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Randstad, italiani preoccupati per l'invecchiamento della forza lavoro

Milano, 25 lug. (Labitalia) - Gli italiani sono preoccupati per l'invecchiamento della forza lavoro, che nei prossimi anni può ridurre la popolazione attiva, mettere a rischio la pensione, pesare sulla spesa previdenziale e sanitaria, influire sulla produttività delle organizzazioni. Ma che - nella percezione dei dipendenti - può incidere negativamente sulla condizione degli stessi lavoratori over 55, in difficoltà con l'acquisizione di nuove competenze, oggetto di minori politiche attive rispetto ai giovani, con prospettive occupazionali poco ottimistiche nell'immediato prossimo futuro.

Sono alcuni dei risultati del Workmonitor, l'indagine sul mondo del lavoro svolta in 34 Paesi del mondo da Randstad, secondo operatore mondiale nei servizi per le risorse umane (interviste a minimo 400 lavoratori tra i 18 e i 65 anni per ciascun Paese), che nel secondo trimestre del 2016 ha analizzato la percezione dei dipendenti sulla longevità professionale.

Ben il 91% dei lavoratori in Italia (più di tutti al mondo), infatti, teme che l'età media sempre più alta della forza lavoro possa far diminuire la popolazione attiva. Ma non è l'unico timore. Per il successo dell'azienda, quasi tutti i dipendenti (l'83%) ritengono cruciale attirare nuovi giovani (18-30 anni), mentre solo il 52% giudica fondamentale trattenere i lavoratori over 55. Inoltre, sono più frequenti politiche attive aziendali per attirare lavoratori giovani (nel 63% dei casi) che per trattenere i più anziani (45%). E otto dipendenti su dieci ritiene più difficile per i lavoratori over 55 acquisire nuove competenze che consentano di stare al passo con l'aggiornamento professionale.

“I risultati del Workmonitor mostrano una certa tensione nel rapporto tra le diverse generazioni nel mercato del lavoro italiano. L'invecchiamento è visto soprattutto come una permanenza forzata nel mondo del lavoro che penalizza l’occupazione dei più giovani e condiziona in negativo le performance aziendali", commenta Marco Ceresa, ad di Randstad Italia.

"Ma di fronte a un fenomeno irreversibile come l'allungamento della vita dei lavoratori - sottolinea - è fondamentale affrontare la questione generazionale con la giusta ottica, senza esasperazioni, mettendo in campo politiche a sostegno dell’invecchiamento attivo. Azioni che garantiscano una buona occupazione ai lavoratori in età adulta, valorizzandone capacità e competenze, imparando a gestire l'esperienza come una risorsa e non un problema”.

Nel dettaglio, il 91% dei dipendenti italiani ritiene che l'invecchiamento della forza lavoro causerà una diminuzione della popolazione attiva. Riguardo a questa percezione, l'Italia è prima al mondo (media globale 68%), seguita da Cina (89%), Ungheria e Hong Kong (88%), Spagna (84%) e Polonia (83%). Il 52% degli italiani concorda che trattenere i lavoratori over 55 sia di fondamentale importanza per il successo dell'azienda (meno della media globale, pari al 56 %). Invece, l'83% pensa che a questo scopo sia cruciale attrarre giovani (più della media globale, pari al 78%).

Il 47% dei lavoratori ritiene che le prospettive di occupazione dei più anziani aumenteranno nei prossimi 5 anni (media globale 44%), mentre il 64% che cresceranno quelle dei giovani (meno della media, 69%). Pur se generalmente poco diffuse, le politiche attive in Italia privilegiano i più giovani. Il 45% dei dipendenti afferma che il datore di lavoro ha attivato azioni per attrarre e trattenere persone over 55, per il 62% l'ha fatto per attirare i lavoratori più giovani.

Per il 58% dei lavoratori italiani ridurre il divario di competenze tra i lavoratori è la priorità numero uno per il datore di lavoro, una percezione superiore alla media globale ed europea. E per il 72% il principale gap riguarda l'area Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), nove punti percentuali in più della media globale, in sesta posizione al mondo in compagnia della Spagna.

Molti lavoratori riconoscono anche che la differenza di conoscenze influisca pesantemente sulle performance dell'impresa: per il 66% dei dipendenti lo skill gap è un problema reale per il datore di lavoro (+5% rispetto alla media globale). Ma il 79% dei dipendenti italiani crede anche che per i lavoratori più anziani sia più difficile acquisire nuove competenze: in questa speciale classifica, l'Italia si posiziona ai primi posti al mondo, dopo Cina, Spagna, Hong Kong e Giappone.

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