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Consulenti, alle madri con bassi salari non ‘conviene’ lavorare

Consulenti, alle madri con bassi salari non ‘conviene’ lavorare

Roma, 30 giu. (Labitalia) - Alle madri con bassi salari, nel nostro Paese, non ‘conviene’ lavorare, visto il costo del lavoro domestico e di cura dei figli, svolto gratuitamente, che dovrebbe invece essere pagato nel caso la donna decidesse di lavorare. E’ quanto emerge dal rapporto ‘Famiglia, lavoro, gender gap: come le madri-lavoratrici conciliano i tempi’, realizzato dall’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, pubblicato in occasione del Festival del lavoro 2016 che si apre oggi a Roma, e presentato nel corso di una conferenza stampa in Vaticano.

Secondo la ricerca, infatti, le donne che si aspettano di guadagnare uno stipendio più alto delle spese che dovrebbero sostenere per i servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei familiari sono potenzialmente più propense a lavorare. Viceversa, alle madri meno istruite e con minori qualifiche professionali, che hanno un’aspettativa salariale più bassa, non conviene lavorare, dal momento che il costo dei servizi sostitutivi rischia di essere più alto del salario che possono guadagnare, a meno di disporre di una rete familiare di ‘caregiver’.

Il costo dei servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei bambini, in assenza di nonni o di altri familiari, spiega la ricerca, è pari a circa 500 euro al mese. Questa tesi è confermata dall’analisi del tasso d’occupazione femminile per titolo di studio: cresce con l’aumento del livello d’istruzione, dal momento che è molto probabile che a titoli di studio più alti corrispondono anche salari più elevati, che consentono di pagare più agevolmente i servizi di cura dei bambini. Infatti, il tasso di occupazione di una madre con al massimo la licenza media diminuisce in modo drammatico dal 45% nel caso la lavoratrice abbia un figlio al 36,7% con la nascita del secondo figlio, al 26,4% con il terzo figlio e al 18,6% con quattro o più figli.

Anche per le madri diplomate il tasso di occupazione, spiega la ricerca, diminuisce drasticamente dal 64,6% (1 figlio) al 43,2% (4 figli e più). Per le laureate la nascita di uno o tre figli determina il fenomeno contrario perché aumenta il tasso di occupazione dal 79,8% all’81%, probabilmente, spiegano i consulenti del lavoro, perché aumenta il bisogno di un reddito da lavoro per far fronte all’incremento significativo delle spese per mantenere i figli, a fronte dell’aspettativa di una retribuzione elevata che copre queste spese.

Solo con 4 figli e oltre diminuisce leggermente il tasso di occupazione delle laureate. La differenza tra il tasso di occupazione delle donne con al massimo la licenza media e di quello delle laureate raddoppia, come è del resto atteso, con l’aumento del numero dei figli e delle spese per il loro mantenimento, da 34,9 a 54,6 punti percentuali.

E’ prioritario, di conseguenza, spiega l’indagine, ridurre il costo dei servizi di cura per l’infanzia attraverso agevolazioni fiscali e soprattutto con misure più ampie come quelle di welfare aziendale che prevedano la partecipazione ai costi da parte delle imprese, rivolte innanzitutto alle fasce di lavoratori con più bassi livelli d’istruzione e quindi di reddito. Solo 21 madri su 100 non lavorano e non cercano lavoro a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura dei bambini e degli anziani non autosufficienti.

Ma occorre osservare che delle circa 900 mila madri che sono inattive perché devono prendersi cura dei figli o di persone non autosufficienti, solo il 21% dichiara che non ha cercato lavoro perché nella zona in cui vive i servizi di supporto alla famiglia, compresi quelli a pagamento (baby-sitter e assistenti per anziani), sono assenti, inadeguati o troppo costosi e il 79% afferma che non ha cercato lavoro per altri motivi.

Di conseguenza, ‘solo’ circa 190 mila madri inattive potrebbero rientrare nel mercato del lavoro se i servizi per l’infanzia fossero più diffusi e meno costosi. Queste informazioni portano a concludere, spiega il rapporto, che la scelta di non cercare un’occupazione da parte della grande maggioranza delle madri inattive per motivi familiari è volontaria, anche se in alcuni casi condizionata da stereotipi di genere e da motivi culturali. Infatti, è emerso da alcuni studi che la decisione di non lavorare deriva anche dalla convinzione che la qualità dell’assistenza che può dedicare una madre ai figli non è comparabile con quella di un asilo o di una babysitter e, per quanto riguarda esclusivamente alcune etnie d’immigrati, dal confinamento del ruolo delle donne fra le mura domestiche.

Del resto, anche nel resto dell’Unione europea il 50% dei bambini sotto i tre anni è assistito dai genitori, e solo il 28% è affidato agli asili nido. L’influenza di motivi culturali nella decisione di non lavorare in presenza di figli dei figli emerge anche dall’analisi delle risposte delle donne per cittadinanza: il 77% delle madri italiane dichiara che non ha cercato lavoro per altri motivi, diversi da quelli dell’inadeguatezza dei sevizi di cura per l’infanzia e le persone non autosufficienti, ma una percentuale maggiore di 7 punti percentuali si registra tra madri immigrate extracomunitarie (84%) e, in misura minore, tra le straniere comunitarie (81%).

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