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Goldman Sachs prevede: "Petrolio a 20 dollari". I Paesi che finiranno in ginocchio

Goldman Sachs prevede:

Venti dollari al barile. Secondo Goldman Sachs si fermerà solo lì la frana del petrolio. «L’offerta di greggio - spiega la banca d’affari - è ancora più alta di quel che avevamo previsto». Di qui un nuovo taglio delle previsioni che, dati i precedenti, va preso con il beneficio del dubbio: la stessa Goldman Sachs in passato ha scommesso su un rialzo del greggio fino a 200 dollari al barile.

Ma non mancano certo i segnali della frana delle quotazioni dell’oro nero: i depositi di greggio dell’agenzia internazionale dell’energia viaggiano su livelli superiori di 2,4 milioni di barili al giorno sopra un anno fa con la prospettiva di mantenersi sui massimi almeno fino a metà 2016, di riflesso alla crisi dei grandi consumatori asiatici, Cina in testa.

LO SHALE GAS
A supportare questa tesi contribuisce la tenuta dei livelli di produzione dello shale gas Usa, che finora ha retto all’offensiva dell’Arabia Saudita. Certo, il pressing di Ryad è destinato ad avere effetto: nel 2016, secondo gli esperti Iea, i bassi livelli di prezzo obbligheranno la Russia, i produttori del mare del Nord e, non meno importanti, gli impianti texani di Eagle Ford a rallentare l’attività d’estrazione, ormai in perdita. Prepariamoci, e la previsione si rivelerà esatta, ad un’inversione di tendenza, in cui per ora credono in pochi. Non solo Goldman Sachs.

Prevede nuovi ribassi, ad esempio, uno dei più fortunati operatori del settore: Pierre Andurand, 38 anni appena compiuti, che nel 2014 ha realizzato, con il suo fondo hedge, un guadagno superiore al 50%. «Ci vorrà tempo - dichiara dal suo ufficio londinese di fronte ad Harrods - perché il mercato si stabilizzi: ci sarà comunque un surplus di offerta per tutto il 2016 ed una parte del 2017- I prezzi bassi sono l’unico modo efficace per riequilibrare il rapporto tra domanda ed offerta. Ma ci vorrà tempo e pazienza».
Nel frattempo, dice Andurand (ex campione di nuoto e grande appassionato d kickboxing), i prezzi scenderanno ancora. «Credo che il Wti, il greggio americano, possa arrivare a 25 dollari al barile. Il Brent europeo, si fermerà un po’ più in alto. Diciamo intorno ai 30 dollari».

Non è detto che le cose vadano proprio così. Secondo lo Iea, la diga eretta dai petrolieri texani sembra sul punto di cedere: dopo esser salita fino a 1,7 milioni di barili al giorno nel 2014, la produzione dei paesi non Opec potrebbe ridursi l’anno prossimo di mezzo milione di barili, il taglio più rilevante degli ultimi vent’anni, sotto la pressione dell’offerta saudita, spinta ai massimi anche per intralciare il rientro sul mercato del greggio iraniano. Fin qui la sfera di cristallo delle grandi banche d’affari che, per la verità, offrono un ventaglio di ipotesi sui prezzi, comunque in ribasso.

Al di là della giostra dei numeri, il futuro prevedibile depone per una bolletta petrolifera al ribasso. Senz’altro una buona notizia per i consumatori europei. Il calo dei prezzi della benzina ha senz’altro avuto un ruolo rilevante nella ripresa dei consumi italiani e nel rinnovo del parco vetture, anche se nel Bel Paese a guadagnare dal calo del greggio è soprattutto l’erario (oltre ai petrolieri). Più contrastato l’effetto sugli Usa: ai vantaggi per i consumatori si contrappongono le difficoltà dei produttori di shale oil. Ma anche nel Vecchio Continente il crollo del prezzo del greggio comporta anche cattive notizie. Sul fronte della battaglia contro la deflazione, innanzitutto, ma anche sul trend degli investimenti.

LE MATERIE PRIME
La frana del petrolio, che si accompagna ad una crisi non meno grave dei prezzi del rame e delle materie prime agricole (grano in testa) ha ormai messo in ginocchio alcuni nostri importanti clienti: prima la Russia, oggi il Brasile, già protagonista di un boom economico reso possibile dagli acquisti cinesi di ferro, cereali e dagli investimenti nel petrolio di mezzo mondo. Oggi, causa la crisi del colosso Petrobras, affondato sotto le inchieste per corruzione della magistratura, i bond del Paese sono precipitati a livello di spazzatura, con immediati riflessi su Telecom, Cnh e FiatChrysler. Insomma, il crollo del petrolio è, per noi, un’opportunità. Ma anche un segnale inequivocabile dei malesseri dell’economia globale.

di Ugo Bertone

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Commenti all'articolo

  • filen

    filen

    12 Settembre 2015 - 16:04

    Sarà un opportunità per i nostri politici ma non per i cittadini penso siamo l unico paese che quando il petrolio al barile scende il nostro governo cosa fa aumenta le accise visto che il costo di un litro di benzina ha il 70% di tasse

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