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Previdenza sotto assedio

La tua liquidazione:
ecco come salvarla

Conviene lasciare il Tfr in azienda o investirlo nei fondi pensione? Ecco i risultati delle nostre simulazioni: quando la previdenza complementare ti premia

La tua liquidazione:
ecco come salvarla

di Tobia De Stefano

Nel 2005 l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni si fece promotore di una campagna martellante sulla previdenza complementare. Il monito suonava così: signori e signore ricordatevi che a seguito della riforma Dini le nuove generazioni, in modo progressivo,  andranno in pensione con il metodo contributivo, in pratica con il passare degli anni i vostri assegni non saranno più calcolati sulla media degli stipendi degli ultimi mesi lavorati (retributivo). Quindi? Mentre fino a ieri venivano attribuiti assegni pensionistici pari anche al 90-95% della busta paga, da domani rischiate di non andare oltre il 50% di «tasso di sostituzione». E allora? Bisogna integrare, è necessario far decollare la previdenza complementare, per aggiungere un bottino di salvaguardia a quel magro 50%. E così il governo prese ad incentivare l’esodo del Tfr dalle imprese ai fondi pensione (dal primo gennaio 2007, intanto al Welfare era arrivato Damiano per il centrosinistra, scattarono i sei mesi in cui il lavoratore poteva decidere, esplicitamente, se lasciare il suo Tfr in azienda). Insomma, se mantenendo la liquidazione in azienda si aveva la sicurezza di maturare interessi pari all’1,5 più il 75% del tasso di inflazione annuo, il nuovo messaggio diventava: “rischiate”. Un rischio calcolato, perché i fondi pensione hanno dei paletti molto stringenti che non gli consentono di investire in prodotti speculativi, ma sempre di rischio si parla. Gli italiani risposero a macchia di leopardo. E le adesioni negli anni sono di certo aumentate, senza però mai raggiungere i numeri auspicati. Ma adesso il punto è un altro: conviene? Impossibile dare una risposta unica, ma confrontando i rendimenti degli ultimi anni i lettori potranno farsi un’idea. 

Prima simulazione
Elaborando i dati della Covip (l’authority sui fondi pensione) vediamo  che (la prima tabella partendo dall’alto) il dipendente privato che avesse spostato 2.000 mila euro in un fondo pensione negoziale, quelli istituiti da sindacati e imprese e riservati a specifiche categorie di lavoratori, a settembre del 2012 ne avrebbe accumulati 2.360, mentre chi avesse deciso di mantenerlo in azienda sarebbe a quota 2.409. Tutta colpa di quel maledetto 2008 che ha fatto registrare un rendimento dei fondi negativo del 6,3%. Non va meglio per i fondi aperti, istituiti da banche, Sgr, Sim e imprese di assicurazione e rivolti a tutti i lavoratori, che si fermano a 2.124 e per i nuovi Pip, forme pensionistiche complementari realizzate attraverso contratti di assicurazione sulla vita, strutturati in Unit Linked (gli importi versati sono investiti in uno o più fondi) che dal 2008 hanno reso in  negativo, tanto che i fantomatici 2.000 euro sarebbero diventati 1.873.

Questi calcoli dicono tutto? Non proprio, perché quando si parla di pensioni integrative i rendimenti svelano solo una parte della verità. E a sentire Sergio Corbello, il presidente di Assoprevidenza, neanche quella più importante: «Il confronto – spiega il numero uno del centro tecnico sui fondi pensione - è sbagliato perché non parliamo di realtà omogenee. Una cosa è il Tfr, un’altra una forma di risparmio realizzata, ad esempio, tramite un fondo comune, un’altra ancora un piano pensionistico complementare. Il primo problema è rispondere a questa domanda: mi servirà una seconda pensione o no? Se la risposta è positiva allora la scelta è obbligata: occorre aderire a un piano pensionistico complementare, buttarci dentro il Tfr, che ne è uno zoccolo finanziario fondamentale, il contributo del datore di lavoro e il proprio, nella misura più abbondante possibile. Quanto a risultati reddituali, le valutazioni vanno fatte nel lungo periodo: se si va a prendere il Previndai, il fondo pensione dei dirigenti industriali, si nota che, proprio nel lungo periodo, il Tfr lasciato in azienda, quanto a rendimento, è stato largamente battuto, ma in alcuni anni è stato addirittura doppiato. Insomma, la scelta è anzitutto previdenziale ma anche guardando i rendimenti la previdenza complementare è conveniente. Del resto con un’inflazione a due cifre, come quella di anni fa, il 75% dell’indice più l’1,5%, non protegge affatto dall’aumento dei prezzi».

Anche perché prima di fare i conti è necessario considerare che per il secondo pilastro previdenziale esistono alcuni vantaggi oggettivi. Il primo: se il lavoratore decide di versare dei contributi aggiuntivi nei fondi, il datore di lavoro (sempre che gli accordi collettivi lo prevedano) è obbligato a fare lo stesso: di solito il suo versamento varia tra l’1 e il 2% della retribuzione lorda. 

Parola ai chimici
A questo punto abbiamo chiesto a Fonchim, il fondo di chimici, farmaceutici e settori affini che conta su 151 mila aderenti un confronto (seconda tabella). Ne esce fuori che il lavoratore (stipendio vicino ai 50 mila euro lordi l’anno) che dal primo gennaio 2006 avesse investito 24 mila 18 euro di Tfr nel fondo di stabilità, grado di rischio medio che punta per il 70% in obbligazioni e il 30% in azioni, oggi se ne troverebbe 35 mila 324, mentre chi li ha lasciati in azienda supererebbe di poco quota 30 mila (30 mila e 82 euro). Motivo? Da un lato il miglior andamento del prodotto rispetto alla media del mercato calcolata dalla Covip (rendimento 2.662 euro contro i 1.954 del Tfr lasciato in azienda) e dall’altro il contributo aggiuntivo dell’impresa pari a 4.535 euro. Insomma, se ai 35 mila 324 togliamo i 4.535 aziendali resteremmo a quota 30 mila 789 che comunque supera i 30.082 del non aderente. Sia chiaro, non tutti i fondi hanno avuto gli stessi rendimenti positivi, ma il caso Fonchim è esemplificativo anche perché stiamo parlando di una tra le associazioni che ha più anni alle spalle nella gestione delle pensioni di secondo livello. Semmai si può eccepire sul salario della categoria. 

Meno balzelli
Cinquantamila euro sono tanti e allora ci viene in soccorso Fondenergia (riservato ai lavoratori delle aziende del  settore energia, petrolio e gas-acqua, circa 40.000 aderenti) che ha preparato un parallelo (il comparto, bilanciato, e la data della prima contribuzione sono gli stessi del primo esempio) per un dipendente che ha un reddito annuo di 35 mila euro lordi, aggiungendo i vantaggi fiscali. Che non sono pochi. I contributi versati in aggiunta al conferimento del Tfr, infatti, sono deducibili fino a 5.164,57 euro. Mentre per le prestazioni finali è prevista l’applicazione di una ritenuta del 15% che può però diminuire dello 0,3% ogni anno dopo il quindicesimo anno di partecipazione alla forma complementare  fino a un minimo del 9%. Ma non solo. Perché i rendimenti che man mano vengono accumulati scontano un’imposta dell’11% al posto del 20 di quasi tutti i prodotti del risparmio. Vediamo l’ultima tabella: sommando il contributo dell’aderente maggiorato da quello dell’azienda ai vantaggi fiscali (aliquota al 15 anziché al 23 e assenza di riliquidazione, cioè di un’ulteriore aliquota pari alla media della tassazione del lavoratore degli ultimi 5 anni) e ai rendimenti (da soli danno un surplus superiore ai duemila euro) si ottiene un vantaggio pari a 8.218 euro.  

Morale della favola? Non c’è una regola assoluta, emerge però che il versamento di un contributo aggiuntivo e il conseguente obbligo di fare altrettanto da parte del datore di lavoro fa la differenza. Poi c’è da aggiungere la fiscalità di vantaggio. Insomma, delle agevolazioni oggettive ci sono, poi starà al singolo lavoratore controllare i rendimenti del fondo al quale decide di aderire in un lasso temporale sufficientemente ampio. Perché, ed è bene ricordarlo sempre, Perché, è bene ricordarlo sempre, stiamo parlando di un prodotto previdenziale, non di un investimento «a breve».

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