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Il caso

La rivolta dei vip contro la Banca di Vicenza

La rivolta dei vip contro la Banca di Vicenza

«Il problema non è quando freghi la vecchietta, è quando freghi i ricchi…». Un noto avvocato vicentino - frodato, a suo parere - immerso nelle cose bancarie ci illustra quale sia, in questi giorni, il vero sentore d' apocalisse sul futuro della Banca Popolare di Vicenza, bubbone già scoppiato ma che minaccia ora un contagio di proporzioni imprevedibili.

La Popolare di Vicenza, 150 anni di vita radicati nel territorio, ha già sul groppone 100 denunce per i propri dirigenti in Toscana (comprese quelle per aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza) e almeno 800 al vaglio in Friuli. Ma la minaccia vera viene dagli azionisti vicentini, i quali hanno depositato un migliaio di reclami feroci che possono trasformarsi in azioni legali. E, da un paio di mesi, in modo quasi claustrale, frotte d' avvocati di due grandi studi milanesi prendono, al lunedì mattina, il loro bravo Frecciarossa destinazione Vicenza per convincere, uno per uno, porta a porta come i venditori Folletto, gli azionisti a desistere dai loro propositi bellicosi e, come si dice, «addivenire a un accordo».

Gli azionisti sono una maggioranza silenziosa di industriali e professionisti, soprattutto avvocati; anzi soprattutto un pugno di magistrati. Non la vecchina, non un branco di povericristi che si fida ciecamente dello sportellista che gli vende monnezza; ma clienti nobili, danarosi e spesso politicamente ammanicati. E, soprattutto con i magistrati, la perculata è sempre poco igienica. D' altronde, la Popolare in sede di vigilanza Bce aveva preso una bella botta, con l' operazione di aumento di capitale per 1 miliardo di euro finanziato, appunto, dai clienti «ricchi». «L' operazione è stata semplice: tu mi compri un milione di azioni della banca, e io ti do un milione di prestito; tu non ci perdi perché io, al momento giusto, troverò il modo di collocare le azioni sul mercato» ci racconta sempre il principe del foro, con toni bellicosi «per esempio trovando un compratore. Io ti garantisco non solo il rientro dell' investimento, ma anche un guadagno...». Tracce - perfino scritte - di quest' accordo stipulato con migliaia di correntisti, illustrano una certa consuetudine dell' istituto di credito. Ma la legge vieta alle società di finanziare coloro che acquistano quote di capitali.

Sicchè l' imprevisto è alle porte. L' Europa, di fatto, boccia l' operazione di cui sopra che non può essere affatto considerata «consolidamento di capitale»: e ritiene di non calcolare l' aumento del patrimonio, e mette la Popolare nella condizione imbarazzante di volere indietro i soldi dei prestiti. A fronte di clienti spiazzati, le cui azioni comprate dalla banca hanno perso almeno tra i 2/3 e i 3/4 del valore iniziale. «Il problema, le ripeto, è che l' operazione è stata fatta con i ricchi della città che ovviamente hanno agganci politici e legali abbastanza pericolosi per la banca. Così ora, mentre tutto, fortunamente, è concentrato su BancaEtruria, gli incaricati dal nuovo management di Iorio (dg della Pop, ndr) scovano i clienti pericolosi». E la maggioranza silenziosa, per ora, sta dando «risposte interlocutorie». Molti clienti «fanno la faccia truce», altri rifiutano subito qualsiasi soluzione di compromesso, altri ancora (pochi) accettano. Per quest' ultimi, la banca accarezza un piano di rientro rateale con possibilità di un piccolo sconto (del 15%-20%) sul dovuto «se le azioni registreranno perdite significative, ed è molto difficile che accada il contrario», spiega il legale.

Ma il timore generale è che qualche avvocato o magistrato spinga sul risarcimento milionario; le filiali passate al setaccio in Toscana sarebbero un buffetto al confronto. D' altronde molti, con la Popolare, sventolano anche il caso tirato fuori dall' Espresso sui soldi dei pedaggi dell' AutoBrennero usati per rastrellare azioni. «Nel 2014, questo mercato si è praticamente bloccato con migliaia di piccoli azionisti che non sono riusciti a vendere per mancanza di controparti in acquisto»; mentre l' Autostrada del Brennero, grande azionista, riuscì a fare trading per milioni in pochi mesi. Dalla Popolare alla A 22 arrivò, anche lì, la proposta di investire nei suoi titoli con garanzia di poterli rivendere, mesi dopo, allo stesso prezzo di acquisto con l' aggiunta di un premio.
E se clienti importanti come l' A22 ci hanno guadagnato, è possibile che altri soci «importanti» rientrino? Si chiedono i "ricchi". Che già sanno la risposta...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    17 Dicembre 2015 - 23:11

    industriali vicentini? NO quelli devono soldi (e non li hanno) alla Banca. Il regno della Lega e Liga Veneta ora è nei guai.

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