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Banche, il governo Renzi prepara la riforma di popolari, rurali e crediti cooperativi: l'ultimo assalto alla finanza cattolica

Banche, il governo Renzi prepara la riforma di popolari, rurali e crediti cooperativi: l'ultimo assalto alla finanza cattolica

Sale la tensione sulla riforma del credito cooperativo (Popolari e Bcc). Come prima conseguenza c’è la spaccatura del Pd. Un classico per questo partito sempre più simile alla vecchia Dc: un mosaico multicolore tenuto insieme dal collante del potere. Stavolta a rompere il fronte è Giuseppe Fioroni, esponente dell’ala cattolica. «Non si può cancellare la storia della finanza cattolica facendo un grave danno ai territori, alla piccola e media impresa ed alle famiglie - dice- Togliere una specificità del credito e della finanza italiana come le Bcc, le popolari e le banche locali significa ridurre le opportunità di credito per gli italiani, per le piccole aziende ed aumentare i profitti per i grandi gruppi e i poteri forti. Dobbiamo fermarci».

A fargli da sponda sono i sindacati preoccupati dal fatto che le fusioni annunciate da Renzi determineranno nuovi esuberi. Per un settore che già conta 12 mila eccedenze di personale non è proprio una bella notizia. Ma l’iniziativa del governo ha un significato più ampio. La riforma sarà portata in consiglio dei ministri martedì. Sul testo circolano solo indiscrezioni. La più radicale parla di uno tsunami: via il voto capitario (una testa un voto) e nessun tetto al possesso azionario. È un progetto di cui si parla da tempo, soprattutto per le pressioni della Banca d’Italia. Insomma non è un’emergenza e perciò non si capisce perchè il decreto. Dove sono i requisiti di necesssità e di urgenza? Fra l’altro il sistema del credito cooperativo ha radici profonde visto che le prime banche sono nate con l’Unità d’Italia. La loro cancellazione meriterebbe un dibattito più approfondito in Parlamento che non quello consentito da un decreto. Se non altro per rispetto alla loro storia e al contributo che hanno dato alla crescita di un economia tutta giocata su piccole e medie impresse. Ma c’è di più. Fra le ragioni esposte da Renzi per la riforma c’è la necessità di far arrivare più credito alle aziende. Su questo punto sbaglia clamorosamente.

Il sistema cooperativo, al riguardo, non ha nulla da farsi perdonare. Le sole Popolari negli anni della crisi hanno alzato il livello dei finanziamenti di 30 miliardi portando la loro quota di mercato dal 21,6 al 26%. Uno sforzo pagato con l’esplosione delle sofferenze. Per ricostituire il patrimonio non hanno chiesto contributi a nessuno. I soci solo quest’anno hanno effettuato aumenti di capitale per oltre cinque miliardi. E allora come spiegare la furia riformatrice di Renzi? La chiave di lettura l’ha data Fioroni. E’ in corso l’ultimo scontro fra quella che un tempo si chiamava finanza laica e la finanza cattolica di cui il sistema delle cooperative resta l’avamposto più solido. Un attacco che coinvolge anche le Fondazioni già colpite con l’obbligo di pagare più tasse sui dividendi. Una maniera persuasiva per spingerle a lasciare la presa sulle banche. Ora il siluro contro Popolari e Bcc. Trasformarle in spa significa renderle scalabili.

Considerando i vincoli che pesano sulle grandi banche italiane è immaginabile che l’incursione arriverà dall’estero. Difficile non vedere i fili del progetto. L’azzoppamento delle Fondazioni e la scomparsa del credito cooperativo fanno saltare i bastioni che difendono il risparmio degli italiani. Perchè? C’è una possibile spiegazione. Il decreto è in calendario per martedì. Giovedì il consiglio Bce deciderà sul le misure di stimolo monetario indispensabili alla ripresa. La Germania è contraria. Per Renzi avere un’economia in crescita è essenziale per la sua sopravvivenza. Un dubbio: e se il sacrificio di Fondazioni, Popolari e Bcc fosse la contropartita del governo per ottenere il via libera in Europa al quantitative easing?

di Nino Sunseri

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