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Diari d'America

Quel sospetto sul marines più famoso d'America

Quel sospetto sul marines più famoso d'America


“Eroe disertore”? C’è più di un indizio, anche se oggi Bowe Bergdah è il marines più  famoso, e politicamente più “costoso”, d’America: Obama, per riportarlo a casa dalla prigione talebana, ha pagato con 5 pezzi grossi del terrorismo afghano che ha liberato dalla loro cella di Guantanamo dove erano “detenuti indefinitamente” senza processo, tanto pericolosi erano ritenuti dalla stessa Casa Bianca. Il presidente Usa è finito sotto tiro di qualche repubblicano per non aver avvisato il Congresso almeno 30 giorni prima dello scambio, come prevede una legge votata da pochi mesi. Ma questa norma (bipartisan) era stata malconcepita, e criticare Barack per averla ignorata è sbagliato: è giusto infatti che il comandante in capo, se lo ritiene, agisca con l’urgenza e la segretezza che richiedono le operazioni belliche, e lo scambio di prigionieri rientra egregiamente in questa categoria. E’ vero che i democratici hanno crocefisso Bush per aver usato i poteri da presidente in guerra, ma sarebbe augurabile che il GOP lasciasse ai liberal la prerogativa di campioni del doppio standard.


Eliminato questo punto, tutti gli altri aspetti della sciagurata vicenda sono invece nettamente negativi, per il presidente ma soprattutto per l’America e la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi soldati. Il precedente della parificazione di un militare americano con i terroristi islamici significa riconoscere una “eguaglianza morale” che era sempre stata rigettata, fissando un prezzo che prima non c’era: un americano sequestrato “vale” 5 nemici tra i piuù pericolosi, alcuni con legami a Osama Bin Laden e al mullah Mohammed Omar. Non a caso, Omar ha esternato subito le sue “congratulazioni per la grande vittoria del rilascio”. E cedere ai ricatti dei sequestri, nota il Wall Street Journal, è roba che l’America non fa e non deve fare, roba da “Francia e Italia”.


Nel discorso della settimana scorsa a West Point Obama aveva presentato la sua “non dottrina” di politica internazionale: tutti i soldati Usa lasceranno Kabul nel 2016, a prescindere dell’andamento della guerra, e in generale, e ovunque, saranno solo la diplomazia e l’ossequio all’Onu le armi della ex superpotenza. Ora la vicenda Bergdah è il triste suggello della filosofia trattativista: “Speriamo di fare la pace con i Talebani grazie al nuovo clima”, ha persino detto il capo del Pentagiono Chuck Hagel.


Pur essendo un fiasco militare-politico-strategico, la liberazione del sergente ventottenne, sul piano umano, è un’ovvia occasione di sollievo e di gioia per la sua famiglia e l’intera nazione. Ma nell’era di Obama non è un caso che il giovane, i cui genitori Bob e Jani sono stati gia’ ricevuti dal presidente alla Casa Bianca con tutti gli onori, sia il personaggio che è. E che l’America ha imbarazzo a conoscere meglio, perche’ quello che gia’ si sa di lui e’ da far accapponare la pelle.


La sua “cattura” avvenne il 30 giugno del 2009. Come? Il comandante talebano Mulvi Sangeen spiegò di essersi ritrovato davanti alla sua macchina il soldato, ubriaco, nel distretto di Paktika. L’esercito Usa disse al tempo che era una bugia, e in un video successivo Bergdahl raccontò di essere stato preso per essersi attardato, da solo, dietro il proprio plotone. In una ricostruzione fatta nel 2012 dalla rivista Rolling Stones, pero’, la motivazione della diserzione si fece strada con dovizia di particolari. Nelle settimane precedenti la sua sparizione, il soldato fece capire ai commilitoni che stava pensando di disertare. “Spendeva piu’ tempo con gli afghani di quello che passava con la sua squadra”, aveva ricordato un suo compagno di leva, Jason Fry.
Nato in una famiglia di calvinisti che lo avevano educato a casa, il giovane Bowe si diede al balletto per far colpo sulle ballerine e andò giovanissimo a vivere con una di loro, dopo essersi avvicinato non seriamente al buddismo e aver praticato la lettura dei tarocchi. Versatile, o meglio instabile, Divenne anche bravo a sparare con un fucile di precisione calibro 22. Versatile, o meglio instabile, a soli 20 anni si trasferì a Parigi per studiare il francese e tentò di arruolarsi nella Legione Straniera. Che lo respinse lasciandolo “devastato”, secondo Rolling Stones. Allora si mise a lavorare in un bar vicino a casa, in Idaho. Per qualche tempo pensò di emigrare in Uganda per aiutare la gente dei villaggi terrorizzata dalle milizie, ma alla fine decise diversamente.

Ottenne l’arruolamento nell’esercito Usa, comunicandolo in famiglia solo dopo la firma. Il suo sogno non era di fare il soldato in senso classico per difendere il suo paese, ma come una missione in aiuto della gente afghana. E’ il padre a raccontarlo. Bob è quel signore che e’ apparso sui giornali e in Tv con il barbone lungo, alla talebana, che si e’ fatta crescere negli anni di “prigionia” del figlio. Un caso di sinfrome (ideologica) di Stoccolma, viste le posizioni espresse in sintonia con quelle del figlio sequestrato. “Mi spiace per tutto quello che c’è qui”, aveva scritto Bowe in una email al babbo prima di sparire. ” Questa gente ha bisogno di aiuto, e quello che hanno e’ il paese che si crede il piu’ orgoglioso del mondo che dice che loro non sono nulla, che sono stupidi”. “Ci stanno dando una immagine fittizia e artificiale di quello che stiamo facendo in Aghanistan”, ha detto ieri suo padre, che in questi anni oltre al barbone ha studiato la lingua afghana in “solidarieta’’ con la causa del figlio.


Il sergente Bergdahl, dalla sua condizione di soldato disadattato, è passato presto ad un consapevole e dichiarato, nelle lettere al babbo, antiamericanismo. “Mi vergogno di essere un soldato americano. Il titolo di soldato americano è una bugia per i creduloni. Questa America è un orrore e mi fa schifo”. “Obbedisci alla tua coscienza”, gli aveva ribattuto il padre Bob in una email. Una notte, finito il turno di guardia, Bowe chiese al suo superiore se sarebbe stato un problema lasciare l’accampamento portando con se’ il fucile e gli occhiali per vedere al buio. “Si’”, fu la replica del suo capo. Ma una volta tornato al suo bunker, Bergdahl prese un coltello, dell’acqua, il suo diario, una macchina fotografica e lascio’ la base di nascosto. La mattina dopo iniziarono le ricerche. Ora che l’hanno ripescato, se riuscira’ a farsi passare fra qualche anno la inclinazione alle sbandate non gestibili ed entrerà in politica, avrà nella carriera dell’obiettore del Vietnam John Kerry il suo ideale modello di ruolo.
Glauco Maggi

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