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Il libro/ Affari di famiglia

La dura vita dei figli di papà

Il libro/ Affari di famiglia
La parola rampollo vuol dire germoglio, ma chissà perché a tutti fa venire in mente quel volatile un po' stordito che si cucina lento allo spiedo. Ai rampolli, intesi come figli di papà, è rivolta spesso la rabbia, e la frustrazione, delle persone "normali", quelle che per arrivare da qualche parte devono sudare le famose camicie. La casta, che sia politica o economico-finanziaria, ci fa innervosire: eccolo lì, quello meno preparato, alla guida di qualcosa per il solo fatto di portare un certo cognome. L'equazione "figlio di" uguale grosso pollo un po' inebetito dalla vita comoda e dagli agi, però, non sempre è vera. Lo dimostra la lettura del libro "Affari di Famiglia" del giornalista del Mondo, Filippo Astone (Longanesi, pp.363, 18,60 euro).

I figli di papà, dice Astone, non sono il male per forza: ci sono casi, vedi la carrozzeria Bertone, in cui le rampolle han fatto disastri, altri, vedi Alessandro Benetton, che alla sua azienda ha fatto solo del bene. I Caltagirone, i Colaninno, i De Benedetti, i Marzotto, i Marcegaglia, e altre importanti famiglie italiane, sono passate al setaccio: il passaggio di poteri tra patriarca e discendenza a volte è andato alla grande, altre volte è stato un flop. "Quando l'azienda italiana è considerata roba di famiglia, della quale disporre come meglio si crede, senza riguardi per nessuno", dice Astone, "di solito finisce male". La casta economica porta le aziende sull'orlo della disgrazia. "In Italia, l'83% delle imprese fa capo a dinastie imprenditoriali. In mano loro vi è il 50% dei grandi gruppi. Secondo altre stime, in Italia il 62% delle medie imprese quotate appartiene a famiglie, contro il 45% di Francia e Germania e il 10% degli Stati Uniti". Per questo è importante il tema della successione, e che il rampollo in questione sia economicamente ben educato.

Il rampollo buono: Lapo-
A testimonianza di chi, nonostante il cognome, ha trovato il modo di giocare in prima persona, Astone ha portato Lapo Elkann. Martedì il figlio di tanta famiglia, così chiacchierato in passato, ha mostrato di essere un grintoso sognatore in un incontro allo Iulm, l'Università della comunicazione di Milano. "Non mi sento rampollo", dice. "Io sono solo un azionista delle aziende di famiglia, non opero, non sono nei cda". In realtà Lapo fa parte coi fratelli dell'accomandita che controlla Exor, ora orfana di Susanna Agnelli. La quale Exor ha il controllo, in parte, di Fiat, Rcs, Juventus e Alpitur, solo per dirne alcune. Dopo i problemi degli anni scorsi, però, Lapo ha lasciato la parte "attiva" a John, e ha cercato la sua strada: "mi piacciono quelle di campagna, perché sono più difficili e meno scontate", dice. Per questo ha creato dal niente, con gli amici di sempre di cui è socio, un'impresa (la La srl) che punta tutto sul made in Italy, "2.0, cioé aperto al retail su web", e un'altra di comunicazione (Indipendent Ideas). Pensa a lanciare una nuova Vodka, con la I di Italia, e la Triennale in America, in Corea e in Cina. Punta sul marketing, e sulle nuove tecnologie. "L'Italia", dice nel libro, "è un Paese vecchissimo, con ragatele di collegamento fra poteri che sono molto solide. Geronti che si proteggono a vicenda. Alla minoranza che comanda non conviene affatto rompere queste ragnatele. L'innovazione fa paura". E, come dice Astone, "fa un po' impressione sentire queste parole da uno degli ultimi discendenti di una famiglia che proprio su queste ragantele di poteri ha costruito una parte significativa delle sue fortune". Ma Lapo lo sa: "Non posso che dire grazie al nonno di mio nonno. Io, però, sono Lapo. Non è tanto questione di look, quanto di modo di essere. Quel che conta è essere veri, perché la gente non si prende per i fondelli. Tutti abbiamo debolezze e punti di forza, e dobbiamo usare entambi al meglio". Poi finisce: "L'importante è non avere paura: paura di perdere la poltrona quando si dice la verità. Tanta gente in Italia è attaccata alla poltrona". E il coraggio di scrivere quel che pensa, Astone lo ha avuto: prova ne è il fatto che su internet il suo libro, intitolato "Tesoro di papà", figura tra i volumi in programmazione da Rizzoli. Però "non è disponibile", ed  lì senza copertina: la Rizzoli lo ha pagato e fatto prenotare dalle librerie. Ma poi, all'ultimo, non lo ha pubblicato. Il coraggio, alla fine, non è affare di tutti.

Albina Perri

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