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Complimenti per la trasmissione

Le acrobazie italiane di Lupin III°

La nuova seria di Italiauno

l'avventura italiana di Lupin

«Gaemon non ride ma è forte/Jigen fuma le sue siga storte...».

La sigla dell’Avventura italiana di Lupin III° cantata da Moreno -che fa molto, troppo JAx- rimbombava in quel milione e 338mila fan (un buon 6,6% di share) di italiani che domenica sera, dopo un’attesa quasi messianica, si sono inoculati la loro dose di Lupin; cioè d’un metadone oramai entrato nella circolazione sanguigna dell’immaginario collettivo dal 1972, anno delle prime produzioni tv dell’eroe di Monkey Punch. Stavolta, la prima serata di Italiauno s’è dipanata sul primo dei nuovi 26 episodi della serie -30 minuti cadauno- ambientato in Italia e a San Marino (che c’azzecca, poi, San Marino?). Dove Lupin si sposa con la mulimilionaria Rebecca Rossellini, bionda effervescente titolare di cinquanta ville sparse per il mondo, di vini pregiatissimi e di imperi alberghieri; la quale, per sfuggire alla noia dei ricchi, si diletta ad architettare il complicatissimo furto della “Corona reale della Libertà”, pregiato gioiello di cui onestamente ignoravamo l’esistenza. Lupin qui è un tantinello più sicuro e -se possibile- più vanesio; Jigen fa le battute; Gaemon è incazzoso come al solito; Fujico usa, ovvio, la seduzione per rubare con destrezza; e l’ispettore Znigata lancia le solite manette nel vuoto, arrivando perennemente a un pelo dall’arresto del suo antagonista. Cambia poco, nell’economia e nella struttura iterativa della trama: giusto qualche battuta politicamente scorretta (Rebecca che, mentre Zemigata interrompe le nozze, come un Innominato qualsiasi, chiede al marito: «ma chi è, il tuo fidanzato?»), qualche citazione cinematografica (l’approccio sentimentale nel balcone di una festa come nel fil Sabrina), qualche rincorsa acrobatica sui tetti in stile Spiderman. Per il resto, attendiamo ancora il racconto dell’ «l’Italia della corruzione, della mafia, del doping del calcio» annunciato dal direttore di Italia Uno Laura Casarotto. Ma, insomma, Lupin è sempre Lupin.

Lupin III° - come Tintin, Speedy Gonzales o Lapo Elkann a cui somiglia in modo impressionante - non è mai stato un mostro di simpatia: è allergico al polpo e all’umiltà; rivela frequenti slanci di sessuomania; e voleva guidare soltanto la Mercedes-Benz SSK del ’28 modificata col motore d’una Ferrari (terribilmente kitsch) o, al limite, la sua variante sportiva, una SSKL probabilmente appartenuta ad Adolf Hitler. Però c’erano i tiri infallibili di Jigen e la katana di Goemon che punteggiavano  avventure adrenaliniche che mescolano thriller e humour continuano a spopolare da due generazioni. Eppoi c’erano le tette di Fujico, che stendevano un sottile filo erotico tra le trame. Quei seni poderosi, sempre in qualche modo scoperti al sol dell’avvenire, rendevano a noi ex adolescenti la stessa prurigine delle docce sexy di Edwige Fenech al cinema. Perchè era quello il segreto di Lupin III°. Le ricorrenti allusioni sessuali e l’esplicita simpatia per il ribellismo adolescenziale e le rapine romantiche ne avevano fatto una saga adatta non ai ragazzini ma agli universitari, anche se poi ne andavano pazzi i liceali. Il bello è che la saga  continua...

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