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10 investimenti a cui non hai pensato: la strada che porta alla ricchezza

10 investimenti a cui non hai pensato: la strada che porta alla ricchezza

I mercati emergenti sono come la musica classica. Li si apprezza solo quando li si conosce a fondo. «L'indice Msci Emerging Markets è cresciuto al 21% dal 21 gennaio, superando il rendimento dei titoli azionari globali dei Paesi sviluppati», sottolinea Morgan Harting, portfolio manager di Emerging Markets Multi-Asset Portfolio di AllianceBernstein. Non si tratta di aree facili, ma, dosate adeguatamente e con piccole percentuali all’interno di un portafoglio, possono dare le loro soddisfazioni.

«Gli emergenti sono un’ampia asset class, che presenta eterogeneità al suo interno. Se in comune a tutta l’asset class c'è infatti un premio al rischio - cioè un’aspettativa di performance - maggiore nel lungo termine rispetto ai Paesi Sviluppati, le prospettive e i rischi sono differenti tra le varie aree», spiega Raffaele Zenti, fondatore e responsabile del team di consulenza di Advise Only. «Perciò prima di tutto occorre chiedersi se si vuole un’esposizione all'intera asset class azionario emergenti, o a aree più limitate, ad esempio Asia, Emea, America Latina e via dicendo. In ogni caso», continua, «è bene diversificare il rischio, utilizzando strumenti di risparmio gestito come etf e fondi. Sono liquidi (l'investimento si può smobilizzare in qualunque momento) e non c'è rischio controparte (il patrimonio resta di proprietà dell'investitore). Attenzione ai costi commissionali: occorre guardare al Ter (Total expense ratio), che sintetizza i costi che gravano sul fondo e sull’Etf, generalmente più convenienti».

Del resto, ci sono motivazioni molto concrete per cui queste aree stanno dando i loro frutti. «Dopo un lungo periodo di incertezza nell’ultimo biennio, con l'inizio del 2016 i Paesi emergenti hanno costantemente fatto meglio dei Paesi sviluppati», sottolinea Corrado Cominotto, responsabile azionario di Banca Generali AM. «La rotazione sugli emerging markets è stata fortemente correlata a fattori come il prezzo del petrolio, il dollaro e le aspettative sui tassi di interesse americani. La stabilizzazione della Cina, con dati macroeconomici che confermano una crescita del pil fra il 6.5% ed il 7%, ha fornito un ulteriore supporto. Un investimento del 5-10% di un portafoglio azionario, tramite gestioni e fondi specializzati, potrebbe rappresentare un buono spunto per una diversificazione geografica». Quali scegliere, dunque?

«L’India potrebbe dare soddisfazioni (WisdomTree Emerging Markets Equity Income, Isin IE00BQQ3Q067)», spiega Bernardo Calini, consulente indipendente. «Il pil ha proseguito nel 2015 la sua crescita, superando la rivale Cina con una previsione di crescita per il 2016 tra il 7% e l'8%. Il deficit pubblico è sceso al 3,5% ed, essendo importatrice di petrolio, ha beneficiato certamente della discesa del prezzo negli ultimi mesi. Poi c'è il Brasile (Aberdeen Global Latam Equity Fund A2 Hedged, Isin: LU0566486667 oppure Nordea-1 Brazilian Equity Fund HB, Isin: LU0637293613). Dai massimi degli ultimi tre anni (febbraio 2013), il mercato azionario ha perso più del 55%, ma nei primi due mesi e mezzo del 2016 è cresciuto del 20%. Due colossi come Petrobras e Vale hanno toccato a dicembre 2015 i minimi degli ultimi 10 anni. Senza contare Taiwan (Spdr Msci Beyond Bric, Isin: IE00BCBJFC69), che ha una forte concentrazione in un settore, l’information technology, che è tra i più interessanti. E poi c'è l’Indonesia. Il Pil del 2015 è intorno al 4,7%. Il pacchetto di riforme del governo prevede l'avvio di grandi opere nel settore energetico e dei trasporti e l’attrazione di investimenti e capitali esteri». Ma ci sono anche Paesi da evitare.

«Siamo cauti nei confronti del Venezuela», dice Anthony Simond, investment manager di Aberdeen AM, «il Paese ricava la maggior parte delle sue entrate dal settore oil&gas, quindi il prezzo del petrolio a picco ha determinato difficoltà significative. Due dei sei membri del Gulf Cooperation Council hanno subito un downgrade da Moody’s di recente (Bahrein e Oman) mentre Kazakistan e i Paesi africani esportatori di petrolio è probabile che lo subiranno a breve. Anche il Sudafrica ha affrontato un downgrade quest'anno da S&P, dovuto al rallentamento della crescita e al livello di debito crescente».

di Gianluca Baldini

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