Cerca

L'intervista

Franco Tatò: "I corrotti si sono moltiplicati, ma temo più gli incompetenti"

Franco Tatò

Anche Romano Prodi non era così convinto dell’euro. Tanto che provò a fare slittare l’ingresso dell’Italia cercando un accordo con la Spagna che invece rifiutò. Parola di Franco Tatò (detto Franz perché è il manager italiano più amato dai tedeschi). Poi l’Italia entrò - dice Tatò in questa intervista a Libero (disponibile in alcuni estratti anche in video sul sito www.liberoquotidiano.it) - e buttò via la sua grande occasione dormendo sui vantaggi e finendo spalle al muro. È quell’arco di tempo che ripercorriamo con un uomo che negli anni ha guidato Mondadori, Olivetti, Fininvest, Rcs, Enel fino all’Istituto Treccani dove in modo un po’ brusco (che lui non ha ovviamente apprezzato) lo hanno fatto accomodare alla porta qualche settimana fa.

Oggi non c’è molta simpatia per la Germania. Sarà per questo che hanno mandato via Tatò dalla Treccani...
«Non credo sia questo il motivo. Menti sottili hanno architettato questa cosa che secondo me poteva essere fatta meglio, perché essendo in scadenza come consigliere, e piuttosto avanti negli anni... un colloquio amichevole risolve tante situazioni e non crea tensioni. La strada scelta - cambiare lo statuto - mi è sembrata gestita con i piedi...»

Per quale motivo l’hanno mandata via senza garbo?
«Non lo so. In questi 11 anni in cui ho lavorato alla Treccani mi sono occupato dell’azienda, credo in modo soddisfacente. In un periodo in cui l’editoria è in crisi, i giornali precipitano, anche i grandi editori soffrono di diminuzioni di ricavi a due cifre, e tutti quelli che facevano enciclopedie in Europa sono scomparsi, noi della Treccani facendo una politica editoriale abbastanza intelligente siamo riusciti a sopravvivere e a chiudere il 2013 con 52 milioni di ricavi e un milione di profitto...»

Lei si aspettava di essere ringraziato...
«Mi sarei aspettato un riconoscimento, almeno morale. Ma evidentemente c’erano altri interessi».
Tatò, lei ha una lunga carriera alle spalle. Che le importa oggi di polemizzare?
«Guardi, una delle cose che mi fanno piacere in questo momento - uno dei vantaggi dell’età - è sentirmi libero anche da un eccesso di rispetto del potere. Che poi non è un vero potere...»

Allora aveva ragione Silvio Berlusconi a dire che anche da capo del governo in Italia non si conta un fico secco...
«Berlusconi in alcune cose aveva anche ragione. Non sono molte, ma su alcune cose aveva ragione. Le ha forse presentate male le sue ragioni, forse c’era troppo coinvolgimento personale, invece di una valutazione obiettiva sui pericoli che correva il Paese in certe situazioni che per altro lui metteva in luce».

Kaiser Franz, lei si dà una spiegazione del sentimento anti-tedesco così diffuso anche in Italia? C’è stato un eccesso di Germania in questi anni?
«Ma che c’entra? Gli italiani sono italiani e i tedeschi sono tedeschi...»

Però noi prima di decidere qualsiasi cosa dobbiamo chiedere il permesso alla Ue, e lì il peso della Germania si sente...
«Conta anche l’Italia. Quanto vale un Paese lo stabiliscono le regole del gioco europeo. Pesa la Germania e pesa pure l’Italia. Io ritengo un cattivo segnale questo antigermanesimo diffuso. È un misto di invidia, di gelosia, di cattivi sentimenti. È come il razzismo: frutto di senso di inferiorità. Noi dovremmo imparare dalla Germania. Ci fanno paura i tedeschi perché sono bravi. E allora impariamo e diventiamo bravi anche noi».

Abbiamo stili di vita e problemi molto differenti. È la debolezza principale dell'area euro...
«Questo problema era presente fin dalla nascita dell’euro. Mi ricordo quando Romano Prodi volò a Madrid per convincere la Spagna a spostare almeno di un anno l’adesione all’euro. Gli spagnoli dissero di no, che volevano entrare subito. Ritengo che se avessimo avuto dodici mesi di buffer non sarebbe stato male. Penso che l’iniziativa di Prodi fosse giusta nelle sue motivazioni, ma tecnicamente non realizzabile».

Hanno provato molte ricette in questi anni, anche diversissime fra loro: Tremonti, Monti, Letta, Renzi. Ma nessuno riesce a trovare la soluzione...
«Non è che non riescono. Non vogliono. Se uno vuole fare una cosa - scusi - la fa. Senza offesa, Berlusconi è stato eletto sull’onda di un cambiamento. Aspiravamo alla nascita di una società liberale: privatizzazione dell’economia, liberalizzazioni... Non si è fatto una mazza».

Renzi è diverso dagli altri?
«Diverso lo è. Io non lo conosco, mai incontrato. Solo visto in tv. Diverso intanto perché è più giovane, poi certamente è una persona attiva, dinamica, molto ambiziosa e con obiettivi che persegue con grande determinazione. Però lo vedremo alla prova dei fatti».

Fa come San Tommaso: prima vedere, poi credere...
«Il rischio che non vengano realizzate le cose c’è. Anche perché l’opposizione al cambiamento, alle cosiddette riforme è fortissima. Lo si vede anche nelle imprese. È capitato anche a me in Treccani quando ho proposto di digitalizzare l’enciclopedia. Resistenze infinite perché pensavano che così avrei cannibalizzato il cartaceo, peraltro già cannibalizzato da Wikipedia».

Provi a spiegare lei cosa si deve fare in Italia. La conoscono come grande tagliatore. Da tre anni si parla solo di spending review...
«La fermo: di risparmi si può morire. Guardi che la mia fama di tagliatore è usurpata. È un abito che mi ha cucito addosso chi non vuole tagliare: lui è un tagliatore... Non ho mai sostenuto che bisogna fare dei tagli. Ma che bisogna risparmiare: dosare le risorse rispetto agli obiettivi. Non spendere di più di quel che si vuole raggiungere.»

Ha una soluzione per aiutare la crescita?
«Sulla crescita si sta facendo molta retorica. Lo sanno tutti qual è il motivo per cui non si cresce e le condizioni che dovrebbero esserci per crescere. Solo che sono difficili da realizzare e non tutti le vogliono».

Anche qui il fattore tempo conta...
«Sì. Non dimentichiamoci che viviamo in un Paese la cui capitale per due ore e mezza di pioggia va in tilt e si blocca. Volevo fare un tweet per dire "è la vendetta di Alfredo Romeo". Perché finché c’era Romeo che magari pagava le mazzette ma puliva i tombini l’acqua scorreva e Roma non finiva in tilt...»

Allora non c'è altra soluzione in Italia che pagare tangenti?
«No, non è necessario».

Però dopo avere visto Expo e Mose, sembra peggio dell'Italia di Tangentopoli, con un sistema più diffuso.
«Vero. La corruzione si è estesa dal settore pubblico a quello privato. Uscirne non sarà semplice».

Lei è stato per anni manager pubblico, anche all’Enel. Ha mai visto passare tangenti?
«All’Enel ho fatto una rigorosa politica di controllo sugli appalti sulle gare. Credo di essermi fatto molti nemici con quel rigore teutonico. Dopodiché ho lasciato l’Enel e scoperto che due miei collaboratori, che io non avrei mai sospettato, vengono processati per aver incassato delle tangenti. Non avrei mai pensato. La tangente fu peraltro pagata dalla Siemens. La cosa fantastica fu che pagarono per una gara che avevano già vinto. Secondo me volevano dividersi tutti i soldi».

Gliela fecero sotto il naso?
«Sì. Poi in Germania si è fatta un’epurazione storica alla Siemens».

I suoi collaboratori hanno preso tangenti perché lei li pagava troppo poco?
«Non credo, li ho presi attraverso una società di cacciatori di teste. Li pagavo cifre di mercato, assai più di quanto non paga oggi Matteo Renzi».

Non le piace quel tetto di 240 mila euro ai manager pubblici?
«Chi ha lavorato sul mercato non può accettare che vi siano dei tetti artificiali imposti dal potere politico. Altra cosa è per gli stipendi pubblici perché ci sono aziende totalmente dello Stato e offrono a chi le amministra molte garanzie. Nell’economia privata grande incertezza, grande remunerazione, nell’economia pubblica grande certezza, scarsa remunerazione: questa era la regola quando ho iniziato io. Oggi spesso questa regola si è capovolta. Ci sono momenti di emergenza, come forse l’attuale. Mettendomi nei panni di Renzi forse avrei preso la stessa decisione, per mettere un po’ di ordine. Ho faticato un po’ di più, ma ho capito anche la ratio della scelta di donne per la presidenza delle società pubbliche...».

Perché ha faticato a capire?
«Perché è stata una scelta che ha trascurato il tema della competenza. Però se l’obiettivo era di dare un messaggio politico - "più donne" - , questo è passato. Io non l’avrei fatto. All’Olivetti ho assunto Marisa Belisario. Ma non l’ho assunta perché era una donna. L’ho assunta perché era brava».

Mi dica tre nomi di imprenditori in Italia da prendere a modello, perché sono davvero bravi...
«Uno è Leonardo Del Vecchio. Potrei dire anche Diego Della Valle... Sono in conflitto di interessi perché siedo in Coesia, holding di Gdi (leader nella confezione di sigarette), ma anche Isabella Seragnoli è una grande imprenditrice. Guardi, imprenditori veri e bravi in Italia ci sono. Sono anche puliti».

Fiat no? Non le piace Sergio Marchionne?
«Tutt’altro: Marchionne è un manager eccezionale. Lo invidio per quello che è riuscito a fare...»

E Carlo De Benedetti non è un grande imprenditore?
«Se uno è grande o non è grande si vede dai numeri. Dicono "un grande risanatore". Rispondo: "dove sono le aziende che ha risanato? Che numeri fanno? Esistono ancora?". Lì c'è un caso clamoroso...»

Si riferisce a Sorgenia?
«No, no. Sorgenia è una cosa nata dopo. Stavo parlando dell’Olivetti. Il problema è solo quello: i numeri contano. Un grande imprenditore costruisce. Magari una piccola cosa. Ma grande nel suo significato».

intervista di Franco Bechis

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog