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Cani, ecco come li abbiamo rovinati

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Il grado di civiltà, i comportamenti e i principi morali dei cani sono in larga misura subordinati a quelli del loro ancestrale maestro, l’uomo. Quest’animale, per tanti versi superiore, ha accettato una posizione d’inferiorità, condividendo la vita domestica e assecondando i capricci del suo tiranno. Ma il sovrano, come gli inglesi in India, mostra una bassa considerazione per il carattere del suo volenteroso assistito, gli riserva sguardi superficiali e lo condanna al ruolo di zimbello. Indolente è stato l’atteggiamento dei suoi ammiratori, che hanno speso pigre frasi d’elogio e hanno seppellito la povera anima sotto le esagerazioni. E ancor più indolente e, se possibile, più ottusa è stata l’attitudine mostrata dai suoi detrattori dichiarati; quelli che si dicono molto affezionati ai cani «ma che stiano al posto loro»; quelli che dicono «poverino, poveretto», e sono essi stessi ben più poveretti; quelli che affilano la lama del vivisezionista o scaldano il suo forno; quelli che non si vergognano di ammirare «l’istinto della creatura» e, varcando abbondantemente la soglia della follia, hanno persino osato resuscitare la teoria delle macchine animali. In quest’epoca di psicologia e scienza, «Istinto del cane» e «cane-automa» suonano come bizzarri anacronismi. Un automa sicuramente lo è; una macchina che funziona indipendentemente dal proprio controllo, il cuore come la ruota del mulino che governa tutto il movimento, e la coscienza come quella di una persona rinchiusa nella soffitta del mulino, che si gode il panorama dalla finestra e vibra al rombo delle pietre; un automa nell’angolo in cui è confinato uno spirito vivente: un automa come l’uomo. Quanto all’istinto, poi, di certo ne è in possesso. Ereditando le inclinazioni, ha ereditato le debolezze. Alcune cose egli le vede e le capisce subito, come se si fosse risvegliato da un sonno, come «nuvole trascinanti di gloria». Ma in lui, come anche nell’uomo, il campo dell’istinto è limitato; i suoi discorsi sono incomprensibili e casuali; e per gran parte della vita tanto il cane quanto il suo padrone muovono i propri passi sulla base di deduzioni e osservazioni.


La distinzione principale tra cane e uomo, oltre e forse ancora prima della diversa durata delle loro vite, è che uno può parlare e l’altro no. L’assenza del potere della parola limita il cane nello sviluppo del suo intelletto: gli impedisce di formulare molte congetture, perché le parole sono il principio della metafisica. Allo stesso tempo questo lo mette al riparo da tante superstizioni, e il suo silenzio gli è valso una reputazione più alta di quanto la sua condotta non giustifichi. I difetti dei cani sono tanti. È più vanitoso dell’uomo, straordinariamente avido di attenzioni, straordinariamente intollerante al dileggio, diffidente come i sordi, geloso sino alla follia e radicalmente sprovvisto di senso della verità.


La giornata di un cagnolino intelligente viene spesa nella produzione e nella laboriosa comunicazione della menzogna; egli mente con la coda, mente con gli occhi, mente protestando con la zampa; e quando sbatte la ciotola o gratta sulla porta, il suo proposito non è quello che sembra. Ma ha delle scusanti per questa sua cattiva abitudine. Molti dei segni che formano il suo gergo servono a sostenere un significato arbitrario, evidentemente compreso sia da se stesso sia dal suo padrone, ma quando insorge un nuovo desiderio deve inventare un nuovo mezzo di comunicazione oppure adeguarne uno vecchio a uno scopo diverso; e questa necessità, che ricorre frequentemente, deve tendere a smorzare la sua idea della sacralità dei simboli. Contemporaneamente, il cane ha la coscienza pulita e sa distinguere, con una finezza umana, tra verità formale e verità essenziale. È inoltre vanesio riguardo le sue sottintese devianze, la sua legittima abilità con i simboli; ma quando dice una bugia e viene preso in castagna, non c’è pelo del suo corpo che ammetta la colpa. Per un cane dall’animo signorile, il furto e la menzogna sono vizi deplorevoli. Il gentiluomo canino, così come l’umano, richiede per i suoi misfatti quel montaignano «je ne sais quoi de generaux». Egli non si vergogna mai nemmeno lontanamente di aver abbaiato o dato un morso; e per quelle colpe di cui si è macchiato perché spinto dal desiderio di farsi notare da una signora della sua razza, conserva, pure sotto costrizione fisica, una fetta d’orgoglio. Ma se si accorge di essere stato beccato a mentire, il pelo gli si liscia all’istante. (...).


È proprio questa mania della considerazione che ha tradito il cane relegandolo alla sua posizione satellite di amico dell’uomo. Il gatto, un animale di appetiti più schietti, preserva la sua indipendenza. Ma il cane, con un occhio sempre rivolto agli spettatori, è stato adulato fino alla schiavitù e spinto a forza di lodi e pacche a rinunciare alla sua natura. Una volta smesso di cacciare e diventato il leccapiatti dell’uomo, fu passato il Rubicone. Da allora in poi, si è trasformato in un agiato signore; e tranne per quei pochi esemplari che continuiamo a far lavorare, l’intera razza si è fatta sempre più leziosa, manierata e affettata. Il numero di cose che un piccolo cane fa per natura è eccezionalmente ridotto. Godendosi le migliori bevande e non essendo schiacciato dalle faccende pratiche, egli è di gran lunga più teatrale dell’uomo medio. Tutta la sua vita, se si tratta di un cane con qualche pretesa di galanteria, è uno spettacolo di vanità, è un serrato inseguimento dell’ammirazione. Portate il vostro cucciolo a fare una passeggiata e scoprirete quanto quel piccolo gomitolo di pelo sia goffo, stupido, smarrito, ma naturale. Lasciate trascorrere solo pochi mesi, e quando ripeterete la scena scoprirete come la natura venga sotterrata dalla consuetudine.

ROBERT LOUIS STEVENSON

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