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L'export di beni di consumo online vale 6 mld di euro, solo 4% del totale

L'export di beni di consumo online vale 6 mld di euro, solo 4% del totale

Milano, 25 feb. (Labitalia) - L’export italiano che passa attraverso canali digitali vale circa 6 miliardi di euro e rappresenta ancora una quota marginale, di poco superiore al 4%, delle esportazioni totali di beni di consumo. La maggior parte del fatturato dell'export online è riconducibile ai grandi retailer online, seguiti dai marketplace (come eBay) e dai siti di vendite private. Il settore più esportato attraverso canali digitali è il fashion, che pesa per oltre il 65% delle vendite online oltreconfine, mentre gli altri comparti tipici del made in Italy, ossia food e design, hanno un’incidenza più contenuta con circa il 15% ciascuno. E i principali mercati di sbocco restano quelli occidentali (Europa e Usa) con l’aggiunta di Giappone e Russia, mentre sono poco presidiati Cina e Sud America.

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca dell'Osservatorio Export della School of Management del Politecnico di Milano, presentata questa mattina a Milano al convegno 'Export e digitale, un binomio niente male'. La ricerca rileva come pesi complessivamente 1,5 miliardi di euro l’export online 'diretto', in cui l’interazione con il cliente finale è gestita da un operatore con ragione sociale italiana, attraverso i siti dei produttori (come Diesel, Giordano Vini, Ermenegildo Zegna), i siti di retailer online o multicanale (come LuisaViaRoma, Yoox Net-a-porter group) o i marketplace 'italiani' (come eBay.it).

L'export online diretto è riconducibile per il 70% circa al fashion, seguiti dal food e dall’arredamento/home design, con il 10% ciascuno. Il canale più rilevante è quello dei retailer nazionali che valgono per il 60%, mentre il 25% è generato da siti propri di aziende produttrici e il 15% da marketplace con dominio .it.

Vale invece 4,5 miliardi di euro l’export online 'indiretto', attraverso i siti di eCommerce dei grandi retailer online stranieri (ad esempio Zalando, JD.com, Suning.com), i grandi marketplace (Amazon ed eBay con domini stranieri, Tmall.com) o i siti delle vendite private internazionali (Vente-privee.com, Vip.com) che acquisiscono prodotti in Italia per poi venderli in tutti i paesi in cui sono presenti. Anche in questo caso, la quota più rilevante (65%) è riconducibile al fashion, mentre food e arredamento/home design pesano ciascuno per il 17%. Il canale più significativo è quello dei retailer online stranieri con oltre la metà del totale transato, seguiti dai marketplace con un terzo e dai siti delle vendite private con poco più del 10%.

“L'utilizzo dell"innovazione digitale per l'export è un'opportunità per competere a livello internazionale ancora poco utilizzata dalle aziende italiane", afferma Riccardo Mangiaracina, direttore dell'Osservatorio Export.

"La limitata diffusione dell’e-commerce a supporto dell’export di prodotti è un segno evidente delle difficoltà delle nostre imprese nell’utilizzo del canale online che, se da un lato consente di ridurre le distanze col consumatore finale, dall'altro non elimina le difficoltà logistiche, normative e commerciali, oltre a quelle legate alla comunicazione e ai pagamenti. È necessario studiare le caratteristiche dei vari Paesi e dei settori per mettere a punto modelli di export in grado di sbloccare il potenziale dei canali digitali”, conclude.

Oltre un quarto della domanda finale italiana è riconducibile ai mercati esteri che, visto il calo della domanda interna, sono sempre più importanti per la nostra economia. Il made in Italy è un fattore chiave per il successo delle esportazioni verso i Paesi emergenti, ma i Paesi europei restano ancora i principali mercati di sbocco. L'Osservatorio Export ha analizzato lo scenario macroeconomico italiano rilevando come la cosiddetta 'propensione all’export' - il rapporto tra valore complessivo delle esportazioni e Pil - si attesti mediamente oltre il 25% e abbia superato il 29% nel 2014.

Oltre il 20% delle imprese manifatturiere attive in Italia, circa 89.000, è esportatore. Negli ultimi anni, la rilevanza dei mercati esteri è cresciuta, per la maggiore incidenza della domanda estera su quella interna: il fatturato medio delle imprese italiane all'estero nel 2015 è cresciuto del 18% rispetto al 2010, a fronte di una caduta sul mercato interno di circa 10 punti.

“Questa dicotomia è dovuta sia a fattori congiunturali come la diversa velocità di ripresa della domanda dopo la crisi finanziaria internazionale, sia a fattori strutturali per via del crescente peso dei mercati emergenti extra-europei, anche in presenza di alcuni rallentamenti", spiega Lucia Tajoli, responsabile scientifico dell'Osservatorio Export.

"Di certo, le esportazioni rivestono un ruolo sempre più centrale - prosegue - per l’economia italiana e per lo sviluppo delle imprese nazionali. Competere a livello internazionale è un’opportunità che le aziende italiane devono sfruttare fino in fondo, rivedendo se necessario le proprie strategie di export e sfruttando le opportunità offerte dai canali digitali. Oggi, la ricerca dei mercati esteri, dei settori ottimali in cui collocarsi e dei modelli di esportazione più appropriati assume un ruolo fondamentale per tutta l’economia italiana”.

Nel 2014 la domanda estera netta, ossia la differenza tra esportazioni e importazioni, ha contribuito a contenere il calo del Pil per il terzo anno consecutivo. Le esportazioni di beni e servizi sono cresciute del 2,7%, raggiungendo quasi 475 miliardi di euro (di cui 387 da esportazioni di beni e 98 di servizi): un dato che fa dell'Italia l'ottavo esportatore di merci a livello mondiale e quattordicesimo per i servizi. I dati 2015 (non ancora definitivi) mostrano un’ulteriore accelerazione dell’Export (+3,5%).

I Paesi dell’Unione europea rimangono i principali mercati di sbocco delle esportazioni italiane, con un peso complessivo superiore al 50%, grazie alla vicinanza geografica, l’assenza di barriere doganali, la somiglianza di regolamentazioni e abitudini commerciali. Gli Usa sono il terzo Paese di sbocco e il primo mercato non europeo, seguito, tra i mercati extra-europei dalla Cina, dove i margini di crescita sono ancora ampi, vista la quota di mercato italiana relativamente bassa e il progressivo ampliamento della classe media potenzialmente interessata al Made in Italy.

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