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Il balzello in tavola

Mangi una bistecca? Ti massacrano. Quando arriva la tassa sulla carne

Mangi una bistecca? Ti massacrano. Quando arriva la tassa sulla carne

Ci avevano già provato lo scorso anno, quando l’Organizzazione mondiale della sanità diramò un comunicato terroristico in cui spiegava che mangiare carne rossa e carni lavorate (cioè salumi e insaccati) provoca il cancro proprio come fumare sigarette. Ora tornano alla carica con una nuova trovata, ancora più subdola: tassare le bistecche.

Questa idea allucinante è stata prodotta dall'Onu, che ne ha discusso giorni fa in una assemblea a Nairobi. Le Nazioni Unite, infatti, hanno commissionato uno studio all’International Resource Panel, l’organizzazione che si occupa di ricerca sui temi dello sviluppo sostenibile e di cui fanno parte 34 scienziati, sostenuti da 30 governi di tutto il mondo. Gli illustri luminari hanno prodotto un rapporto in cui si spiega che nei prossimi dieci anni il consumo di carne di pollo a livello globale aumenterà del 20 per cento e quello di carne bovina e suina del 14 per cento. A parere degli esperti Onu, tale crescita dei consumi sarebbe un vero disastro. Motivo? Gli allevamenti intensivi di bovini, ovini e suini causano un enorme danno ambientale. «Se tutti consumassero carne ai livelli del Nord America e dell’Europa», sostengono gli studiosi dell'Irp, «il pianeta sarebbe in grossi guai».

Come rimediare? Semplice: facendo lievitare il costo della carne, in modo che la popolazione sia costretta a comprarne sempre meno. «Le conseguenze negative per l’ambiente e la salute devono essere incorporate nei prezzi dei prodotti alimentari», ha solennemente dichiarato Maarten Hajer, il capo degli scienziati dell’Onu che hanno redatto il rapporto.

Le possibilità in campo sono due: la prima è l’introduzione di una tassa sulle bistecche vendute nei supermercati e nelle macellerie. La seconda è più diabolica, perché eviterebbe ai governi di passare guai con i propri elettori. Invece di imporre un balzello sulla carne a livello di piccola e grande distribuzione, si può far salire il prezzo prima, tassando produttori e distributori. «Pensiamo che sia meglio aumentare i prezzi a un livello precedente della catena, è più facile», ha aggiunto il professor Hajer. «È più allettante tassare la carne al livello del consumatore, ma è meno efficace».

L'ipocrisia di questa proposta è evidente, così come è chiaro il secondo fine che la muove. Vediamo di spiegare. Le grandi multinazionali, da qualche tempo, si sono date una patina «verde». Hanno cambiato atteggiamento, mostrandosi più attente all’ambiente e più sensibili alle mode ecologiste. Ora cercano di cavalcare le tendenze salutiste e spingono nuovi prodotti, in particolare quelli a base di soia e gli alimenti vegani. Le corporation ottengono così ottimi risultati: ripuliscono la propria immagine, mostrano di essere «progressiste» e conquistano un nuovo mercato, in particolare quello della soia.

Ecco perché i vari organismi sovranazionali, dall'Unione europea all'Organizzazione mondiale della sanità fino all'Onu si stanno impegnando - spinte dalle lobby - nella battaglia contro la carne. Sulle prime hanno giocato la carta della paura, cercando di terrorizzare i consumatori: «Non mangiate la carne, fa malissimo». Ma non è bastato: certe abitudini alimentari, come il consumo di salumi, sono molto radicate ed è complicato spazzarle via. Ecco allora la nuova mossa: far salire i prezzi, proprio come avviene con le sigarette.

Intendiamoci, il consumo in eccesso di carne - come di qualsiasi altra cosa - è sconsigliabile. Ma un conto è non eccedere, un altro è abbandonare completamente bistecche e costine, magari per diventare vegani, con gravi rischi per la salute. Però questa è la moda, tanto che persino dai tribunali giungono sentenze che impongono alle scuole di fornire cibo vegano ai bambini, come accaduto a Monza giusto un paio di giorni fa.

Insomma, il disegno è chiaro: modificare l’alimentazione degli europei, costringendoli a orientarsi su prodotti che arricchiscono soltanto certe aziende internazionali e, contemporaneamente, distruggono intere filiere produttive e intere tradizioni. Provate a riflettere: l’allevamento intensivo di polli e mucche fa soffrire gli animali e danneggia l'ambiente. A logica, dunque, l'Onu dovrebbe proporre di limitare questo tipo di allevamento. Invece che fa? Suggerisce di tassare tutta la carne, in modo da colpire i consumatori e di danneggiare i produttori più deboli.

Cioè le piccole e medie aziende, in particolare quelle italiane, che allevano le bestie in modo naturale e producono carni e salumi di qualità. In compenso, le grandi compagnie che producono carne a bassissimo costo - magari piena di ormoni - non riporteranno grandi danni, e proseguiranno con l'allevamento intensivo onde far scendere ulteriormente gli oneri di produzione. Gli attivisti vegani faranno festa, senza rendersi conto di aver aiutato le multinazionali che (sulla carta) vogliono combattere. Ve la vendono come una battaglia per proteggere l'ambiente, come una campagna moralizzatrice in difesa degli animali. In realtà, è solo un trucco per favorire le solite lobby. Anche se non siamo vegani, abbiamo mangiato la foglia.

di Francesco Borgonovo

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