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Confessioni equine

Intervista a Varenne: "Ho duemila figli ma non ho mai fatto l'amore"

22 Marzo 2017

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Intervista a Varenne: "Ho duemila figli ma non ho mai fatto l'amore"

 Varenne, basta il nome. Per emozionarsi, esaltarsi, inchinarsi di fronte a un cavallo straordinario - come forza, ma anche bellezza e intelligenza - il più grande trottatore mondiale di tutti i tempi.

Un mito, come Maradona nel calcio, Michael Jordan nel basket, Usain Bolt nell' atletica. Varenne - soprannominato Il Capitano - ha vinto tutto ciò che era possibile vincere (62 corse su 73 disputate), tra cui il Derby italiano di trotto (1998), il Prix d' Amèrique (2001 e 2002) e il Gran Premio Lotteria di Agnano (2000, 2001 e 2002). Non solo. Detiene anche un record unico nel settore ippico: è stato insignito del titolo di "Cavallo dell' anno" in tre differenti nazioni: in Italia (2000, 2001 e 2002), in Francia (2001 e 2002) e negli Stati Uniti (2001). Ora Varenne è in pensione da 15 anni nell' allevamento Il Grifone a Vigone (Torino), dove viene impiegato come stallone (tra i suoi figli già tanti campioni).

Lontano dai riflettori, l' ex fuoriclasse si sta godendo la vecchiaia dopo una vita fatta di viaggi e corse, successi ed emozioni. Una vita intensa, che ora ci raccontano le tre persone che più gli sono state vicine: Sandro Viani, che l' ha visto nascere, Giampaolo Minnucci, il driver con il quale ha corso negli anni d' oro, e Jacopo Brischetto, il proprietario dell' allevamento in cui vive. Lo raccontano loro, ma è come se si raccontasse lui.

Tonico, magro, rilassato, attento: Varenne è ancora in grande forma malgrado la pensione. Jacopo Brischetto, qual è il segreto?
«Si allena e mangia bene. È come quei vecchietti che vanno in palestra e stanno attenti all' alimentazione».

A maggio compirà 22 anni. Tanti, per un cavallo. A quanti equivalgono per noi umani?
«Di solita si moltiplica per tre. Diciamo che lui è tra i 65 e i 70».

Che porta benissimo.
«Sì, anche se osservandolo attentamente si capisce che non è più un ragazzino».

Da cosa?
«Le articolazioni si sono ingrossate. E poi guardi il muso: sotto la stella bianca, che ha sempre avuto, si inizia a vedere qualche pelo grigio».

Domanda forse un po' brutale, ma inevitabile: quanto potrà vivere ancora?
«La condizione fisica è ottima e non ha mai avuto problemi di salute. La speranza è che superi i 25 anni, magari arrivi a 30».

Da quanto tempo sta a Vigone?
«L' ultima gara l' ha corsa il 28 settembre 2002 a Montreal, in Canada. Il 2 ottobre è arrivato qui».

Perché proprio da voi?
«Enzo Giordano, il proprietario, non ha mai avuto un posto in cui tenerlo. Quando Varenne ha smesso di correre si è scatenata una competizione per ospitarlo e ottenere i diritti della sua monta a vita».

E siete stati scelti. Quanto avete speso?
«Tanto, ma preferisco non fare cifre».

Risponda almeno sì o no: circa due milioni di euro?
«Sì».

Da allora Il Capitano è sempre stato qui, a parte qualche mese in Svezia. Non avete avuto paura di un rapimento? Dieci giorni fa in Toscana hanno fatto sparire Unicka, considerata l' erede di Varenne.
«No, di giorno c' è sempre qualcuno in giro tra i recinti. Il suo box invece è sotto allarme, venga che glielo mostro. E comunque c' è una persona che sta con lui».

Scusi, c' è chi lo controlla tutta la notte?
«Certo. Vede? Lì dorme Varenne. Qui a destra invece, dietro il vetro, c' è la stanza del veterinario che lo veglia».

Jacopo, raccontiamo la giornata del campione in pensione.
«Varenne si sveglia presto, tra le 7.30 e le 8. Anna Crespo, la tata che si occupa di lui da 15 anni e della quale si fida ciecamente, gli dà da mangiare, lo pulisce e lo porta a fare un po' di jogging: 40 minuti alla corda in cui trotterella. Poi relax puro. Varenne va nel recinto personale di 50 metri per 50 e ci sta fino a quando si stufa».

Non si annoia a stare sempre solo?
«No perché è comunque a contatto visivo con altri cavalli e controlla la situazione. Quando è stanco fa capire alla tata che vuole rientrare nel box, avvicinandosi al cancello o cercandola con lo sguardo. Verso le 17 cena e poi si mette a dormire».

Gli bastano due pasti al giorno?
«Nel recinto può brucare l' erba e poi ha a sempre a disposizione un fieno speciale fatto apposta per lui».

Una vita sanissima. Scusi, e quando si riproduce?
«Il periodo della monta inizia il 15 febbraio e finisce il 15 luglio. In questi mesi a Varenne ogni lunedì, mercoledì e venerdì - dopo che ha fatto jogging - viene prelevato il seme».

Domanda ingenua: perché non lo fate accoppiare fisicamente?
«Per diversi motivi. C' è il pericolo che la cavalla scalci e gli faccia male. Per una questione di igiene e infezioni. E poi perché col seme raccolto possiamo fecondare più cavalle: le provette le mandiamo in tutto il mondo».

Come funziona la monta?
«Varenne viene portato vicino alle cavalle e così si eccita. Vede laggiù quell' attrezzo di cuoio e acciaio che ricorda la cavallina della ginnastica artistica? Ecco, lo si fa salire appoggiandolo da dietro e gli si applica questo tubo, che è un vagina artificiale. Dopo pochi minuti il seme è raccolto: da una boccetta ce ne è abbastanza per ingravidare cinque o sei cavalle».

E lo vendete.
«Ogni provetta viene impacchettata in una scatola con del ghiaccio. E spedita al compratore».

Quanto costa?
«Cinquanta euro più spedizione».

Solo?
«Aspetti. Il pagamento vero viene fatto alla nascita del puledro: se tutto va a buon fine il prezzo è di 12 mila euro più Iva».

Quanti figli ha Varenne?
«In Italia, per legge, può fecondare al massimo 150 cavalle l' anno. In tutto il mondo credo che siano nati qualcosa come 2100 baby Varenne».

Che hanno ereditato il talento del padre?
«Molto spesso sì. Non è automatico che un grande cavallo sia anche un grande stallone, nel senso che trasmetta le qualità ai figli. Lui lo è».

Jacopo, domanda inevitabile. Quante volte Varenne - diciamolo romanticamente - ha fatto l' amore? Sì, insomma, con quante cavalle vere si è accoppiato? Perché quello sguardo?
«Nessuna. Varenne non è mai stato con una cavalla e mai ci starà».

Ah. Ma non è una scelta crudele?
«Sì, capisco che per chi non è del settore lo sembri: ai tempi Giorgio Tosatti scrisse che siamo degli aguzzini. Ma per i cavalli il sesso è diverso, è meno romantico».

Torniamo alla vita di Varenne qui a Vigone. Qualche incontro eccellente?
«Tantissime personalità lo vogliono conoscere: un mese fa è venuto De Sica, lo scorso anno Merckx, poi Adorni e Bulbarelli. Che ha organizzato una trasmissione tv su di lui e ci ha chiesto di portarlo negli studi Rai di Milano».

Ce l' avete fatta?
«Certo. Varenne è pazzesco. Quando è tra la gente si muove con attenzione come se avesse paura di far male a qualcuno. Se vede una macchina fotografica o una cinepresa si mette in posa».

Questione di abitudine?
«Soprattutto educazione. A lui non piace stare nella confusione, ma lo fa sopportando tutto. E senza mai creare problemi».

Inevitabile: è tuttora famoso e amato.
«Ogni giorno ci telefonano persone che lo vogliono incontrare. Una volta è arrivata la lettera di una madre che aveva il figlio malato e chiedeva un crine di Varenne per dargli forza. Gliel' abbiamo spedito. E poi...».

Dica.
«Varenne ha un' intelligenza sovrequina. Quando incontra ragazzi in carrozzina, sa cosa fa? Senza che nessuno glielo chieda, si abbassa per farsi accarezzare».

Meraviglioso. Jacopo, il prossimo 19 maggio come festeggerete il compleanno del Capitano?
«Come sempre, ci sarà un raduno di fan che arrivano da tutta Italia. Circa 300 persone che vengono fin qui per fargli gli auguri».

Già, sono 22 anni. Torniamoci a quel 19 maggio 1995. Copparo, provincia di Ferrara, allevamento di Zenzalino, è una notte di tuoni e fulmini e lei Sandro Viani, il proprietario, viene chiamato per un' emergenza.
«Mi telefona il capo scuderia a mezzanotte e dice che la cavalla Ialmaz, che è incinta, ha dei dolori, non sta bene, si sdraia spesso a terra. Chiamo il veterinario che sta a Ravenna e ci precipitiamo all' allevamento. È iniziato il travaglio».

Parto difficoltoso?
«Spunta una gambetta anteriore del puledro, l' altra no. La reinseriscono e dopo molti tentativi riescono a far uscire entrambe le zampe, insieme, permettendo così al muso di venire fuori. Alle 3 di notte nasce il figlio di Ialmaz e Waikiki Beach».

I genitori: parliamone. Qualcuno sostiene che Varenne sia uno dei pochi casi di trottatore nato non da inseminazione artificiale, ma da un rapporto vero.
«Non ricordo con precisione ma non credo, in quegli anni già si inseminava. Waikiki, il padre, era un discreto stallone americano, la madre era una gran cavalla, fattrice di buona razza, giovane e che aveva corso soltanto 15 volte: quel parto però le ha rovinato l' utero».

Una curiosità, Viani: il nome Varenne l' ha scelto lei?
«Amavo la Francia e in particolare Parigi. L' ambasciata italiana e il Ministero dell' agricoltura erano in Rue de Varenne e ogni volta che ci passavo dicevo: il prossimo puledro lo chiamo così. È capitato a lui».

Raccontiamo il baby campione. Bello?
«Per niente. Da piccolo non è un buon puledro, e intendo esteticamente: ha brutti garretti (la parte dell' arto posteriore che corrisponde all' articolazione fra tibia e tarso n.d.r.)».

E caratterialmente?
«Eccezionale. Buono, non dà fastidio a nessuno, non morsica e non scalcia quando qualcuno si avvicina. Soprattutto se è un bambino».

Quanto tempo sta con lei il piccolo Varenne?
«Sei mesi. Quando vengono a vedere i puledri nessuno lo considera finché Jean Pierre Dubois, un francese, decide di comprare tutta la mia produzione di 12 cavalli pagando il 50 per cento subito e l' altra metà dopo 18 mesi. Tra loro c' è anche Varenne».

Che continua a non essere particolarmente fortunato.
«Nel 1997 Dubois lo cede a Paolo Bezzecchi, un guidatore, per 150 milioni. Ma dopo le prime visite e una radiografia torna al mittente. Scartato. Ha un chip al nodello posteriore destro, un piccolo frammento osseo grande come un chicco di riso che rischia di dargli fastidio. Ma che in realtà, nella carriera, si dimostrerà ininfluente visto che non gli è stato mai asportato».

Viani, da quanto tempo non vede Il Capitano?
«Molti anni. L' ho incontrato un paio di volte quando correva».

L' ha riconosciuta?
«Se le dicessi di sì direi una bugia: i cavalli dopo 15 giorni si dimenticano delle persone».

Poco valorizzato, scartato, quasi ignorato. Fin quando, nel febbraio del 1998, Varenne fa l' incontro che gli cambierà la vita: quello con il suo futuro driver Giampaolo Minnucci. Giampaolo, dove vi vedete la prima volta?
«A Bolgheri, vicino a Castagneto Carducci, in Toscana, dove Dubois l' ha portato dopo la breve esperienza in Normandia».

Primo impatto?
«Gli occhi. Il suo sguardo mi colpisce subito, è diverso da quello degli altri cavalli. Capisco che ha un carattere buonissimo».

E decide che va acquistato.
«È lui che mi sceglie».

Cioè?
«Cinque anni prima avevo comprato Tatoz, suo fratello».

Fenomeno anche lui?
«Un bel cesso. Dopo aver preso Varenne, tornando a casa, scopro che il nuovo acquisto è figlio della stessa madre di Tatoz, che i due sono fratelli. Capito? Come se Varenne, sapendo che avevo preso già una fregatura in famiglia, si è fatto scegliere per ripagarmi».

A comprarlo siete lei, il finlandese Jori Turja e l' avvocato Enzo Giordano, che mette i soldi.
«Lo raggiungo a Napoli, piazza Garibaldi. Mi consegna 160 milioni di vecchie lire in banconote da 100 mila e le infilo dentro gli slip. Poi a piedi torno all' auto e parto per andare a Bolgheri e pagare Dubois».

La prima volta che vede correre Varenne?
«A Bologna. È in testa, ma all' ultima curva si mette a galoppare, rompe e viene squalificato anche se vince».

Quando la prima gara insieme?
«A Roma, e vinciamo. Poi, ancora a Roma, altra corsa: rompe prima del via, perde cento metri e inizia un recupero pazzesco: prende tutti e trionfa con 30 metri di vantaggio».

E lei capisce che ha trovato un fenomeno.
«Capisco che non è un cavallo comune, ma ancora non immagino possa diventare Varenne».

Quando lo intuisce?
«Al Gran Premio di Aversa. Che vince. Nessun cavallo ha mai conquistato un Gp alla sua terza corsa».
Da quel momento solo successi, trionfi, avversari spazzati via come Viking Kronos nel Derby italiano. E successi storici come quelli al Prix d' Amérique a Parigi. A proposito, parliamo di tattica. «Varenne era così intelligente che capiva lui cosa fare. E se io sbagliavo, correggeva».

Urca. C'è un esempio per capire meglio?
«Stoccolma, Svezia, Elitloppet 2001, corsa testa a testa con Victory Tilly, mi faccio subito ingolosire e cerco di attaccare a destra. Il Capitano capisce che non ce la faremo e rientra in scia. Per poi accelerare e andar via nella retta finale.
E ovviamente trionfare».

L' errore più grande che poteva commettere un avversario di Varenne?
«Tentare il testa a testa. Alla fine, oltre alla gara, perdeva anche il secondo posto».

Minnucci, la frusta la usava?
«No. La frusta non serve ad andare più veloci. Serve solo per far sapere al cavallo che c' è».

Che rapporto aveva lei con Varenne?
«Mi vedeva come quello cattivo del team, quello che lo faceva lavorare».

Già, il team. Vero che c' era anche un pranoterapeuta?
«Tommy Lindgren, che lavorava anche con la nazionale svedese di hockey. Dopo la corsa lo massaggiava e lo rilassava grazie al calore delle mani».

Varenne è in pensione. Quando l'ha rivisto l' ultima volta?
«Un anno fa. L' ho accarezzato, con la mano vicino alla bocca. E se l' è fatto fare senza mordere, come se avesse capito chi ero».

Ora fa lo stallone.
«E guadagna più di quando correva. Forse meriterebbe un regalo, prima o poi».

Quale, scusi?
«Una cavalla vera...».

Ultime domande veloci. 1) Varenne per tutti è anche Il Capitano. Si racconta che questo soprannome sia stato coniato da due giornalisti del Trotto Sportsman in contrapposizione a Viking Kronos, che veniva chiamato Il Fenomeno in onore di Ronaldo. E così loro, milanisti, chiamarono Varenne Il Capitano in onore di Franco Baresi. Minnucci, conferma?
«No, ma il calcio c' entra. Perché Zavaglia, il procuratore di Totti, aveva due cavalli da noi. E io tifo Roma. Automatico che Varenne diventasse Il Capitano in onore di Totti».

2) Lei invece non aveva un soprannome personale, privato, per Varenne?
«Per me lui è Tato».

3) Un vizio o un vezzo del Capitano? Jacopo Brischetto, lei lo vede tutti giorni da 15 anni.
«Mangia il fieno pucciandolo nell' acqua. Mai visto fare a nessun altro cavallo. Ne esce una pappa inguardabile, ma a lui piace solo così. Forse perché quando correva era abituato a bere da un secchio e inevitabilmente il cibo si bagnava».

4) Una fobia?
«Ha il terrore degli insetti, perché una volta è stato punto da un' ape. Per questo ora indossa un "mosquero", una sorta di copertura a frange che lo protegge».

5) Ultimissima. Giampaolo Minnucci ripensa alla straordinaria carriera di Varenne e...?
«Dico che avrebbe potuto gareggiare e trionfare ancora per almeno una stagione. Soprattutto, però, capisco che non guiderò mai più un cavallo così forte».

di Alessandro Dell'Orto

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