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Salvateci dal pronto soccorso

Mattias Mainiero risponde a Gigliola Paolini

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Salvateci dal pronto soccorso

Gentile Mainiero, mi ha molto scossa la notizia della signora lasciata per quattro giorni in una lettiga al pronto soccorso del Policlinico Umberto I di Roma. Mi chiedo: se ad aver bisogno di cure fosse stato un Monti o un Passera, avrebbero trovato un posto letto in brevissimo tempo o sarebbero rimasti anche loro quattro giorni in lettiga? E’ ovvio che la risposta è no,  ma mi risponda, la prego, perché? Non dovremmo essere tutti uguali? Gentilmente, mi dia una risposta per cui io possa capire il perché di tutto questo.
Gigliola Paolini
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Perché i pronto soccorso degli ospedali italiani, naturalmente con qualche eccezione, fanno schifo, e perché a pagare lo schifo sono sempre i più deboli. E non è solo una questione di soldi che mancano o di organizzazione sballata, di ingolfamento, cattiva utilizzazione dei medici di base, pazienti che vanno in ospedale (o sono costretti ad andarci) anche per un semplice graffio e  tutto ciò che normalmente si dice, si scrive e si spiega in dotti dibattiti che non concludono nulla. Questione, anche, di uomini, cioè di personale, ovvero di medici. Parlo con una certa cognizione di causa. Il pronto soccorso è lo specchio di un sistema Paese, prima ancora che un sistema sanitario, che non funziona. E lì, al Dea (Dipartimento di Emergenza e di Accettazione, come lo chiamano oggi), che il medico deve decidere se si tratta di infarto o di un semplice dolore intercostale, di peritonite o di un banale mal di pancia. E deve farlo guardando il malato, se è il caso ascoltandolo, valutandone i sintomi. Lui, il paziente e nessun altro. E’ lì, in trincea, che si vede il vero medico. La radiografia, la Tac, la risonanza magnetica, l’ecografia, le analisi del sangue vengono dopo. Medico e malato faccia a faccia, senza l’ausilio di complesse tecnologie, senza supporti e schermi protettivi. Rapidamente. Ed è lì che il sistema frana vittima delle eccessive specializzazioni, dello spezzettamento della medicina in mille branche, dell’impreparazione, della burocratizzazione. E lì che frana l’Italia del posto fisso e garantito, dell’università scelta in base alle possibilità di guadagno e non in base alla passione, degli studi approssimativi, delle raccomandazioni, del tirare a campare. La carriera, innanzitutto. Poi anche il paziente. Le auguro una vita lunghissima e senza acciacchi, cara signora. E’ l’unica possibilità che abbiamo per salvarci dal pronto soccorso.
mattias.mainiero@liberoquotidiano.it

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Commenti all'articolo

  • LuigiFassone

    25 Febbraio 2012 - 01:01

    Quiando c'erano...le suore... CHAPEAU ! Verità tale mai fu più detta !

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  • ADM

    24 Febbraio 2012 - 17:05

    " Bianca come una pipa indiana/ rossa come una lobelia cardinalis/ favolosa come una luna a mezzogiorno/ quest'ora di febbraio " Buona serata. A.De Matthias

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  • ADM

    24 Febbraio 2012 - 15:03

    Sarà un caso, ma gli ospedali iniziarono a funzionare male, fatte salve sempre le eccezioni, quando sparirono le suore, elemento di controllo, un po' imponente, altre volte ingombrante, ma c'era pulizia, e non solo. Molte creavano intorno un "che" di spirituale e rassicurante, in un luogo, pardon "azienda", pur ospedaliera, dove si respira aria di sofferenza e di morte. Ricordo che il nome subito, mi fece orrore.E, che dire dei pazienti, diventati "clienti" ? Che con tutte le derivazioni di oggi, c'è da rabbrividire. Cliente, colui che compera la salute? O, come nell'antica Roma, colui che si metteva al servizio di un cittadino potente, o...per estensione, chi per interesse o altro,si pone al servizio di qualcuno? Ma i "pazienti" che fanno? Pretendono un servizio che comunque pagano, è per questo che si chiamano "clienti"?Appunto, pagano allo stato, che su questo lucra e sperpera alla grande." Vendendo"...troppo spesso oltraggio e malasanità alle persone ammalate. Grazie.A.De Matthias

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