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La grande crisi del credito

Guarda questo grafico per capire se la tua banca sta per fallire

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L’aggiornamento al bollettino statistico pubblicato ieri dalla Banca d’Italia contiene tutti i numeri che inguaiano le banche. Le cifre, come sempre, sono un’infinità. Ma le serie su cui ci concentriamo sono tre in tutto: i prestiti concessi alle società non finanziarie, le sofferenze e le emissioni obbligazionarie. Cominciamo dagli impieghi, che rappresentano uno dei fronti più caldi del credito. Il dato di aprile 2016 si ferma a 783,6 miliardi, che sono meno dei 788,3 di marzo e ancor meno rispetto agli 806,6 di aprile 2015. Nonostante i tassi negativi della Bce, gli istituti sono tuttora frenati negli impieghi. Resta maledettamente difficile capire se il fenomeno sia da ascrivere ai banchieri che non prestano i soldi o alle imprese, la maggior parte delle quali è in difficoltà con i requisiti minimi per avere accesso al credito. Il risultato finale è comunque sconfortante. Va appena meglio con il credito al consumo: 519,4 miliardi erogati ad aprile contro i 518,4 di marzo, ma anche i privati fanno parecchia fatica a farsi finanziare. 






Ma se rapporti fra istituti e clientela restano freddini, anche quelli tra banche e investitori-risparmiatori non vanno meglio. Lo testimonia il dato sulle emissioni obbligazionarie, calate ad aprile a 578,5 miliardi di euro, contro i 585,6 miliardi di marzo. Il raffronto con lo stesso mese del 2015 è ancora più negativo. Un anno fa i bond bancari ammontavano a 677,4 miliardi. Cento in più rispetto a ora che danno la misura della diffidenza profonda dei risparmiatori nei confronti di uno strumento tradizionalmente ritenuto sicurissimo. Le batoste in serie incassate dai clienti di Etruria & C con i subordinati hanno lasciato il segno. Facile intuire che si sia incrinato il rapporto di fiducia secolare che accompagnava le emissioni obbligazionarie. A torto o a ragione sono sempre di più i risparmiatori che attribuiscono loro il medesimo grado di rischio percepito sui titoli del debito pubblico emessi dai Paesi emergenti. Il carburante dei mercati finanziari è soprattutto la fiducia. Venuta meno, è terribilmente difficile riconquistarla.
Il barometro bancario indica brutto tempo anche sul versante delle sofferenze. Dopo il calo registrato a febbraio e a marzo, appena sopra quota 196 miliardi di euro, i crediti di dubbia esigibilità sono risaliti a 198,3 miliardi. Non sono certo due miliardi a fare la differenza. Ma è il trend che preoccupa. I non performing loans tuttora in pancia agli istituti italiani rimangono una montagna difficile da scalfire. C’è poco da stare allegri nel constatare che il tasso di crescita rallenta di quattro decimali di punto, dal 3,9% di marzo al 3,5% di aprile. In valore assoluto i crediti incagliati tornano a un passo dai 200 miliardi, una soglia che indica lo stato di salute del sistema ma che nei conti di molti istituti si declina come un’ipoteca sul futuro.

Per tornare agli impieghi, il trend è poco rassicurante anche sui prestiti. Mentre crescono dell’1,2% quelli alle famiglie, calano dello 0,6% per le imprese. La forbice che allontana sempre di più la clientela privata dalle società non finanziare, trova una possibile spiegazione nei tassi d’interesse applicati dal sistema bancario. Mentre calano, ad esempio, quelli sui mutui, con un tasso annuo globale sceso ad aprile al 2,66% dal 2,86 di dodici mesi prima, i tassi sugli affidamenti concessi alle grandi imprese crescono: dall’1,39% di marzo all’1,46% di aprile. Finanziarsi costa di più nonostante la spirale negativa dei tassi europei. Gli effetti del miracolo di san Mario (Draghi) si sono annacquati. Più che sciogliere il sangue dei banchieri i tassi negativi e il Quantitative easing rischiano di far fare affari d’oro a chi non ne ha bisogno. Come le società olandesi e tedesche i cui bond finiranno per primi nel caveau a Francoforte.

Nel frattempo non resta che una constatazione: se questi trend fossero strutturali, come si teme, le banche smetterebbero di fare le banche. Con tutto quel che ne conseguirebbe.

di Attilio Barbieri

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