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La tassa nascosta sulla tua pensione: quanti soldi ti fregano (ogni mese)

La tassa nascosta sulla tua pensione: quanti soldi ti fregano (ogni mese)

Un miliardo 757 milioni di euro. Dal 2010 al 2016 (bilancio preventivo) i pensionati italiani hanno fatto un bonifico record ai sindacati, complice l’Inps. Come mai tutta questa generosità? Certo non si basa sulla popolarità e sul consenso di cui godono le organizzazioni sindacali. Secondo l’ultimo rapporto Eurispes (gennaio 2016) i sindacati nella classifica/sondaggio della popolarità faticano a raggiungere il 21,4% (Confindustria e le altre associazioni datoriali superano il 32,3%). E quindi come mai incassano tutti questi soldi? Semplice: una trattenuta a vita sulla pensione autorizzata dall’aspirante pensionato al momento della presentazione della domanda e mai revocata.

La prossima volta che vi capiterà tra le mani il cedolino della pensione - per quei 15 milioni di italiani che ne percepiscono una o più di una - fateci caso: state, più o meno consapevolmente, finanziando il sindacato. E l’Inps svolge il ruolo di ufficiale di incasso per le quote. Non si tratta di pochi spiccioli, o meglio. Per i singolo pensionato la trattenuta mensile viaggia intorno allo zerovirgola (in base alla quota stabilita dalla singola organizzazione e al reddito del singolo), pochi euro che però sommati per 15 milioni di pensioni danno vita ad un fiume di soldi che l’Istituto di previdenza gira ogni anno alle organizzazioni sindacali (un elenco infinito di organizzazioni beneficiarie: dalla Cgil al più piccolo dei sindacati).

Morale: ogni anno, negli ultimi 7 anni (siamo andati a controllare i bilanci Inps dal 2010 a quello Preventivo 2016), l’Inps come sostituto al prelievo delle quote gira la bellezza di 260/270 milioni l’anno. In totale 1.757 milioni di euro in 7 anni.

Molti pensionati - in questi giorni - ci hanno scritto giurando di non aver mai sottoscritto l’autorizzazione al prelievo del contributo. E allora come mai l’Inps trattiene ogni mese qualche euro? L’arcano è presto svelato: al momento della presentazione della domanda di pensionamento (il 90% delle richieste viene effettuata da Centri di assistenza fiscale o patronati), spesso si “spunta” sui moduli l’autorizzazione. O meglio la spunta chi compila il modulo, che non è lo stesso pensionando che firma sollevato la pratica, ma il dipendente del Caf o del patronato, entità legata a doppio filo proprio ai sindacati. Non serve neppure rinnovare anno dopo anno la richiesta. Una volta accordato il consenso si resta iscritti a vita e si continuano a versare l’obolo.
Il problema è che per non versare più la quota bisogna prima di tutto inviare una richiesta di revoca dal contributo sindacale. Una briga burocratica resa in alcuni casi più complicata dalla necessità di inviare il tutto via raccomandata alla direzione Inps di competenza indicando il sindacato (che magari neppure si conosce), allegando al modulo (che trovate in pagina), la fotocopia di un documento di identità in corso di validità.

Comunque sia la revoca non scatta immediatamente: l’Istituto di previdenza si prende alcuni mesi prima di sospendere il prelievo in pensione, continuando così ad alimentare il fiume di denaro che viene versato alle organizzazioni “prescelte”.

Nulla di illegale, per carità. Solo che farsi “soffiare”, 30, 40 o 50 euro l’anno per sostenere un sindacato è cosa giusta e meritevole se se ne ha consapevolezza e volontà. A giudicare dal tono delle proteste giunte in redazione, e dall’indice di popolarità dei sindacati, non è proprio così. L’Inps per gestire questa massa di prelievi offre ai sindacati prezzi scontatissimi (0,03 centesimi di euro per ogni delega presentata con la richiesta di pensione e 0,02 centesimi per ogni rinnovo). Soldi che forse non bastano neppure a far girare i cervelloni elettronici che gestiscono queste pratiche.

di Antonio Castro

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