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Scandalo Volkswagen, ora vogliamo la multa di Bruxelles

Scandalo Bruxelles, ora vogliamo la multa di Bruxelles

Quella della Volkswagen è una partita da giocarsi nel campo europeo. Non è una faccenda nazionale, per (almeno) tre ordini di ragioni. Che dovrebbero suggerire alla Germania una via d’uscita: chiedere che sia europea la commissione d’inchiesta.
Truccare le rilevazioni delle emissioni inquinanti di un motore discende dall’avere preso l’impegno di tenerle entro certi limiti. Impegno che a sua volta discende dai danni che quelle emissioni recherebbero all’ambiente. La Germania, ed è la prima ragione per cui la faccenda è europea, ha molto puntato su questo settore, che potremmo genericamente denominare «ecologico». Non in modo lineare.

Per dirne una: hanno annunciato due volte la chiusura delle loro centrali nucleari, che sono ancora lì, nel mentre la metà della loro produzione elettrica si deve al carbone (costando alle loro imprese assai meno che alle nostre), nel frattempo, però, premono per la crescita delle fonti rinnovabili, vendendo pannelli e pale a quanti abboccano. Fra i quali noi, che finanziamo il tutto a spese del contribuente e del cittadino che paga le bollette. Quei limiti all’inquinamento (che gli statunitensi recalcitrarono ad accettare, sì che oggi non soffrono di certo nel prendere in castagna chi li esaltava) sono un costo e, al tempo stesso, una specie di fiscal compact ambientale, nel senso che sono fissati, ma si sa che non possono essere rispettati. La questione è: non possono esistere limiti di serie A e di serie B e se si inchioda (non a torto) chi infrange quelli di bilancio non si può poi consentire che si aggirino scientemente gli altri.

Ma c’è un altro aspetto, di caratura europea: sono state proprio le imprese automobilistiche a premere sulla cancelliera affinché fosse disponibile nuova manodopera qualificata. Il presidente della Daimler disse agli azionisti che sarebbero andati a far selezioni nei campi profughi. Solo dopo Angela Merkel varò la svolta sui siriani. Ora che succede, se quelle imprese dovessero trovarsi nella condizione di avere meno immediato bisogno di manodopera? Le scelte unilaterali possono essere giuste o sbagliate, ma hanno il difetto di nuocere all’Unione, su cui poi non se ne dovrebbe riversare il costo. A noi italiani toccano gli hotspot, mestiere ingrato. Che si fa, ora che l’ufficio di collocamento tedesco potrebbe avere meno richieste?

Si tenga infine presente, ed è la terza ragione, che Volkswagen è una società partecipata dallo Stato. Il governo tedesco nega di avere saputo, ma non può negare d’avere in mano la golden share dell’imbroglio. Quello che hanno fatto non è un trucco al bilancio, qui hanno truccato il motore: è una scelta aziendale, nota e condivisa. A questo la Germania non può reagire come fece con Deutsche Bank, avviando in grandissimo ritardo un’indagine della Bundesbank (la loro banca centrale), che aveva il solo scopo di anticipare un possibile intervento della Bce. Deutsche Bank, manipolatrice dei tassi d’interesse, è stata salvata con fondi europei, datosi che s’era inguaiata assai con i titoli greci. E non erano i soli guai. Questa scena non deve ripetersi, perché sui controlli vale lo stesso ragionamento fatto per i limiti (o parametri): non possono essere dell’Unione quando fustigano gli uni e casalinghi quando coprono altri. E lo dico condividendo la severità tedesca nel condannare le spese pubbliche improduttive.

La Commissione ha il potere di sanzionare quanti violano i trattati e le regole Ue. Lo usi. Ne va della sua credibilità. Non ha base giuridica, invece, per condurre inchieste su un caso come quello Volkswagen. Siano i tedeschi a chiederlo, guadagnerebbero credibilità. I dolori della crisi e la forza economica e politica della Germania hanno risollevato (spesso ingiustificatamente) venti fetenti dal sottosuolo della storia. È un irresponsabile chi soffia, ma lo è anche chi s’ostina a ragionare di potenza nazionale in un contesto d’Unione. Questo guaio, che è grosso, offre un’occasione, altrettanto grossa: dimostrare che all’Europa i tedeschi credono non solo nell’avere, ma anche nel dare.

di Davide Giacalone

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Commenti all'articolo

  • gianni modena

    25 Settembre 2015 - 10:10

    no loro sono sempre puliti come I comunisti italiani che dopo tanti scandali dichiarano che il loro rubare ha una diversa moralita' .

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  • fofetto

    25 Settembre 2015 - 10:10

    Omertosi incalliti, manigoldI. Imbonitori da strapazzo. Quasi tutte le riviste mondiali del settore (compresa la ex Quattroruote) sono in mano a loro. Incantatori di allocchi.

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