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Consulenti, per le donne pochi servizi di conciliazione

Consulenti, per le donne pochi servizi di conciliazione

Roma, 30 giu. (Labitalia) - Per promuovere l’occupazione femminile è prioritario ridurre il costo dei servizi di cura per l’infanzia, attraverso agevolazioni fiscali, e soprattutto con misure più ampie come quelle di welfare aziendale che prevedano la partecipazione ai costi da parte delle imprese. Con misure rivolte innanzitutto alle fasce di lavoratori con più bassi livelli d’istruzione e quindi di reddito. E’ la proposta che arriva dal rapporto ‘Famiglia, lavoro, gender gap: come le madri-lavoratrici conciliano i tempi’, realizzato dall’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro e pubblicato in occasione del Festival del lavoro 2016 che si apre oggi a Roma.

Come emerge dalla ricerca, il costo dei servizi sostitutivi del lavoro domestico, se superiore al salario atteso, rende non conveniente lavorare. Difatti, lo Stato non è in grado di fornire al cittadino un sistema completo di welfare che copra ogni esigenza determinata dal progressivo invecchiamento della popolazione e dalla maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, a causa dei sempre più stringenti vincoli di spesa.

Le imprese, con il welfare aziendale, spiegano i consulenti, possono contribuire in modo significativo a migliorare la vita privata e lavorativa dei propri dipendenti e a facilitare la conciliazione tra vita privata e professione, aumentando anche il benessere in azienda, riducendo l’assenteismo, incrementando la produttività e l’efficienza organizzativa e favorendo migliori relazioni sindacali.

Con la recente legge di stabilità 2016, è stata operata una profonda riforma delle norme fiscali, ricordano i consulenti, relative al welfare aziendale: le modifiche introdotte rappresentano un cambiamento di enorme portata, poiché non si applicano solo ai beni e servizi erogati in sostituzione totale o parziale del premio di produttività, ma a tutti i benefit di welfare aziendale offerti ai lavoratori, al fine di superare il limite della volontarietà, aggiornare e ampliare il paniere di servizi, favorire lo sviluppo di strumenti che facilitino la fruizione dei servizi.

Nel 2014, le prestazioni di welfare aziendale più diffuse, spiega il rapporto, sono i buoni pasto e la mensa aziendale: i ticket-restaurant sono ricevuti complessivamente da circa 2,4 milioni di lavoratori, pari al 14% del totale dei lavoratori dipendenti, con valori nettamente più bassi per le donne.

Le differenze di genere in valori assoluti dei percettori di buoni pasto sono spiegate dal minore numero di donne occupate rispetto agli uomini, mentre il gap delle incidenze percentuali possono essere messi in relazione alla minore diffusione di questo benefit nei settori economici più femminilizzati come l’istruzione (i professori non beneficiano dei ticket-restaurant), la sanità (i turnisti negli ospedali non ne hanno diritto) e la pubblica amministrazione (non ne hanno diritto gli impiegati pubblici che effettuano la sospensione del lavoro nell’ora del pranzo).

Le profonde differenze di genere sui buoni pasto, sottolineano i consulenti del lavoro, si rilevano anche analizzando il numero medio di ticket erogati in un mese (18,3 tra gli uomini e 16,6 tra le donne), mentre sono ovviamente minori in relazione valore medio del buono pasto (circa 6 euro): di conseguenza le lavoratrici percepiscono mediamente 99 euro al mese di buoni pasto e gli uomini 113 euro. Sicuramente incide su questo differenziale l’alta quota di part-time tra le lavoratrici, ma anche, tenendo conto che i buoni pasto sono attribuiti per giorno di presenza effettiva, le giornate di assenza delle donne per congedo parentale, per assistere i familiari disabili, per allattamento, ecc.

Oltre 1,7 milioni di lavoratori, spiega il rapporto, consumano i pasti nella mensa aziendale (10% del totale dei dipendenti), ancora una volta con una quota maggiore di uomini. Anche i cellulari sono appannaggio prevalentemente degli uomini, mentre una quota maggiore di lavoratrici beneficia dell’alloggio gratuito oppure a prezzo ridotto.

Il quinto benefit per numero di lavoratori che lo ricevono è il rimborso delle spese sanitarie, che interessa 246 mila lavoratori dipendenti (1,5% del totale), in maggioranza donne. Una maggiore quota di lavoratrici beneficia del rimborso delle spese per le bollette dell'abitazione privata (luce, gas, telefono fisso, ecc.) (1,2%, a fronte dello 0,6% tra gli uomini): i 145 beneficiari ricevono un rimborso molto elevato (3,2 mila euro), con valori maggiori tra le donne (3,7 mila euro, a fronte di 2,3 mila euro tra gli uomini).

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