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Consigli per i risparmi

Investimenti: azioni,obbligazioni e petrolio, dove mettere i nostri soldi da qui a Natale

Investimenti: azioni,obbligazioni e petrolio, dove mettere i nostri soldi da qui a Natale

La Federal Reserve prima fa sapere di non volere alzare i tassi d’interesse, poi la sua presidente Janet Yellen comunica che entro l’anno li aumenterà. Dopo arrivano i numeri dei nuovi occupati americani: crescono, sì, ma meno del previsto. I mercati, in altalena ormai da Ferragosto, ora si interrogano: a questo punto la Fed non aumenterà più i tassi? O, peggio, preparerà un altro Quantitative easing per sostenere la ripresa a stelle e striscie, che non è slanciata come dovrebbe causa un dollaro troppo forte sull’euro e le altre valute? Per dirla alla Vasco Rossi, «è tutto un equilibrio sopra la follia». L’unica cosa certa è che la finanza non sembra più vivere senza soldi facili, a tassi zero. E che il periodo iniziato dopo l’addio di Nixon alla convertibilità con l’oro (che ha consentito lo sviluppo del mercato obbligazionario) è finito. Questo gli Stati Uniti. E la Cina?

Pechino ha svalutato di poco lo yuan, che ricordiamo essere agganciato al dollaro, quasi in previsione di un rialzo dei tassi americani. Tutti hanno annunciato l’inizio di una nuova guerra valutaria, in realtà il governo cinese ha solo provato a mettere un piede nell’economia di mercato avanzata. Con l’obiettivo, dichiarato in mille modi, di trasformare il Paese: da Stato che tarocca e produce a basso costo di tutto a società di servizi, di consumi. E quando un elefante si muove, in cristalleria o no, fa sempre un po’ di casino.

Questi scenari macro sembrano però argomenti da grandi economisti. In realtà è proprio questa traslazione di pianeti finanziari che determina l’evoluzione dei nostri risparmi. Lo spiega bene il primo numero della newsletter di Banca Mediolanum al suo milione di clienti. «Nel lunedì nero del 1987 il Dow Jones perse il 22% in una sola seduta, i maggiori quotidiani italiani commentarono all’unisono “è peggio del '29”. Warren Buffett in un solo giorno perse 346 milioni di dollari - il 18% del suo patrimonio - senza battere ciglio visto che nella consueta lettera che scrive ogni anno agli azionisti della sua Berkshire Hathaway non fece cenno all’evento, anzi fu l’occasione per comprare altre azioni Coca Cola, le sue preferite. Solo 4 anni dopo Wall Street recuperò tutta la perdita, 10 anni dopo si era già rivalutato di 4 volte e le azioni Coca Cola da 2 dollari erano a 35. Pochi giorni prima di quel crollo, alla Fed era stato appena nominato il successore di Paul Volcker, il nuovo presidente era Alan Greenspan, il suo fu subito un battesimo di fuoco che affrontò con calma e fermezza con una dichiarazione a mercati aperti che recitava più o meno così: “al mercato sarà fornita tutta la liquidità necessaria finché l’emergenza non sarà terminata», parole importanti che portarono un’immediata quiete. Come possiamo notare le crisi finanziarie si ripetono costantemente”».

Mercati azionari - Niente panico, dunque... «I metodi per arginarle, oggi come allora, sono più o meno gli stessi. Purtroppo in queste fasi anche il comportamento della maggior parte dei risparmiatori si ripete, presi in ostaggio dalla paura purtroppo si vende precipitosamente e irrazionalmente per poi, una volta che il pericolo è passato, tornare a comprare quando i prezzi sono più alti.
Per scongiurare questa volta un simile errore - si legge nella newsletter di Banca Mediolanum - cerchiamo di ragionare e capire perché quello che stiamo vivendo non è un pericolo ma una grande occasione da cogliere. Bastano pochi e semplici numeri a spiegarlo: gli Usa si trovano ormai da 5 anni in una fase di crescita, una fermata o una correzione prima o poi doveva arrivare a maggior ragione in vista di un prossimo, storico rialzo dei tassi d’interesse. Situazione diversa e molto più favorevole in Europa dove i tassi, come promesso da Draghi, rimarranno ancorati allo zero ancora per lungo tempo, se a questo aggiungiamo che il livello degli indici è tornato ai livelli di inizio 2011 - quando l’euro rischiava il fallimento - e che ci troviamo con un prezzo del petrolio che vale circa la metà, con un euro che rispetto al dollaro ha subito una sensibile svalutazione e con la novità dell’anno, il Qe attuato da Mario Draghi, comprendiamo facilmente quanto quella attuale sia una situazione che ha tutte le caratteristiche per una nuova ripartenza economica e non l’inizio di una recessione», rivela la banca fondata di Ennio Doris.

Il discorso è ancora più favorevole per l’Italia. L’indice di Borsa è ancora fermo ai livelli del 2009 - post Lehman Brothers - e 2011 quando eravamo noi il bersaglio della speculazione. Oggi quei pericoli sono stati scongiurati, basti ricordare che i rendimenti dei nostri Btp sono intorno al 2% mentre allora si avvicinavano al 7%. Le azioni riprenderanno la marcia verso l’alto», è convinta Banca Mediolanum. «Un esempio su tutti forse può aiutarci a comprendere quanto sia importante questo momento. Il 25 agosto scorso, il giorno successivo all’ultimo lunedì nero, il colosso giapponese Mitsubishi ha lanciato un’offerta d’acquisto sulla nostra Del Clima dell'80% superiore al prezzo di mercato. Se si è disposti a fare offerte del genere vuol dire che le azioni sono a forte sconto e che il ciclo espansivo economico ha molto potenziale davanti per ulteriori rivalutazioni. Discorso un po' più articolato sui mercati emergenti dove la tempesta si è abbattuta con maggior vigore imponendo una cura dimagrante a società che sono tornate a sconto. Lo scoppio della bolla cinese ha annullato gli eccessi. I mercati emergenti, soprattutto quelli consumatori di materie prime oggi a prezzi in continua discesa, saranno ancora uno dei motori più importanti della ripresa e meritano un posto nel portafoglio. Oggi, rispetto alle crisi del passato, abbiamo imprese con una forte struttura finanziaria, le banche ristrutturate sono ben capitalizzate, la liquidità è molta e il credito abbondante».

Obbligazionario - «La domanda - continua l’istituto di Doris - che tutto il mondo finanziario si sta ponendo, soprattutto il 70% di questo mondo, ovvero i possessori di strumenti obbligazionari siano essi corporate o titoli di Stato, è quale sarà la prossima mossa della Fed. Proprio così, circa il 70% dei risparmi nel mondo è collocato nel reddito fisso, un afflusso di denaro che dopo 40 anni di rivalutazione ha portato i rendimenti dei Paesi principali - Usa, UK, Giappone ed Europa - a livello zero. Da un lato i prezzi delle obbligazioni possono ancora salire, dall'altro sotto lo zero c'è solo il rendimento negativo e lo si è visto sull'equivalente tedesco del nostro Btp. Solo questo dovrebbe farci capire l'irrazionalità del momento che stiamo vivendo. Il primo aumento dei tassi dopo ben 6 anni di tassi zero, un aumento che porterà ai possessori di reddito fisso una perdita. Cosa farà a questo punto il 70% degli investitori? Possiamo supporre sulla scorta dell’esperienza che alcuni manterranno la posizione accusando la perdita, altri venderanno tergiversando nell’indecisione, molti altri migreranno cercando soluzioni più remunerative nell’azionario. Se invece la Fed decide di non effettuare la stretta monetaria, questa in verità è l'ipotesi peggiore, un suo ulteriore tentennamento sarebbe dovuto esclusivamente dall'acuirsi della crisi cinese i cui effetti si manifesterebbero comunque sul reddito fisso. Dunque siamo di fronte a un’unica conclusione: il viaggio della rivalutazione del reddito fisso è ormai al termine. In modo oculato ma giocando d’anticipo è il caso di iniziare a vedere le alternative prima che l’occasione di mercato esaurisca tutto il suo potenziale».

Petrolio - Azioni, bond, Usa, Cina... petrolio. Cosa sta succendedo? «“Alla domanda dei media: non ha paura che la frenata americana possa travolgere i prezzi delle commodity?”, Jim Rogers rispose provocatoriamente: “Se vedessi Milano piena di pale eoliche e pannelli solari, o se si scoprisse il petrolio a Berlino, forse comincerei a preoccuparmi”. Era il 2007 e il petrolio si stava inerpicando verso i 150 dollari, cime che tutt’ora rimangono inviolate oltre che un lontanissimo ricordo per i consumatori. Persino Rogers, fondatore insieme a George Soros del Quantum Fund - il primo hedge fund al mondo- e ideatore dell’indice RICI® in cui il petrolio ha il peso maggiore, si è fatto abbagliare da quel volo pindarico che ha raggiunto il suo culmine nel 2008. Pazienza Goldman Sachs che fissò come obiettivo di prezzo per l'oro nero 200 dollari ma Rogers rilanciò addirittura a 300. Oggi il petrolio quota circa un terzo del valore rispetto a quei picchi, molti la vedono come una grande fonte di preoccupazione, se il petrolio cala vuol dire che i consumi sono bassi, se il petrolio cala i paesi produttori avranno minori entrate. Vero, ma la medaglia ha anche un’altra faccia, ed è quella - sostiene Banca Mediolanum - dei consumatori, per la prima volta dopo molti anni le leve del comando dai produttori di petrolio passeranno a quelli che della materia sono i fruitori».

«I pesi sulla bilancia mondiale finalmente cambiano. Finalmente - conclude la newsletter - perché questo spostamento di risorse andrà a tutto vantaggio di aree quali India, in parte Usa e soprattutto Europa e quindi Italia. Un petrolio in calo significa anche un’inflazione che rimane su livelli storicamente bassi, regalandoci un maggiore potere d'acquisto e rendendo più blanda e meno fastidiosa la risalita dei tassi d'interesse. Alla fine degli anni ’90 il petrolio crollò fino a 10 dollari: l’Italia riuscì a vivere una stagione con un Pil in espansione».

di Giuliano Zulin

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Commenti all'articolo

  • fraferra

    09 Ottobre 2015 - 15:03

    Questo articolo molto lungo parla parla, ma non dà un suggerimento pratico, con 3 righe, 3 esempi attuali!! Non serve a niente!!!!

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