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La bolla scoppia

Cina, perché lo "sboom" del Dragone fa paura all'Italia (e non solo)

Cina, perché lo "sboom" del Dragone fa paura all'Italia (e non solo)

Sarà senz'altro una coincidenza, ma è un fatto che il black out (il più lungo in assoluto) che ha fermato ieri alle 11,32, ora di New York, il principale listino di Wall Street, il Nyse, è avvenuto poche ore dopo la chiusura più drammatica delle Borse cinesi, in caduta libera ormai da quasi un mese con una perdita del 30% delle quotazioni che, in cifre, vale più di 3 mila miliardi di dollari (una volta e mezzo il prodotto interno lordo italiano). Sarà solo una combinazione, ma lo stop delle contrattazioni a New York, evento raro, ma addirittura unico per la durata del tilt, è stato preceduto da un editoriale del China Financial News, l'organo ufficiale dell'associazione delle banche cinesi, in cui si accusavano gli operatori Usa di avere prima fatto schizzare in alto i titoli per poi liquidarli allo scopo di «ostacolare le riforme economiche in Cina». Di qui ad ipotizzare un'incursione, a scopo dimostrativo, degli hacker di Stato che operano da un edificio di Shanghai distanti un pugno di chilometri dalla sede dello Stock Exchange di Pudong il passo è breve, anche se temerario.

Lasciamo da parte la fanta-finanza che serve però a dimostrare l'importanza (ed il pericolo) che si annida nello sboom di Shanghai e di Shenzhen, sede del Nasdaq cinese: ieri, mentre le blue chips del Drago (banche, PetroChina, i big della telefonia) accusavano perdite vicine all'8%, ben 1476 società, con una capitalizzazione di 2.800 miliardi di dollari (più della Borsa italiana, francese inglese, russa e messicana messe assieme) hanno semplicemente spento la spina. Ovvero chi ha cercato di vendere (o, meno facile, comprare) quei titoli, si è imbattuto in una scritta sul web: «Spiacenti, chiusi in attesa di importanti comunicazioni»). Un atteggiamento singolare agli occhi occidentali, così come è singolare il silenzio della Consob locale. Ma anche questa è la Cina, dove generali, manager e banchieri hanno ben chiara la lezione di Su Zhou, il fondatore della scienza militare tanto caro al presidente Mao: quando il nemico è troppo forte, evita la battaglia.

Per il sollievo, tra l' altro, di 93 milioni di azionisti novelli, avvicinatisi alla Borsa solo negli ultimi mesi (con la benedizione del partito) che hanno affidato i propri soldi alle finanziarie specializzate nei nuovi titoli: più di 200, spuntate come i funghi e che hanno consentito ai clienti di indebitarsi fino al collo per scommettere di più: con parole povere, se hai versato mille yuan potrai comprare nuovi titoli per almeno duemila yuan o anche più.

Chiusi i cordoni della Borsa, a rischio tracollo, il giocattolo si è rivoltato, come sempre accade nelle Bolle. Senza che i giganteschi interventi di Pechino abbiano, per ora, fermato la frana che ha giù divorato più di 30 miliardi di dollari in acquisti da parte della mano pubblica: la logica dei mercati, scoprono i vertici del Paese, non obbediscono al Partito. Di qui i sospetti dei banchieri cinesi, per la verità assurdi. Tutti i banchieri e gli operatori Usa hanno lanciato un segnale d' allarme: la crisi della Cina è ben più pericolosa della Grecia. Anche per noi?

Probabilmente sì, visto il peso che la Cina ha, sia come produttore che consumatore, nell' economia globale. In particolare:

1) La frenata della Borsa cinese si è già riflessa sui prezzi del petrolio, in calo, così come sul rame (-5%) e sul ferro (-8%). Il crollo è una pessima notizia per il Brasile, il principale fornitore di metalli della Cina. Ma di rimbalzo colpisce anche Fiat Chrysler, in crisi di vendite nel Paese carioca in cui è leader.
2) Calano, per la prima volta da cinque anni, le vendite di auto (-3,2%), con conseguenze immediate sui titoli dei colossi tedeschi Bmw, Mercedes e Volkswagen.
3) L' impatto maggiore per il made in Italy tocca le griffe del lusso, a partire da Ferragamo e Tod' s, ma l' elenco rischia di allungarsi. Altro che Grecia.

di Ugo Bertone

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Commenti all'articolo

  • allianz

    09 Luglio 2015 - 23:11

    fanta-finanza?La Cina lavora su ordinazione,non a caso sono presenti sul territorio cinese grosse aziende estere.Il 75 della produzione di accaio(scadente)rimane nell'edilizia.In Cna vengono costruite grandi citta da milioni di abitanti e nessuno compra perchè non ci sono i soldi per acquistare.Quanto può andare avanti un paese in qeste condizioni?

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  • marco53

    09 Luglio 2015 - 19:07

    Chi se ne frega!

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