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La crisi in Emilia Romagna

Non solo Fiat. Un'altra multinazionale se ne va

Non solo Fiat. Un'altra multinazionale se ne va

 

Quando parliamo di primarie, di Berlusconi, di moderati, di elezioni, sarebbe bene non dimenticare che se ne parla (o se ne dovrebbe parlare)  per dare risposte a un’altra realtà. Anzi, alla Realtà. Quella che vivono milioni di italiani e che, negli ultimi anni, si sta facendo dura, dolorosa. Pesante. Spesso disperante.

Senza retorica e demagogia. Difendo l’importanza della politica e, più modestamente, di quella professione (la mia) che cerca di controllarla e raccontarla. Ma guai a dimenticarsi i destinatari delle leggi e dei tentativi di migliorare questa società. Le  facce, le persone. In carne e ossa.

Lo dico perché in questi giorni un amico mi ha raccontato il travaglio che lui e i suoi colleghi stanno vivendo per l’annunciata chiusura dell’azienda dove lavorano. E voglio usare questo spazio  per parlarne. Nella speranza che altri riprendano questa storia , ennesima testimonianza della crudezza di questa crisi.

Sta per cessare definitivamente la produzione industriale della Ceam, un'azienda che fabbrica ascensori, di proprietà della multinazionale Utc-Otis, presente da oltre 60 anni nel nostro Paese. Dopo la chiusura degli stabilimenti di Cernusco e Novara, dopo che meno di un anno e mezzo fa erano già stati licenziati una cinquantina di dipendenti, ora stanno per essere lasciati a casa 90 lavoratori della fabbrica di Calderara di Reno, a Bologna. L’ultimo stabilimento in Italia.

I vertici della multinazionale hanno deciso di spostare produzione e progettazione in Spagna, lasciando da noi solo l’attività commerciale. Troppo alto il costo del lavoro, troppo poca la domanda. La crisi del settore edilizio ha ridotto drasticamente gli ordini di ascensori. Si è poi aggiunto il terremoto, con un carico di vincoli che ha dato il colpo di grazia. Per un colosso che può spostare pedine nello scacchiere del mondo, non c’è voluto molto. e. Hanno deciso di far le valige. Perché non è solo la Fiat a ragionare in questo modo.

E così un’altra multinazionale se ne va dall’Italia. E in Emilia Romagna, dal terremoto in poi, è solo l’ultimo di una serie di casi: stessa sorte è toccata o sta per toccare ad altre multinazionali del settore biomedico nel modenese.

Tutto questo accade in una delle zone più ricche dell’Emilia. E dell’Italia. Segno che le fondamenta del nostro benessere sono sempre più fragili.

La storia di Ceam è la storia di centinaia di aziende in Italia. Di migliaia di lavoratori che a 30, 40, 50 anni si trovano senza lavoro. Di migliaia di famiglie che da un giorno all’altro si trovano in difficoltà, senza sapere come e quando ne usciranno. Perché questi lavoratori che saranno licenziati – è bene saperlo – non avranno esodi o scivolamenti. Non avranno sindacati che scendono in piazza davanti a Montecitorio. Né potranno invocare l’articolo 18. Saranno oggetto di un licenziamento collettivo, come sta accadendo da anni in Italia, mentre a Roma si discute quasi esclusivamente di articolo 18 ed esodati.  Semplice: il profitto non c'è più, a casa e tanti saluti.

Di chi è la colpa? Della globalizzazione? Del costo del lavoro, dell’energia, della burocrazia troppi alti in Italia? Sì. Anche. L’elenco delle ragioni per cui le multinazionali fuggono dal nostro Paese è lungo e noto.

Quello che mi colpisce, però, in questa storia, è una sensazione generale di impotenza.. La politica - locale, nazionale - è muta. Sono privati, decidono come vogliono. I vertici italiani dell’azienda rispondono che Otis è proprietaria, Otis decide dove e come spostare gli stabilimenti. I rappresentanti della multinazionale mostrano i “volumi della produzione” e spiegano, dati alla mano, che sono calati. Non conviene più restare qui. L’impresa deve fare profitto.

E i lavoratori, novanta persone, novanta famiglie, sono schiacciati da questa sentenza ineludibile.

La storia di Ceam,  mi dice il mio amico Alessandro Malaguti, rappresentante della Rsu,  è quella di un Paese che sta perdendo le eccellenze della sua produzione industriale per ridursi a essere un Paese di servizi o di consumatori. Che peraltro consumano sempre meno, perché sempre più poveri.

Cosa fare?

Stiamo cambiando. Siamo destinati a cambiare. Impedirlo sarebbe una battaglia inutile e antistorica. Io non me la prendo con le multinazionali che delocalizzano per la realtà, oggi, è diversa. Ma i cambiamenti non si devono per forza  subire. Né sono, per forza, in peggio. C’è bisogno di gente, di politici illuminati, che cavalchino i cambiamenti offrendo nuove prospettive, nuove soluzioni. Industriali e non solo. Che abbiano la necessaria creatività e passione per l'uomo in carne e ossa da favorire il sorgere di energie capaci di disegnare un Paese che, certo, non può essere lo stesso degli anni  '60 o '70, ma può ugualmente dare lavoro e tornare a crescere. C’è bisogno di costruire un Paese dove ideare ascensori, se non costruirli, sia ancora conveniente. O dove inventarsi ascensori più moderni di quelli fabbricati a basso costo altrove. C’è bisogno di gente che non si rassegni all’impotenza. Né che pensi che la soluzione sia solo allargare la platea degli esodati. Per carità, si faccia, se si può. Ma per quanto quella platea si allarghi, altre fabbriche chiuderanno, altri lavoratori saranno a casa senza stipendio, senza pensione e senza accordi da rivendicare.

Il problema è più grande e chiede una risposta più radicale.

 

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