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Il governo batte cassa

Atlante, il fondo salva-banche? Il giallo: chi non ci mette i soldi

Atlante, il fondo salva-banche? Il giallo: chi non ci mette i soldi

Il fondo Atlante ha un problema: ha poche risorse ed è difficile trovare investitori da aggiungere ai 67 della prima ora. Non ci voleva molto a capirlo visto che la dotazione di 4,3 miliardi è già in larga parte ipotecata dagli aumenti di capitale di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Se poi Atlante dovrà caricarsi anche il miliardo di Banco Popolare e di qualche altra banca più piccola avrà fatto il pieno. Per andare avanti avrebbe bisogno di altri finanziatori ma, da quanto si capisce, non è proprio che ci sia la fila di pretendenti.

Che la situazione sia questa lo ha detto chiaramente Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol alla presentazione del piano industriale della compagnia che promette, nel 2018, un miliardo di dividendo e un utile compreso fra 1,4 e 1,6 miliardi.
Come spiega Cimbri l’investimento in Atlante è stato fatto per obbligo di sistema. «Non ci siamo incatenati davanti alla porta implorando “fateci entrare, fateci entrare, vogliamo investire nel fondo Atlante”,- sintetizzato in una battuta - abbiamo investito per carità di patria». Tanto più che Atlante «non è Nembo Kid». Potrà fare cose utili «ma non risolvere i problemi delle banche».

Atlante, nell’Odissea, viene descritto da Omero come uno dei pilastri del cielo. Nella sua trasposizione finanziaria appare invece piuttosto debole. La diagnosi della sua fragilità era emersa ben chiara in mattinata con un articolo sul Corriere della Sera in cui si notava l’assenza delle grandi firme straniere nella platea dei contributori. Gli unici a rispondere al governo sono stati i tedeschi di Allianz con 100 milioni: spiccioli per la più grande compagnia del mondo. Ma anche una scelta obbligata considerando che nella classifica internazionale del gruppo di Monaco in testa c’è la Germania e poi l’Italia. E le altre griffe della finanza?

Perché non ci sono Jp Morgan, Ubs, Citigroup, Barclays, Bnp Paribas, Commerzbank, Deutsche Bank, Hsbc, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America? Eppure sono banche che hanno fatto bei guadagni con il Tesoro. Sia sui titoli di Stato, sia con le privatizzazioni sia ancora con i contratti derivati che negli ultimi anni hanno arricchito i loro bilanci. Al momento, però, di dare una mano si sono tirati indietro. L’hanno fatto per avarizia o perché, a dispetto della melassa e dei discorsi ufficiali, non credono nell’Italia? «Di sicuro - avverte Federico Fubini sul Corriere - l’assenza delle banche estere è un messaggio. Ci fossero state, avrebbero segnalato con la loro presenza che la stabilità finanziaria italiana è un bene pubblico globale da tutelare».

E così toccherà ancora agli italiani doversela smazzare. Come spiega Cimbri: «Se ci saranno delle offerte da parte del fondo le valuteremo come facciamo sempre. Bisogna vedere le condizioni di rischio e rendimento».

Nel frattempo il capo di Unipol si è dichiarato disponibile a investire nel Banco Popolare dove ha una partecipazione del 2% a sostegno del contratto di bancassurance. «Abbiamo un ottimo feeling con il Banco Popolare e anche con i futuri amici di Bpm -ha spiegato - ci sono i presupposti per cui il rapporto possa proseguire, ma ad ora non c’è nulla». Forse l’assicuratore bolognese farà a Verona un lavoro di fiancheggiamento non diverso da quello di Mediobanca che si era proposta su Vicenza e ora si è dichiara pronta per Veneto Banca. Da qui, però, a tirare fuori dai guai il sistema bancario italiano c’è ancora strada da fare.

di Nino Sunseri

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