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Banche italiane, martedì il giorno del giudizio. Verso il massacro: quanto paghiamo

Dalle montagne di Davos fioccano le buone notizie per le banche italiane. E Piazza Affari, dopo la valanga che ha rischiato nei giorni scorsi di travolgere Monte Paschi (e non solo), già festeggia con un nuovo, robusto recupero dei titoli del credito, la fumata bianca per la Bad Bank. E si moltiplicano i report degli analisti per capire chi ci guadagnerà di più. L’accordo tra Italia e Unione Europea sul piano per lo smaltimento delle sofferenze, a giudicare dall’euforia dell’ultima ora, sembra infatti ormai solo questione di giorni: martedì a Bruxelles il commissario Ue Margrete Verstagen, la dama danese di ferro che negli ultimi mesi ha bocciato tutte le proposte italiane, vedrà Giancarlo Padoan. Potrebbe essere l’occasione per l’annuncio dell’intesa, anche se il ministro dell’Economia, anche lui come Mario Draghi in trasferta ieri a Davos, si è limitato a parlare di «nuove misure in arrivo per aiutare le banche a gestire i crediti anomali». Oltre alla Bad Bank sono in arrivo muove riforme delle procedure fallimentari in grado di ridurre i tempi di ripresa del possesso dei beni dati in pegno alle banche.

Stavolta la cornice sembra propizia. Grazie alla discesa in campo di Draghi che, per la verità, con la Bad Bank all’apparenza non c’entra, ma che è intervenuto con tutta la sua autorità per scacciare i fantasmi di un attacco all’Italia. Ieri, al Forum di Davos, il presidente della Bce, oltre a ribadire la volontà dell’istituto di Francoforte di usare «tutti gli strumenti» per fronteggiare la caduta dell’inflazione, ha speso parole energiche per sottolineare che «la Bce non farà nuove richieste all’Italia per misure sui crediti in sofferenza». Un tema su cui occorre procedere con i piedi di piombo perché «siamo i primi a sapere che il problema dei crediti deteriorati non può essere risolto in tutta fretta ma che è una questione che richiederà anni». Alla faccia dei falchi di Berlino e di Bruxelles e dei rumors falsi secondo i quali gli ispettori in arrivo da Francoforte avrebbero avuto il mandato di imporre immediate svalutazioni dei crediti in sofferenza.

Non resta, a questo punto, che attendere il sospirato accordo sui meccanismi per rimuovere il macigno dei 200 miliardi di sofferenze che pesano sulle banche italiane, ipoteca insostenibile contro la ripresa. Grazie a tante piccole bad bank perché la Commissione Europea ha bocciato il progetto originario di un unico strumento nazionale con una garanzia pubblica, giudicato un aiuto di Stato. La nuova proposta prevede così tante piccole Bad bank che, dopo aver acquisito i crediti in sofferenza o deteriorati, li impacchetteranno in obbligazioni da collocare sul mercato. Le obbligazioni dovrebbero essere di due tipi di bond. Il 20-30% delle emissioni dovrebbe essere composti da junior bond, il resto da senior bond, più sicuri dei primi perché avranno diritti di rimborso più solidi in caso di default dell’emittente. Inoltre, solo i senior bond potranno chiedere la garanzia dello Stato, il quale si farà pagare un prezzo in linea con le tariffe di mercato, come vuole la Ue.

Ma chi li emetterà? E a quali condizioni? Secondo l’agenzia Reuters il prezzo di cessione dei crediti in sofferenza sarà in media pari a circa il 20-30% del loro valore nominale. Gli analisti del Crédit Suisse hanno perciò ipotizzato: dato l’ammontare delle sofferenze (poco più di 200 miliardi) ed assumendo un taglio medio del 75%, per azzerare i non performing loans del sistema, ci potrebbero volere 37 miliardi, cifra a cui si arriva tenendo conto degli accantonamenti già effettuati dalle grandi banche (il 60-65% dell’ammontare) e dalle più piccole (il 40-50%).

Il dato, però, è assai approssimativo. Anche perché ogni istituto si muoverà per conto proprio. «Non è affatto detto - si legge nel report - che tutte le banche italiane partecipino al progetto bad bank né che vi trasferiscano l’intero loro portafoglio di sofferenze, per cui i numeri forniti devono essere considerati solo come un riferimento. In particolare saranno le banche più deboli, a partire da Mps, a dover fare pulizia presto e fino in fondo per riconquistare la fiducia del mercato (aggiungenso ai conti altri 2,8 miliardi di perdite). Sicuramente, avvertono gli analisti di Credit Suisse, «le banche con più alti non performing loans ratio, come Mps rischiano di essere pressate di più a scaricare i crediti deteriorati. Ma non aspettatevi che le banche con un bilancio più pulito, come Intesa San Paolo vi partecipino». Di sicuro l’opera di pulizia favorirà il processo di aggregazione, a partire dalle Popolari fino all’istituto di Siena che, secondo Matteo Renzi, dovrà trovare un partner entro pochi mesi: impresa senz’altro più facile con un bilancio più trasparente, senza scheletri nell’armadio.

di Ugo Bertone

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