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Banca Etruria, associazione segreta

Le prove: si è servito di un massone. Papà Boschi, l'ultimo enorme guaio

Le prove: si è servito di un massone. Papà Boschi, l'ultimo enorme guaio

Banca Etruria e dintorni: l'affare, giorno dopo giorno, si ingrossa. La vicenda che coinvolge il padre di Maria Elena Boschi e lambisce il governo si arricchisce con le rivelazioni esclusive di Libero, che nell'articolo che vi proponiamo a firma di Giacomo Amadori spiega come l'allora ex vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi, alle spalle del Cda si era servito di un massone indagato per associazione segreta, contrabbando e truffa. Ma non è tutto: su Libero di domani, sabato 16 gennaio, vi proporremo altre rivelazioni esclusive sul caso di Banca Etruria, una vicenda i cui risvolti si fanno sempre più torbidi e complessi. Di seguito, l'articolo di Giacomo Amadori.

C'è un massone misterioso dietro alla vicenda della Banca Popolare dell'Etruria e alle decisioni dell'estate del 2014 dell'ex presidente Lorenzo Rosi e del vicepresidente Pier Luigi Boschi. Un personaggio su cui hanno acceso i fari due diverse procure, quella di Perugia e quella di Arezzo. In Umbria il suo nome è iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi, quella contro le associazioni segrete. In un fascicolo collegato è invece sotto inchiesta per contrabbando ed evasione fiscale mediante fatture inesistenti. L’uomo al centro dell’affaire è Valeriano Mureddu, ha 46 anni, origini sarde e padre pastore. La sua famiglia negli anni ’60 è emigrata a Rignano sull’Arno, il paese dei Renzi.

E qui sono iniziate le sue peripezie. Una vicenda personale che si intreccia indissolubilmente con la storia recente del nostro Paese e con i suoi nuovi protagonisti. Ma partiamo dalle indagini giudiziarie. A Perugia nel marzo del 2014 gli uomini dell’Agenzia delle dogane hanno denunciato tre imprenditori, poi saliti a cinque, compreso Mureddu, per una presunta evasione milionaria dell’Iva (si calcola che l’ammanco per le casse dello Stato potrebbe arrivare a 20 milioni di euro) legata a una cosiddetta frode carosello. La società cartiera era in Umbria, le altre due coinvolte in Toscana. I doganieri sequestrarono a Livorno 57 container pieni di polimeri (plastica) provenienti dall’Arabia Saudita e perquisirono Mureddu e i suoi presunti complici.

Qui ebbero la prima sorpresa. Infatti presso gli uffici della Geovision srl di Civitella in Val di Chiana (Arezzo) trovarono una stanza con una quarantina di dossier su persone e società varie, un’attività di spionaggio effettuata dalla Sia srl senza licenza e senza incarichi ufficiali dei clienti. Una specie di struttura investigativa parallela che ha suscitato più di un allarme negli inquirenti. Nel computer sequestrato presso l’agenzia è stata trovata una copiosa corrispondenza elettronica con indirizzi di un provider statunitense coperti da misteriose sigle. Il nome del dominio era “Aisii”, lo stesso dei nostri servizi segreti con una “i” in più. All’interno della corrispondenza un coacervo di report decontestualizzati su processi in corso, magistrati da fermare, notizie su movimenti e attività dei militari della Guardia di finanza e altre news apparentemente sensibili attualmente al vaglio degli inquirenti. Nello stesso pc i doganieri hanno trovato anche email indirizzate all’imprenditore sardo Flavio Carboni, attualmente sotto processo come ispiratore della cosiddetta loggia P3, e ai suoi famigliari. Tra i personaggi destinatari dei messaggi di posta anche un imprenditore campano già arrestato dalla procura di Napoli, un Gran maestro dell’ordine dei templari ed esponenti dell’Opus dei.

In Umbria nel frattempo le investigazioni per associazione segreta, avviate a settembre sul conto di diversi indagati (almeno cinque), procedono verso la scadenza del primo termine di sei mesi di indagini. Per verificare il contenuto dei dossier e della posta elettronica sono stati incaricate la Squadra mobile di Perugia e la Polizia postale. Contemporaneamente su Mureddu indaga anche la procura di Arezzo. L’uomo è stato segnalato alla Guardia di finanza per alcune sue intemperanze e per l’abitudine a spacciarsi come agente dei servizi segreti. Una versione che ha attirato l’attenzione sia dei nostri 007 che delle Fiamme gialle. Fatto sta che quando le Dogane hanno inviato nella città dell’oro per competenza territoriale le carte sull’evasione della Geovision, i finanzieri hanno avvertito i colleghi delle Dogane che sul conto di Mureddu erano già in corso indagini. Per questo nell’ottobre scorso il procuratore aretino Roberto Rossi e il comandante del nucleo di polizia tributaria Giuseppe Abbruzzese sono partiti alla volta di Perugia per incontrare gli inquirenti umbri. Nell’ufficio del dottor Giuseppe Petrazzini, titolare del fascicolo su Mureddu & c., si è parlato di questa presunta associazione segreta, senza scoprire troppo le carte. Alla fine i due uffici hanno preferito tenersi ben stretto il proprio fascicolo senza condividere le informazioni più riservate con i colleghi.

LE RELAZIONI
Ad Arezzo ogni domanda su Mureddu agita gli inquirenti e da questo atteggiamento si evince la delicatezza dell’attuale fase d’indagini. Forse per le amicizie altolocate dell’imprenditore di origine sarda o per i suoi vicini vip. Il più noto di questi è Tiziano Renzi, il babbo del premier. La famiglia Mureddu vive nella stessa frazione dei Renzi, località Torri, e anzi le rispettive abitazioni si trovano in fondo alla stessa stradina in mezzo ai campi. In passato Valeriano e Tiziano hanno anche condiviso qualche affare, scambiandosi diversi terreni. Ma Renzi non è il solo personaggio legato alla politica che Mureddu ha frequentato o conosce: l’uomo indagato per associazione segreta ha avuto rapporti pure con Sergio Tulliani, il suocero di Gianfranco Fini e insieme stavano progettando un affare ambizioso in Sardegna legato alle energie rinnovabili che tramontò nel 2010 dopo una pepata indiscrezione giornalistica firmata dal vicedirettore di Libero Franco Bechis. Un paio di anni prima Mureddu a Roma aveva conosciuto un personaggio noto pure a Tulliani, un incontro che gli ha cambiato la vita: in piazza Cola Di Rienzo, un amico comune gli ha presentato Flavio Carboni, sardo come lui, ma con un cognome ben più impegnativo. Quest’ultimo all’epoca è un imprenditore nel settore immobiliare, delle energie rinnovabili e delle materia prime, ma anche gran tessitore di rapporti. A tempo perso organizza convegni di magistrati e si interessa di appalti. Per i pm di Roma la sua attività è illegale e per questo nel 2010 lo arrestano insieme con altri due indagati con l’accusa di associazione per delinquere e violazione della legge Anselmi (gli stessi reati contestati oggi al suo “figlioccio” Mureddu).

Le logge più o meno segrete devono affascinare anche Valeriano che negli anni scorsi ha aderito all’Unione massonica di stretta osservanza iniziatica, una piccola obbedienza ben radicata in Sardegna. Da quel loro incontro romano il non ancora quarantenne Valeriano e il settantacinquenne Flavio instaurano un rapporto molto stretto e condividono anche qualche idea imprenditoriale, tra cui un business in Albania. Nelle mail sequestrate dai doganieri ci sono tracce di questi rapporti di lavoro, ma anche di un’affettuosa amicizia. Per esempio Mureddu spedisce via posta elettronica a casa Carboni una foto goliardica in cui è circondato da bellezze albanesi e in altri casi comunica con i famigliari di Carboni. Tra un affare e l’altro si arriva all’estate del 2014.
A maggio Lorenzo Rosi diventa presidente dell’Etruria e Pier Luigi Boschi vicepresidente. La figlia di quest’ultimo, Maria Elena, tre mesi prima è stata cooptata tra la sorpresa generale nel governo dell’amico Matteo Renzi diventandone ministro delle Riforme. Rosi e Boschi come prima mossa, per dare una svolta alla loro gestione, decidono di nominare un nuovo direttore generale per la banca che sostiuisca Luca Bronchi, inviso alla Banca d’Italia. In cuor loro sperano di trovare anche un qualche partner finanziario in grado di rimpinguare le casse asfittiche dell’istituto.

L’AIUTINO
Per portare a termine questo piano Boschi si rivolge a Mureddu che a sua volta chiede aiuto a Carboni. Questa ricostruzione è frutto di un’approfondita inchiesta giornalistica ed è stata confermata a Libero dagli stessi Mureddu e Carboni. Entrambi hanno ammesso di conoscere Boschi e di averlo aiutato in quel frangente, sebbene negli ultimi mesi, dopo il commissariamento della banca, i rapporti tra i tre si siano raffreddati. Però, nell’estate del 2014, il presunto fondatore della P3 si mette all’opera, anche se non può esporsi in prima persona vista la pesante condanna per il crac del Banco Ambrosiano. Per questo telefona all’amico Gianmario Ferramonti, imprenditore sessantaduenne e politico dalle mille vite con la passione per l’esoterismo e la massoneria.

Inizialmente Ferramonti suggerisce la candidatura del suo amico Fabio Arpe, fratello del più noto Matteo. Un nome che nel cda dell’Etruria suscita qualche levata di sopracciglio viste le numerose inchieste in cui è stato invischiato, uscendone, però, sempre assolto. La premiata ditta Carboni-Ferramonti per individuare il nome giusto si affida pure alla consulenza di Mauro Cervini e Riccardo Starace. Il primo è fondatore e amministratore di una società di servizi per piccole e medie imprese e consuente finanziario, il secondo è un imprenditore romano nel settore dei centri di riabilitazione. Carboni mette a disposizione il proprio ufficio di via Ludovisi, a due passi dall’ambasciata americana, per far incontrare Cervini, Starace, Mureddu, Boschi, Rosi e i candidati al posto di direttore generale, tra cui Gaetano Sannolo. Quest’ultimo, sponsorizzato da Starace, all’epoca è vicedirettore generale della Popolare di Frosinone e, negli stessi giorni, viene inserito nel cda della Sampdoria dal presidente Massimo Ferrero (altro conoscente di Carboni).

Durante la selezione due distinte fughe di notizie sui giornali economici bruciano sia il nome di Sannolo che quello di Arpe: «Boschi insisteva molto sul nome di Fabio, sosteneva che glielo avessero suggerito a Roma, ma io pensavo si riferisse alla Banca d’Italia. Non è mai stato chiaro sui nomi delle persone che incontrava nella Capitale. Ora ne capisco il motivo» ricorda una fonte di Libero, allora membro del cda dell’Etruria. Rosi e Boschi propongono al consiglio anche l’ingresso nella compagine sociale di alcuni fondi degli Emirati arabi, in particolare il qatarino Qvs e un altro di Dubai, tutte offerte concordate in via Ludovisi: «In un caso Rosi e Boschi dissero che avevano già fatto fare la due diligence e la cosa mi fece arrabbiare» ricorda il testimone di Libero, «Dopo aver approvato la trasformazione in spa vennero selezionati altri aspiranti partner, ma il presidente e Boschi tenevano nascosti i nomi al resto del cda con la scusa delle fughe di notizie». Nessuno poteva sospettare che quelle candidature nascessero, in parte, nell’ufficio romano del presunto fondatore della P3. Ora queste rivelazioni e le inchieste giudiziarie in corso potrebbero creare più di un imbarazzo al governo del duo Renzi-Boschi, i figli degli amici del massone dei misteri.

di Giacomo Amadori

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Commenti all'articolo

  • cane sciolto

    16 Gennaio 2016 - 22:10

    E si il mio Papà e persona seria, ha detto la Boschi, e chi lo mette in dubbio, io leggo i giornali e a quanto vedo i conti non tornano.

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  • Giumaz

    16 Gennaio 2016 - 12:12

    Ancora più dietro al dietro a tutto c'è un altro massone, tal Giorgio N.. Negli anni passati ha manovrato per far cadere il governo dell'epoca, prima con l'aiuto di un povero cretino di nome Gianfranco F, (poi scaricato nel cesso) in seguito con l'aiuto della massoneria finanziaria europea, per nominare 3 governi formati da ebeti e cretini da poter manovrare a piacimento.

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  • Satanasso

    16 Gennaio 2016 - 07:07

    Se il Popolo italiano avesse le palle costruirebbe campi di sterminio per massoni, mafiosi, immigrati e delinquenti oltre che per politicanti corrotti.

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