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L'anima degli imprenditori

Sandro Zara, il geniale veneziano che ha ridato vita al tabarro

Sandro Zara, il geniale veneziano che ha ridato vita al tabarro

Sandro Zara, l’imprenditore di Tabarrificio Veneto, ha il cognome identico al marchio di uno dei colossi mondiali dell’abbigliamento, ma non potrebbe essere più diverso. Mentre l’Italia faceva scivolare il ’68 in quel ’77 che avrebbe disintegrato pressoché ogni tradizione, compresa quella vestiaria, lui tirava fuori il tabarro dal dimenticatoio in cui era decaduto. Nell’opera Il tabarro di Giacomo Puccini, Michele dice alla moglie, riferendosi anche al figlioletto: «Vi raccoglievo insieme nel tabarro / come in una carezza». E: «Tutti quanti / portiamo un tabarro che asconde / qualche volta una gioia, qualche volta un dolore». Fuor di poesia, il tabarro, sorta di mantello prima del bottone (si chiude con un gancio) e della macchina per cucire (non ha bordo), impermeabile, è uno dei soprabiti più caldi che esistano. Oggi che la battaglia di Sandro per riportare in auge il mitico tabarro è vinta, sono in molti a copiarlo, spesso utilizzando stoffe inadeguate. Diciamolo: Sandro Zara sta al tabarro come Steve Jobs sta allo smartphone. Non ne esiste al mondo un maggiore esperto, uno che ne sia più innamorato e, se abbiamo potuto riscoprire cosa sia un tabarro e indossarlo come se fosse stato realizzato cinquecento anni fa, lo dobbiamo a lui. Fieramente veneziano di Mirano, Zara nel 2010 ha visto riconosciuto il suo lavoro anche dal presidente della Repubblica.

Ci racconta l’avventura imprenditoriale col tabarro dall’inizio?
«Avevo i due nonni che lo usavano. Conobbi mio papà molto tardi, sono figlio della guerra, sicché nella mia vita i nonni furono molto importanti. Uno aveva il tabarro a mezza ruota, l’altro, che era commerciante di cavalli, aveva la ruota intera. Da ciò capii che il censo era dato dalla ruota intera».

Come per la pelliccia: lunga costa più che corta.
«Esatto. Per fare il tabarro lungo ci vogliono sei metri di stoffa. Il tabarro del padrone era più lungo. Chi lavorava doveva, per ragioni pratiche, averlo più corto, era un “tabarrino”».

Continui col racconto.
«La passione mi nacque per questa ragione. Poi, perché di estrazione sono un tessile. Adoro i tessuti cardati, veri, grezzi, di una volta. Allora feci una ricerca. Del tabarro si era dimenticato l’uso e la memoria. Nei musei non si trovava più che tanto. Ti dicono come vestiva il Doge, la Dogessa, la nobildama».

Invece il tabarro era indossato anche dalla gente comune.
«Era la parte popolare che io conoscevo, in definitiva. Poi c’è anche una storia di mia passione, di mio studio. Cose che ho raccontato anche all’Università della Moda, tante curiosità che, pur essendo laureandi, non conoscevano. Una studente mi chiese perché il tabarro è prevalentemente scuro, al 90% infatti è nero».

Giusto, perché?
«Nei disegni del Canaletto di Venezia le gondole erano colorate e anche i paludamenti, così chiamavano i tabarri allora. Dopo la pestilenza di Venezia il Consiglio dei Dieci decretò che gondole e tabarri dovessero esser neri. In segno di lutto. Non perché fossero tanto di chiesa, i veneziani... Erano più mercanti. Ma, essendo mercanti, sapevano che bisognava andar d’accordo anche coi preti. La Curia giudicava che la pestilenza fosse un castigo del Signore. Venezia era la città con più case di appuntamenti del mondo, allora. Era una ruffianata che facevano i mercanti per ingraziarsi i preti: “Riconosciamo il peccato”».

Ha cominciato nel 1974. È andata bene da subito?
«No no no. All’inizio, assolutamente no. Era troppo presto. Era un indumento che ricordava un po’ la miseria, anche se è trasversale. Ce lo aveva il magistrato importante e ce lo aveva il brigante, la madre superiora e la donna di facili costumi. Non c’era indumento più trasversale del tabarro. Mio nonno, che faceva il mercante, viaggiava. Gli alberghi non erano riscaldati. Allora si metteva il tabarro come coperta. Il tabarro è un dinosauro dell’abbigliamento. Se è arrivato fino ai giorni nostri, è merito anche mio, perché l’ho ripreso con una volontà incredibile».

Affermerei con sicurezza che il merito è tutto suo!
«In un articolo la giornalista di moda Luciana Boccardi, viste tutte le sfilate, le mantelle e le mantelline, disse sì siete bravi, tuttavia io conosco un talentuoso veneziano che in tempi non sospetti e con coraggio propose il tabarro corto, lungo...».

Ne fu fiero?
«Mi fece estremamente piacere perché era vero. All’inizio mi davano del matto. Ma nel momento in cui anche giganti come Hermès e Vuitton lo fanno, ora, sono bello che sdoganato».

Qual è la differenza tra mantella e tabarro?
«La mantella nasce col tessuto in loden, un po’ più leggero. Trama a tela, uno a uno, ed è bordata. Il tabarro è un panno la cui armatura si chiama corda rotta, sarebbe un uno a uno e un due a due. Questo tipo di armatura che tiene insieme i fili ne consente il taglio vivo, vale a dire senza cuciture sul bordo. La mantella in loden sfilerebbe e quindi viene fatto il bordo. Il tessuto loden, poi, non era nostro, lo abbiamo conosciuto sotto l’occupazione austriaca. Si può dire mantello anche a un tabarro, ma noi del mestiere sappiamo che un tabarro è solo in taglio vivo. Alcuni che li copiano adesso li infighettano, ma il tabarro dev’essere crudo, un po’ cattivo. Io uso tessuti nobili, li compro a Biella da Loropiana. Di recente, ho riprodotto anche il tabarro del ’15-’18. Con una cooperativa di pastori dell’Alpago ho trovato queste lane che vanno sul lanificio Paoletti di Follina: in esclusiva per me ora fanno questo panno da 820 grammi con cui realizzo la copia autentica del tabarro del Regio Esercito della Grande Guerra».

Ci dica altro di questa splendida riproduzione.
«Lo faccio in un colore verde militare che si chiama “andata” e uno, più sbiadito, che si chiama “ritorno”».

Perché?
«Allora si tingeva vegetale, sicché chi tornava, i pochi che tornavano dalla guerra, dopo anni di pioggia, sole e neve, avevano un tabarro che non era più del colore di quando erano partiti».

Ha reintrodotto il tabarro e tutta la sua costellazione produttiva. Complimenti.
«In laboratorio siamo in undici. Nel 1974 o decidevo di produrre in Romania - non c’erano ancora i cinesi - o di copiare i giganti. Ma io dentro mi sento un gigante, far quello che facevano tutti non mi andava bene. Dissi: “O la va o la spacca. Ho un’idea e gioco tutte le carte qua. È la nostra venezianità, la nostra storia”. Ho coniato anche il termine “tabarrificio”. Ho un cliente dell’Accademia della Crusca che mi confermava che non esisteva. Prima, il tabarro lo cuciva la sartoria».

Il tabarro è anche per donna?
«Sì, in quel caso col cappuccio».

Clienti vip, tra i tanti, di cui è fiero?
«Lucio Dalla. Lo portava, anche nei concerti. Per lui lo facevamo un po’ più corto. Poi li comprava anche per regalarli. Diceva: “Da quando ti ho conosciuto non regalo più Montblanc, poi la appoggiano e non sanno più qual è la mia”. La moglie di Profumo indossò il mio tabarro alla prima della Scala. Intervistandola, le fecero notare che non aveva la pelliccia. Lei disse che l’aveva abbandonata e che aveva trovato questo artigiano che faceva il tabarro».

Quindi confermiamo che sia caldo come una pelliccia. Quanti ne realizza all’anno?
«Mille».

Gemma Gaetani

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