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I nostri soldi

L'Inps non ci vuole dire
quanto prenderemo di pensione

L'esperto: se gli italiani già devastati dalla crisi, dalle tasse e dai fulmini di tempesta, conoscessero a quanto ammonterà la propria pensione verrebbe un colpo

L'Inps non ci vuole dire
quanto prenderemo di pensione

 

 

di Antonio Castro

Vorreste sapere quanto prenderete di pensione? Beh, mettetevi comodi ed attendete pazientemente di ricevere il primo cedolino dal vostro istituto previdenziale. Ieri il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha promesso che presto gli italiani conosceranno quanto hanno versato (il  30% della retribuzione media è costituito da contributi versati per un terzo circa dal dipendente e per 2/3 dal datore di lavoro), e quanto, grossomodo, prenderanno di pensione. 

A dir la verità è qualche anno (dal luglio 2009) che si cerca di far emergere questi conteggi facendo leva sull’esperienza dei virtuosi Paesi nordici. Da anni Svezia, Norvegia, Finlandia inviano periodicamente ai lavoratori una «busta arancione» che tiene conto dei versamenti effettuati, della rivalutazione e ipotizza l’importo dell’assegno a fine carriera. Ha assicurato ieri Mastrapasqua: «Speriamo e contiamo entro quest’anno, o i primi mesi dell’anno prossimo, di essere in grado di far fare a tutti il calcolo della pensione, che aiuterà tutti a capire quanto ha versato e quanto otterrà e a cominciarsi a confrontare con gli operatori della previdenza complementare».

Tralasciando la sfilza di riforme che hanno terremotato gli ultimi 4 lustri, abbiamo recuperato l’annuncio di un’identica iniziativa lanciata nel luglio 2009. Allora fu l’ex commissario straordinario dell’Inpdap (oggi confluito sotto l’Inps) Paolo Crescimbeni,  ad annunciare che «dal 1 gennaio 2010» a tutti i dipendenti pubblici sarebbe arrivata la busta arancione. Sono passati oltre 2 anni e della comunicazione sulla situazione contibutiva c’è soltanto il fac simile che siamo riusciti a recuperare. Nessuno l’ha mai vista la «busta arancione». Né ha potuto avere in mano una stima di quanto gli spetterà. 

Sul sito dell’Inps, cercando bene, si può recuperare un programma che aiuta a farsi un’idea. Non è proprio il massimo della semplicità e visto il pubblico a cui è riservato per arrivare in fondo alla simulazione (introducendo dati anagrafici, incarico, anzianità e reddito), ci vogliono doti di pazienza e una certa abilità tecnologica. Quando funziona...

Un esperto nazionale di calcoli attuariale - che preferisce mantenere l’anonimato visto che i committenti son tutti enti previdenziali - maliziosamente fa notare che l’iniziativa trasparenza probabilmente verrà rimandata «a dopo le elezioni», questo perché se gli italiani già devastati dalla crisi, dalle tasse e dai fulmini di tempesta, conoscessero a quanto ammonterà la propria pensione verrebbe un colpo, certo risolvendo in un attimo la sostenibilità economica degli enti previdenziali pubblici (ma non solo).

Abbiamo provato a simulare alcune ipotesi. Un giovane trentenne (dipendente privato),   un cinquantenne che non ha mai versato un contributo e finalmente viene assunto dallo Stato (ipotesi tutt’atro che remota visto il blocco del turnover), e un giovane manager sempre di 30 anni. Scorrendo le tabelle potete constatare che - quando va bene - l’assegno pensionistico arriva al 70% dell’ultimo stipendio. Considerando poi il caso del dirigente - e augurandogli di restare sempre al lavoro con una discreta crescita reddituale e una buona retribuzione (a fine carriera 140mila euro) - il manager, alle soglie dei 70 anni, porterà a casa come pensione appena il 33% dell’ultimo stipendio.

Una cosa sono le simulazioni che siti on line e giornali possono offrire. Altra cosa è leggere - su carta intestata dell’Inps - che l’assegno sarà da poveracci dopo aver lavorato una vita. E allora si capisce anche l’inciso di Mastrapasqua e quel sibillino «cominciarsi a confrontare con gli operatori della previdenza complementare». Solo il 25% degli italiani, ricorda inascoltato da anni l’Isvap, ha aderito ad un sistema (contrattuale o privato), di previdenza integrativa. Ma per rendere attraente il sistema i 5.164,27 euro di deducibilità fiscale annua non bastano. E poi i lavoratori, di mettere in un fondo il Trattamento di fine rapporto (senza potersene riappropriare), non ne vogliono sapere. Insomma, l’operazione trasparenza sulle pensioni rischia di rimanere nel libro dei sogni. Temendo forconi e rivolte di piazza. E poi a marzo si vota...

 

 

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Commenti all'articolo

  • liberoblog

    26 Novembre 2012 - 10:10

    C'è qualcuno ancora convinto di andare in pensione? L'INPS si regge su uno schema Ponzi, per pagare le pensioni si utilizzano i contributi di chi lavora: più pensionati e meno lavoratori ci sono, più è difficile reggere il giochetto. Un consiglio? Cercate in qualunque modo di riprendervi almeno una parte del TFR, perché la pensione integrativa farà giusto ridere: si stanno rubando anche le liquidazioni! Per chi non ci crede: http://www.rischiocalcolato.it/2012/10/il-grafico-del-giorno-la-spesa-pubblica-e-privata-per-pensioni-nel-2011.html

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