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Tassi usurai

Banche, come difendersi dalle furbate degli istituti

Banche, come difendersi dalle furbate degli istituti

Difendersi dai tassi usurari applicati da alcune banche si può. Non è semplice, perché è complicato il meccanismo utilizzato per camuffarli, ma si può. Ieri Libero ha pubblicato la testimonianza di Vincenzo Imperatore che attraverso il suo libro “Io so e ho le prove - Confessioni di un ex manager bancario” ha descritto con dovizia di particolari i metodi utilizzati da alcuni istituti di credito per incamerare più interessi di quanto sia lecito incassare. Dalle modifiche dei tassi decise uniteralmente e fatte digerire attraverso comunicazioni poco chiare, alle commissioni di massimo scoperto calcolate in modo creativo. «La banca è l’usurario più diffuso: usa i mutui, ipotecari o chirografari (senza alcuna garanzia reale), gli scoperti di conto corrente, i leasing», dice l’autore.

Bene, oggi riportiamo la storia di una società che è riuscita ad ottenere un’importante vittoria nei confronti, per ora, di una banca proprio sull’applicazione di tassi usurari che ne ha persino provocato la chiusura dei cancelli per bancarotta. Una prima vittoria che lascia comunque, tutto sommato, l’amaro in bocca.

È dal 1996 che la legge prevede un limite oltre il quale i tassi applicati da banche e finanziarie vengono considerati usurari. Ma i tempi biblici della nostra giustizia hanno fatto in modo che le sentenze di condanna verso quegli istituti considerati colpevoli arrivassero con tutta calma. Una di queste è datata 30/5/2014 e riguarda fatti risalenti dal 2001. Protagonisti, loro malgrado, un’azienda campana che operava nell’industria conserviera e attiva nell’import-export di prodotti alimentari e il suo titolare. Il tribunale di Salerno ha condannato a 1 anno e 2 mesi di reclusione il funzionario di una banca nazionale per aver applicato tassi usurari alla società, tassi che hanno portato come ultima conseguenza la chiusura dell’azienda.
«Si tratta di un tema delicato e il caso in questione è molto particolare», dice a Libero Francesco Leo della Kipling di Ostuni, società di consulenza che ha curato la difesa tecnica dell’imprenditore campano, «e non è certo possibile generalizzare. Sono tanti gli imprenditori che ritengono di aver dovuto pagare tassi usurari ma ogni caso fa storia a sé e va valutato con attenzione». La Kipling utilizza procedure informatiche proprietarie certificate che permettono di vivisezionare i tassi applicati.

La vicenda citata sopra coinvolge in realtà 12 istituti di credito. La sentenza di condanna mette un punto fermo sulla prima controversia e neanche quello finale. Ora infatti si andrà in sede civile per quantificare il risarcimento. L’importo complessivo oggetto della causa è di 12 milioni di euro mentre la richiesta di risarcimento è di 34 milioni.

Ma cosa ha scatenato la reazione dell’imprenditore campano, coinvolto anche a titolo personale perché, com’è uso nel Belpaese, per ottenere finanziamenti per la propria impresa ha dovuto dare garanzie familiari? Per poter lavorare ha avuto bisogno di ingenti finanziamenti che le 12 banche in questione hanno concesso. Con l’arrivo della crisi, gli istituti di credito hanno chiesto il rientro del debito mettendo l’imprenditore in condizione di non poterlo onorare. Le banche, a questo punto, chiedono e ottengono il fallimento della società. Ma grazie alla perizia tecnica, l’azienda e il suo titolare dimostrano come siano stati applicati tassi solo apparentemente legali. Attraverso complicati meccanismi di contabilizzazione e di applicazione di competenze, è risultato infatti che - parliamo dell’istituto il cui funzionario ha subito la condanna - gli interessi realmente applicati superavano la soglia dell’usura. Non solo. È stata proprio l’eccedenza tra il tasso usurario e quello legale a provocare il default della società (il titolare ha dovuto anche accendere mutui per pagare i debiti) e pertanto la sentenza di fallimento è stata poi revocata.

Ma l’interruzione “violenta” dell’attività di un’impresa è fatale in un’economia di mercato, così l’imprenditore ha dovuto alzare bandiera bianca. Addio azienda, addio posti di lavoro. Ora la sua priorità è quella di dimostrare che anche le altre 11 banche hanno applicato tassi così alti da provocare lo svuotamento delle casse societarie.

di Antonio Spampinato

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Commenti all'articolo

  • bonavia

    17 Ottobre 2014 - 06:06

    In un paese che ambisce dichiararsi civile, in galera ci dovrebbero andare non solo i vertici delle banche coinvolte ma anche chi aveva l'obbligo di controllare, la Banca d'Italia. Passare in rassegna chi erano quelli sulla plancia di comando si capisce adesso che - spinti con forza in Europa - siamo caduti dalla padella alla brace.

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