per giorni, fino ai Masters di fine anno (a Istanbul per entrambe e a Sofia per la tarantina) che le vedranno quasi sicure protagoniste, e da festeggiare alla grande. Visto anche che i soldi non mancano: finora la Errani (quinta nella classifica stagionale dei guadagni) ha incassato 2.781.586 dollari (1.899.773 in singolare, 879.743 in doppio e 2.070 nel misto), mentre la Vinci (ottava) ne ha intascati  1.595.151 (690.736 in singolare, 882.368 in doppio e 22.047 nel misto).

 

 

 

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