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L'anima degli imprenditori

Tanto di cappello a Patrizia Fabri, che recupera l’antica arte italiana

Tanto di cappello a Patrizia Fabri, che recupera l’antica arte italiana

La storia di Patrizia Fabri, l’eccellenza silenziosa italiana del cappello, comincia quando lei, diciassettenne studentessa al liceo artistico, entra ad acquistare un cappello celeste, di paglia, un modello quasi da cowgirl, nella cappelleria di Via degli Scipioni a Roma condotta da Loris. Lo decora con renna ed altri accessori, lo indossa anche in vacanza. Un negoziante della località turistica glielo vede e gliene ordina 25 decorati esattamente uguali.

Così Patrizia principia una collaborazione con Loris (lui fa i cappelli, lei li decora), riversando il suo amore per l’architettura, che intanto ha cominciato a studiare all’università, in concezioni di cappelli sempre più tridimensionali che oggi, ancora più di allora, esprime in una «ricerca della purezza del cappello come fosse un modulo d’architettura».

Nel 2003, la cappelleria di Loris sta per chiudere. Patrizia assiste al dialogo tra la sorella di Loris e un designer milanese che compra alcune forme per trasformarle in lampade. Come a dare una «nuova vita» a qualcosa che, secondo Patrizia, ancora non ha affatto cessato la sua prima vita. Per lei, quelle forme sono un tesoro. Realizzate a mano dai formai, falegnami specializzati che dovevano conoscere anche la cappelleria: mentre oggi i cappelli industriali sono confezionati come i waffles, con presse che sfornano forme seriali e non permettono alcuna fantasia né manualità.

Patrizia capisce, dunque, che quella cappelleria, già sua nell’anima, deve diventarlo anche formalmente, e così sarà. Attualmente alla cappelleria di Via degli Scipioni, che Patrizia ha ribattezzato Antica Manifattura Cappelli, si è affiancata quella di Via dell’Oca.
Patrizia, coinvolgente ed appassionata enciclopedia vivente del cappello, forte della sua concezione a metà tra artigianalità e artisticità del cappello, ne è ormai la guru anche nella moda e nel teatro.

I cappelli Givenchy da torero dei ballerini di Madonna ai Brit Awards lo scorso anno? Realizzati (con le forme) da lei. Quelli della mostra in Cina di Roberto Capucci? Idem, quasi scolpendo strutture aerodinamiche che farebbero invidia all’architettura decostruttivista di Frank O. Gehry. Dall’Opera di Roma a Rocco Barocco, passando per le teste delle persone normali, dal cappello per un’occasione superbamente speciale a quello per tutti i giorni in feltro di lapin (o di visone, che Patrizia preferisce perché è molto più leggero), tutto lo scibile e l’immaginabile del copricapo da uomo e da donna può essere realizzato con eccellenza e tradizione insuperabili, oggi, soltanto da lei.

Come nasce la sua avventura imprenditoriale con la cappelleria di Via degli Scipioni?
«Il laboratorio venne fondato nel 1936 da una famiglia toscana, precisamente dal padre di Loris. Rilevandolo, nel 2003, rilevai un pezzo di Toscana e di storia del cappello. Quando diciamo “Toscana” intendiamo un livello di “cappello” e “made in Italy” che già nel Diciottesimo secolo era riconosciuto nella “paglia di Firenze”. Domenico Michelacci intuì che un certo tipo di grano, il marzuolo, era meno buono per la panificazione, ma ottimo per l’intreccio. Grazie a questa intuizione/invenzione, nacque la famosissima paglia di Firenze e tutte le nobildonne, compresa Maria Antonietta, e le cortigiane europee iniziarono ad acquistare i primi cappelli made in Italy».

Come mai, poi, il cappello diventa uno degli accessori più vituperato nel tempo?
«Non fu tanto, come riportano molti libri di storia della moda, a causa di Coco Chanel, che tagliando i capelli alla donna impose la cloche piccola. Le vere battute d’arresto furono una all’inizio del Ventesimo secolo, con l’avvento delle automobili, che prima erano scoperte (il cappello volava). Dopo, quando divennero coperte, ancora peggio: non si riusciva ad entrarci con un cappello largo. Una seconda battuta fu negli anni Settanta, quando si mise in crisi tutto quello che era istituzionale, e il cappello, che era un segno di identità e di identificazione fortissimo, venne anch’esso contestato».

Perché identificava anche un censo borghese?
«Se portavi il cappello eri una persona importante. Significava “rispetto”, “saluto”, aveva molti simbolismi. Prima, nessuno usciva senza. Si riconoscono le persone, e cosa fanno, anche attraverso il cappello. La corona, per esempio, è il simbolo più forte che viene posto sulla testa. Nel momento in cui si contestarono le istituzioni e chi aveva un ruolo alto nella società, così come volarono via i reggiseni, volarono i cappelli...».

E tutta l’attività produttiva che li riguardava…
«Sì. Negli anni Settanta venne meno non solo l’uso del cappello, ma la sua produzione e il suo indotto. Una cosa drammatica. In Francia, Chazelles-sur-Lyon, dove si producevano feltri, nel giro di pochissimi anni diventò una città fantasma».

La terza battuta d’arresto?
«In Italia, soprattutto, con l’obbligo del casco alla guida dei ciclomotori non si coprì più la testa col cappello. Era diventato quasi ridicolo. Nelle sfilate degli anni Novanta lo usavano come oggetto da provocazione, da “show”, non più perché ricco di dignità e valori».

Beh, il cappello ha una storia minore ma importante, anche all’interno della lingua. «Andare col cappello in mano», come Rockerduck, per intendere «elemosinare». «Chapeau», si dice, intendendo «Tanto di cappello!».
«Sì. Il cappello è l’accessorio più fantastico che ci sia. Per una donna, è il più sensuale. E non ha niente a che vedere con la sessualità, perché è un elemento di comunicazione e di apertura tra noi e gli altri. È posto sulla testa, che è il punto più importante: copre i nostri pensieri e incornicia il nostro volto. Parla di noi e della nostra relazione con gli altri».

Però per la donna può presentare anche un preciso aspetto di sensualità, penso al cappello con veletta che racchiude il viso in una rete, come le gambe nelle calze a rete o le mani nei guanti di pizzo...
«Mi raccontava l’unica modista presente nei libri di storia del costume - perché del cappello non si parla mai, ma quando se ne parla menzionano lei - che esistevano scuole per donne che insegnavano a sollevare la veletta. Io insegno in una scuola, nella prima lezione porto tantissimi cappelli. Chiedo: “Quale cappello conoscete?”. E mi rispondono: “Il borsalino”. Che è un modo improprio di chiamare il cappello, perché Borsalino è stato un marchio importante grazie al quale siamo stati conosciuti nel mondo e che ha realizzato vari modelli di cappello, ma tutti chiamano “borsalino” il cappello da uomo. Che comunque ha avuto molte meno varianti rispetto al cappello da donna».

Oltre a farli, lei indossa i cappelli?
«Bella domanda. Li portavo già da piccola, da giovane. Il cappello ti sta bene se ti ci senti bene, se ti piaci».

Gemma Gaetani

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