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Scenari nefasti

Pensioni, come il Pil può alleggerire gli assegni

Pensioni, come il Pil può alleggerire gli assegni

Non solo riforme, Fornero e contributi di solidarietà. A prosciugare l'importo delle nostre pensioni ci si mette anche la non-crescita dell'Italia. Infatti la frenata del Pil blocca la crescita dei contributi dai quali otterremo le nostre pensioni. La rendita non riesce a stare dietro all'inflazione: questo si traduce in una perdita secca in termini di potere d'acquisto. Infatti il collegamento tra rivalutazione dei contributi accantonati e la crescita del Pil è uno dei meccanismi, pur tra quelli meno evidenti, della macchina previdenziale. Un meccanismo che però deve essere tenuto in considerazione.

Recessione - Come spiega il Corriere Economia, un dipendente che ha oggi 30 anni andrà in pensione a 67 anni e un mese. Il rappotro tra la sua pensione e la sua ultime retribuzione può arrivare al 71% se il Pil cresce del 2% in termini reali, ossia al netto dell'inflazione: un'ipotesi che, nell'Italia di oggi, appare decisamente poco probabile. Se invece, come succede ora, il Pil non aumentasse, la copertura si riduce del 49%, precipitando dunque di 22 punti percentuali. Divario pesante anche per gli autonomi: del 50% se l'economia è florida, mentre scende al 35% in caso di recessione. E la recessione è il quadro in cui naviga l'Italia negli ultimi anni: anche nel 2013 il Pil è diminuito dell'1,9%, dopo il tracollo di 2,5 punti percentuali segnato nel 2012. Dal 2000, ci sono stati quattro anni di recessione: 2008, 2009, 2012, 2013.

Rivalutazione - Tutto ciò ha un impatto sulle pensioni. I calcoli citati dal Corriere Economia sono stati realizzati da Progetica, società di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria. Si spiega che "insieme all'andamento della speranza di vita e alla dinamica di carriera, nel sistema contributivo la crescita economica rappresenta una delle tre variabili che incidono sul montante e quindi sulla pensione. E il contributivo interessa ormai la stragrande maggioranza dei lavoratori". Poi un altro fattore decisivo, la riforma Dini del 1995, che stabilì che il montante contributivo - ossia la cifra finale che viene convertita nell'assegno pensionistico - venga rivalutato in base alla media del Pil nei cinque anni precedente. Andrea Carbone, partner di Progetica, spiega: "Questo meccanismo attenua i picchi annuali, ma di fronte al -4,4% del 2009 non c'è media quinquennale che tenga. Dunque, a partire dalla media del 2010, che si basa sul quinquennio 2005-2009, i contributi vengono rivalutati meno dell'inflazione".

Gli esempi - Dunque le simulazioni, che mostrano che cosa accadrà se da oggi fino al giorno del pensionamento il Pil dovesse continuare ad essere quello di questi anni. Le conseguenze sul tasso di copertura (il rapporto tra pensione e l'ultimo reddito percepito) saranno più ampie con il diminuire dell'età e con l'allontanarsi dal pensionamento. Prendiamo tre scenari: con un Pil rispettivamente in crescita dello 0%, dell'1% e del 2%. Esempio: per un dipendente quarantenne si andrà dal 49% al 57% e al 66%. Per un cinquantenne dal 65% nel primo caso, al 70% nel secondo e al 76% per il terzo. Negli esempi l'età di pensionamento dei 30enni e 40enni è inferiore rispetto a quella dei 50enni: questo perché questi ultimi non ricadono integralmente nel sistema contributivo. Nel nuovo sistema, infatti, si può accedere alla pensione a 63 anni invece dei normali 66 necessari per il trattamento di vecchiaia.

Quanti soldi perdi - Le simulazioni proposte da Progetica mettono poi in evidenza il potenziale impatto sull'assegno pensionistico su cui grava l'acuta recessione 2008-2009 (-6,7%) e del biennio 2012-2013 (-4,4%). Il conto è salatissimo: per un dipendente 50enne con un reddito mensile di 2mila euro netti, il taglio rispetto all'assegno con un economia florida è di quasi cento euro. Una differenza che, se rapportata all'aspettativa media di vita al pensionamento, determina una riduzione complessiva di 24.900 euro. Quindi altri dati, in ordine sparso. Per chi ha oggi 30 anni e un lavoro dipendente, se il quadro restasse quello della recessione, a 67 anni e 1 mesi l'assegno mensile sarebbe di 1.403 euro, 22 euro in meno al mese rispetto a uno scenario senza recessione (per una perdita complessiva di 6.095 euro). Chi ha 40 anni perderebbe 73 euro al mese e, in totale, 19.342 euro. Per un autonomo di 30 anni, in un quadro di recessione, la perdita sarebbe di 16 euro al mese e 4.429 complessivi (sull'aspettativa di vita media); per un autonomo di 40 anni la perdita sarebbe di 52 euro al mese e in totale 13.669 euro; infine un 50enne, che perderebbe 69 euro al mese e complessivamente 17.533.

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Commenti all'articolo

  • mariomassioli

    03 Marzo 2014 - 15:03

    Sono ormai 4 anni , che il giornalista ,PAOLO BARNARD sta divulgando in italia la macroeconomiaME-MMT nel più assordante silenzio dei grandi media. Consiglio la visione dei convegni e varie conferenze. capirete il perchè ci trviamo nell'attuale situazione, cosa fare per uscirne

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  • milibe

    03 Marzo 2014 - 12:12

    per giorgio sono pienamente d'accordo con te, siamo in tanti a pensarla così perché non ne possiamo più e non ce la facciamo più. diciamolo questo BASTA ma tutti insieme uniti per non finire come il movimento dei forconi purtroppo

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  • grisostomo

    grisostomo

    03 Marzo 2014 - 12:12

    Costruire ghigliottine ed aspettare

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  • arwen

    03 Marzo 2014 - 12:12

    La grecizzazione dell'Italia è iniziata nel 2011 con il governo Monti e si è consolidata sotto la gestione Letta. Ora, con la gestione Renzi, niente di più di una riedizione del citato Letta, continueremo nell'attività di impoverimento delle famiglie e del paese. La svendita dei pezzi pregiati e delle municipalizzate porterà soldi nelle casse degli amici degli amici, mentre le spese della politica rimarranno inalterate, poco importa se qualche spicciolo finirà nelle buste paga, saranno solo un'elemosina insufficiente.

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