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La svolta sui mercati

Piazza Affari addio: verso la fusione. Nasce il "gigante", cambia la storia

Piazza Affari addio: verso la fusione. Nasce il

Le Borse non vivono certo un momento di splendore, come confermano i problemi che hanno frenato ieri la ripresa dei listini: la decisione della Cina di svalutare ulteriormente lo yuan, a conferma delle difficoltà dell'economia del Drago; la nuova discesa del petrolio, con cali del 4% sia per il Brent (33,3 dollari al barile) che per il Wti (31,8 dollari), dopo che il ministro del Petrolio dell'Arabia Saudita ha escluso tagli alla produzione, e il suo collega dell’Iran ha definito «ridicola» la proposta di congelare la produzione ai livelli di gennaio. Ma, si sa, le difficoltà aiutano la ricerca di soluzioni originali. E così non stupisce l’ultimo matrimonio tra giganti, ovvero la fusione tra eguali annunciata ieri tra le due più importanti Borse europee: il London Stock Exchange, che tra l’altro controlla la totalità delle azioni di Borsa Italiana, e Deutsche Boerse. I mercati hanno promosso senza esitazioni le nozze già tentate, senza successo, in passato: le azioni del partner tedesco sono salite dell’8%, quelle della City addirittura del 18%. E non sfugge che l’operazione cade in piena battaglia per il Brexit, la possibile frattura tra il Regno Unito e la Ue.

BOOMERANG TEDESCO
In questa chiave il deal è una chiara conferma del sentiment della City, decisa a tutelare la sua posizione di Borsa leader della finanza europea. Ma, come nota il Financial Times, le nozze sono un’ulteriore conferma dell’importanza crescente dei mercati mobiliari nei confronti delle banche: il prossimo futuro, tra veicoli di incagli e sofferenze o altri prodotti derivati in cerca di compratori prevede un ruolo sempre più strategico per i mercati rispetto al canale bancario.

Ma queste considerazioni non bastano a dissipare le preoccupazioni per la congiuntura finanziaria, parente stretta di una situazione economica a rischio. Ieri sono tornate a piovere sulle Borse europee le vendite, soprattutto sulle automobili (Fiat Chrysler, Volkswagen e Bmw hanno perduto poco meno del 3%), gli altri industriali e le banche. Il settore del credito resta il tallone d’Achille dei mercati. Secondo i grandi broker (ieri Crédit Suisse, lunedì Goldman Sachs), il ribasso dei titoli, a questo punto, è esagerato. «Le valutazioni - scrive la banca elvetica - riflettono il rischio al 50% di una prossima recessione, per ora non prevedibile». Ma le vendite continuano, sia sulle banche più importanti (Intesa e Unicredit -2,6%) che sui «promessi sposi», cioè Banco Popolare - 4,2% e Popolare di Milano -2,9%. Ma e cose vanno ancora peggio per gli istituti internazionali considerati più solidi, a partire da Deutsche Bank che ha patito ieri un nuovo tonfo del 3,6%. A questo punto c’è chi sospetta che il colosso del credito tedesco, azzoppato dai derivati e da altre partite a rischio, potrebbe essere costretto a ricorrere al bail in: un colpo fatale per la reputazione di Wolfgang Schaueble, il ministro delle Finanze che si è battuto per imporre le nuove regole per mettere in ginocchio gli istituti italiani e che potrebbe trovarsi alle prese con un boomerang velenoso, senza poter far ricorso agli aiuti di Stato.

LA CRISI DEL PETROLIO
Alla base del nervosismo generale resta comunque la crisi del petrolio. Il botta e risposta di ieri tra Iran e Arabia Saudita ha gelato le speranze di un accordo tra i grandi produttori per sostenere il prezzo del greggio. E così si profila il rischio di nuovi ribassi, anche al di sotto dei 30 dollari, un’eventualità che deprime le Borse e le banche. «Una caduta del prezzo del petrolio viene letta come un segnale della fragilità del Pil mondiale», spiega su La Voce Rony Hamaui che così prosegue: «La caduta del prezzo del greggio induce a ritenere che i grossi fondi sovrani debbano continuare a vendere attività finanziarie al fine di compensare i crescenti deficit dei bilanci pubblici dei paesi produttori». Si calcola che nei forzieri dei Fondi Sovrani, per lo più promossi dai produttori di petrolio per valorizzare le ricchezze accumulate, ci siano almeno 440 miliardi tra azioni, immobili e beni di varia natura, dalle squadre di calcio ai capolavori artistici. Un tesoro immenso che, se continuerà il calo del petrolio, potrebbe riversarsi sui mercati, come in parte è già avvenuto in queste settimane all'insegna della turbolenza.

di Ugo Bertone

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