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Politica estera

Dall'Iran a Cuba, ora Obama è sempre più isolato

Dall'Iran a Cuba, ora Obama è sempre più isolato

La politica estera vede un Obama sempre piu’ isolato in patria e strapazzato all’estero. Oggi e’ da Cuba e dal Senato che vengono le note dolenti per la Casa Bianca. 

CUBA. Il primo schiaffo e’ venuto dai Caraibi. La chiusura delle relazioni con l’Havana non ha prodotto niente di buono per 50 anni, aveva detto Obama annunciando la nuova era di rapporti con il regime comunista, ed e’ “tempo di provare qualcosa di diverso”. Ora che ha dato gratis una mano ai fratelli comunisti, Raul pretende l’intero braccio, e solo per sedersi al tavolo delle trattative concrete che dovrebbero portare al ripristino delle relazioni diplomatiche e commerciali. Il fratello di Fidel, alla prima occasione di un discorso pubblico a un summit di paesi latino americani a commento dei progressi di Cuba con Obama, ha alzato la posta. Ha evidentemente annusato la debolezza di Barack, che appare disposto a tutto pur di passare per il presidente che ha voltato pagina con Cuba, e quindi ha annunciato che, per normalizzare le relazioni, Barack dovra’ prima fare tre “concessioni” mica da ridere, senza le quali non ha senso nemmeno parlare: 1) Restituire la base di Guantanamo ai cubani . 2) Togliere subito e per intero l’embargo economico su Cuba. 3) Pagare compensi monetari per riparare “i danni umani ed economici sofferti dal popolo cubano”. Vedremo fino a dove arrivera’ il presidente Usa nel suo appeasement con il regime dittatoriale castrista.

IRAN. Nella Commissione bancaria del Senato e’ stata approvata, con 18 voti contro 4, una risoluzione che ristabilisce, e inasprisce, le sanzioni contro l’Iran se non viene raggiunto un accordo soddisfacente e definitivo entro il 30 giugno. La legge e’ cofirmata dal senatore repubblicano dell’Illinois Mark Kirk e dal senatore democratico del New Jersey Bob Menendez, severo critico del presidente per le posizioni arrendiste assunte verso Teheran. Tutti e 12 i membri repubblicani della Commissione hanno votato a favore, e a Menendez si sono aggiunti altri cinque senatori democratici: Chuck Schumer (New York), Jon Tester (Montana), Mark R. Warner (Virginia), Heidi Heitkamp (Nord Dakota) e Joe Donnelly (Indiana). Schumer ha definito la legge “un buon passo avanti”, ma la battaglia per il suo passaggio e’ ancora lunga e dall’esito incerto. I repubblicani sono 54 al Senato (su 100), e devono raccogliere almeno 13 alleati tra i democratici, per arrivare a 67, cioe’ i due terzi necessari a annullare il veto che Obama ha gia’ minacciato. Finora ce ne sarebbero gia’ una decina disponibili, e quindi la caccia ai due o tre che mancano continua. Ma l’opposizione interna al partito di Obama sta crescendo e il numero potrebbe essere raggiunto dopo il discorso che terra’ il leader di Gerusalemme a Washington.

John Boehner, lo Speaker della Camera, ha infatti invitato giorni fa il premier israeliano Netanyahu a parlare tra qualche settimana, in una seduta congiunta dell’intero Congresso, sulla questione del patto nucleare con Teheran. Era stata una sberla istituzionale al presidente, che ha detto che non lo ricevera’ alla Casa Bianca. Intanto, pero’, ha dovuto subire oggi il rigetto della sua richiesta, fatta a tutti i senatori, di non votare nuove sanzioni contro l’Iran.

Secondo Barack, l’usare la pressione della minaccia di riproporre sanzioni economiche, che erano state l’arma utile a far sedere gli iraniani al tavolo, significherebbe “offendere” gli ayatollah e offrire loro una scusa per non arrivare ad un patto. Cio’ e’ tatticamente assurdo. Insieme al prezzo calante del petrolio che gia’ danneggia l’economia dell’Iran, il prospettare a Teheran una ripresa delle sanzioni in luglio, cioe’ dopo il termine di giugno previsto dagli accordi tra l’Ovest e l’Iran per la chiusura della trattative, e’ quanto serve a far vedere che gli Usa fanno sul serio e che non sono disposti a subire altri rinvii e tantomeno un accordo al ribasso.

di Glauco Maggi

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