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L'anima degli imprenditori

Paolo Pecora insegna come innovare mantenendo il cuore italiano

Paolo Pecora insegna come innovare mantenendo il cuore italiano

Paolo Pecora inizia da zero con camicie da donna di taglio maschile nel 1984. Il mondo della moda impazzisce subito per lui, quelle camicie da donna in stile inglese erano il must have prima del concetto stesso di must have.
Dopo 30 anni, il brand Paolo Pecora è venduto in 519 negozi in tutto il mondo, dalla Rinascente di Milano a Johannesburg, passando per Montréal, New York, Cina, Giappone. «Una crescita dettata dal concepire l’abito come un credo. Non abbiamo mai utilizzato una lira, anche perché non l’avevamo, per la comunicazione. La vera comunicazione è stata la qualità del prodotto», ci ha detto. L’eccellenza silenziosa Paolo Pecora ha un catalogo uomo, bambino, eau de parfum, home fragrance e - da questa primavera/estate - donna. In progetto, anche un vino. Estrema classe, qualità, filo e stile sono le parole chiave di una visione del vestire - ma non solo - che coniuga la tradizione ai nostri tempi.

Marcello Mastroianni ispira la collezione uomo primavera-estate. La tradizione italiana per lei non è solo fattura e materiali, ma anche un’idea estetica e culturale di eleganza tricolore.
«Sì. Prima dell’avvento della globalizzazione, era radicata la vera essenza di un proprio stile in ogni nazione sviluppata. In Italia, c’era un modus vivendi completamente diverso da quello odierno. Nei vecchi spettacoli televisivi c’erano un’eleganza, un portamento, un modo di fare... È stato come avere un collegamento con una tradizione e tutt’a un tratto staccarlo. Ci può essere sviluppo tecnologico nei materiali, ma il concetto alla base è la tradizione. La nostra piccola storia è legata a quella cultura sartoriale italiana che poi consente di intervenire anche su una semplice t-shirt facendola riconoscere come italiana».

Talvolta il grosso amore per l’identità italiana sfocia in una specie di xenofobia per cui tutto ciò che è italiano è perfetto, il resto, per esempio jeans o t-shirt americani, fanno schifo.
«Dagli americani c’è molto da imparare».

Anche loro hanno una storia, seppur più breve della nostra, e una tradizione.
«C’è sempre da imparare. In America c’è un mondo comfort, felpe, sneakers, jersey, denim. Materiali che arrivano dal Sud America, Perù, Costarica. Fare ricerca, respirare un’aria, innanzitutto newyorchese, molto differente da tutte le altre, dà stimoli, spunti».

Lei non va in America solo per studiare il concorrente americano: vende anche lì.
«Per noi il mercato fondamentale è l’Europa, e l’Italia. Da Bressanone a Marsala abbiamo clienti ovunque. All’America ci stiamo approcciando adesso. Hanno tempistiche completamente diverse. Si esce prima coi campionari, si consegna molto prima. Tutto il ciclo produttivo deve essere organizzato in modo che questo possa avvenire».

Spesso il dietro le quinte del prodotto finale e dei suoi percorsi è sconosciuto a noi semplici clienti. Lei è un cultore dei tessuti di qualità. Lana, lana Merinos, cotone, seta, cotone-seta.
«Sì. Ultimamente non usiamo più piuma d’oca. Dopo tutto quello che si è visto... Sono rimasto agghiacciato. Ci sono nuovi materiali tecnici di finta piuma, come il thermore, che scimmiottano la piuma anche a livello tattile, ma evitano quel processo sugli animali. Si dovrebbe cominciare a pensare di far qualcosa. Non è assolutamente un discorso contro l’azienda che ha sempre lavorato piuma d’oca. È un problema culturale. Storicamente, la piuma veniva utilizzata per le trapunte, i piumini d’alta quota. Ma settant’anni fa non eravamo sette miliardi come oggi e non servivano allevamenti specifici, non c’era uno sfruttamento continuo e costante per dare tutto a tutti».

Nella ricerca di materiali nuovi però alcuni bei brand, ricorrendo a materiali sintetici, sciupano anche delle ottime idee di moda. Lei fa il contrario. Porta tessuti e tagli classici in contatto col gusto contemporaneo.
«Noi facciamo, tra virgolette, classico contemporaneo. Non è il vecchio o il solito tradizionale. Abbiamo cambiato alcuni schemi. Sui volumi, innanzitutto. Siamo stati tra i primi a portare avanti volumi slim, molto stretti. E i primi a portare avanti tutto un concetto legato al filo. Col quale abbiamo sviluppato una maglieria che non è la classica maglia, intesa come scollo a V, girocollo e simili. Abbiamo riprodotto capi spalla anche iconici, ma in maglia. Sempre col filo, abbiamo sviluppato dei jersey, delle tele, degli interlock - un tessuto a maglia incrociata ottenuto con due serie di aghi che lavorano alternati su due fronture - che si potessero utilizzare per costruire abiti. Avevo un cliente che scoperto i miei abiti di jersey non riusciva più ad usare abiti con tessuto a navetta, li trovava scomodi».

Per tessere il jersey è necessario utilizzare telai nuovi o semplicemente si usa il filo di jersey in quelli da tessuto più rigido?
«Sono altri tipi di telai. Un nostro ex fornitore aveva dei telai tradizionali e utilizzava i fili di jersey anche per tessuti fantasia, tenendo i disegni biellesi canonici per giacche ed abiti. Purtroppo, alla fine venivano fuori dei prezzi troppo alti e ha portato i libri in Tribunale...».

Nel senso che ha chiuso?
«Sì... Molti imprenditori non ce la fanno. Non sempre promuovere un certo tipo di gusto, di storicità, oppure di innovazione in un prodotto storico, premia. I prezzi sono talmente alti che...».

Forse la clientela deve recuperare la consapevolezza che il prodotto di qualità costa un poco di più innanzitutto perché è costato di più realizzarlo. E realizzarlo in quel modo è anche una scelta culturale...
«Il problema alla base è quello della struttura industriale italiana. Costi e tasse che dobbiamo pagare. Un’azienda estera può avere a disposizione capitali per la comunicazione, per esempio. Una italiana non ce la fa e a volte non ce la fa nemmeno ad andare avanti. Lo Stato costringe a studiare meccanismi per evadere. È come un socio che non mi dà niente e guadagna più di me, che senza sapere niente del culo che mi sono fatto per 365 giorni, senza rischiare niente, arriva e mi porta via il 65% di quanto io ho prodotto. Io come tutti quanti gli imprenditori. Fin quando questa situazione non cambierà, l’Italia non ripartirà mai...».

Lo Stato è come un socio ladro.
«Noi italiani avremmo la possibilità di compiere un percorso commerciale veramente micidiale. Di diventare una potenza nel mondo. Chi arriva in Italia impazzisce per le nostre cose. Confrontate con altre, hanno un dna che non c’è altrove. Purtroppo, siamo le vittime di noi stessi... I contributi in Inghilterra sono del 18%, in Italia del 100%, uno stipendio mensile di 1500 € costa all’imprenditore 3200 € al mese. Tasse: in Inghilterra sono del 22%, in Italia dal 42 al 60%. Con due prodotti uguali, lei provi a pensare quanti soldi si trova in più a fine anno un imprenditore inglese rispetto a quello italiano».

Soldi in più che non sono solo guadagno, ma anche capitale da investire in azienda nell’anno successivo...
«Certo. Anche per le risorse umane. Il problema non è il consumatore finale che vuole spendere 380 euro per una giacca, che già sono dei bei soldini, invece che 560. Garantire qualità di un certo tipo può costare talmente tanto che l’imprenditore non ce la fa».

O se ce la fa è una grande fatica, un atto di coraggio, resistere per amore del proprio prodotto.
«È la voglia costante di crescere e migliorare, sempre. Io ho cercato di coinvolgere tutti i miei figli per una mia questione personale di mentalità, appunto, la tradizione. Mi sono sempre definito un prodotto onesto, un prodotto vero. Abbiamo sempre cercato il giusto balance price per offrire requisiti di qualità».

Gemma Gaetani

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