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Il caso

A loro la bella vita, a voi la bancarotta. Dove finivano i soldi dei correntisti

A loro la bella vita, a voi la bancarotta. Dove finivano i soldi dei correntisti

Un aereo privato, un ristorante con tanto di chef stellato, uno stadio. I giardini pensili e una serie infinita di quadri di grande valore. Con una ciliegina sulla torta, anzi più d' una: i lampadari in vetro di Murano firmati dal maestro Gianni Seguso, vere opere d' arte in esemplare unico. La sede di Veneto Banca a Montebelluna assomigliava più al palazzo di un monarca babilonese piuttosto che al quartier generale di un istituto di credito con le redici ben piantate nel pur riccho e operoso Nordest.

A ricostruire il dossier è Il Mattino di Padova che dà conto scrupolosamente dell' ostentazione di ricchezza e potere che trasudava dalla Veneto Banca sotto la guida di Vincenzo Consoli, finito agli artresti il 2 agosto scorso con accuse pesanti: aggiotaggio ed ostacolo alle autorità pubbliche di vigilanza. Una ricostruzione, quella del quotidiano veneto, resa possibile dal nuovo corso targato Atlante. Il cda insediato pochi giorni or sono dal fondo di Alessandro Penati non fa nulla per nascondere lo spreco sistematico delle risorse di clienti e azionisti durante la gestione del «ragioniere di Matera». Spreco di cui erano comunque all' oscuro i 120 mila clienti e azionisti che hanno visto svanire come in un falò di paglia tutti i loro averi. Sei miliardi di euro.

Ma che a Montebelluna non si lesinasse certo in spese era una sensazione facilmente percepibile. Occorsa anche al sottoscritto in occasione di un viaggio nella provincia veneta con il nostro direttore, Vittorio Feltri. Era il 2004 e al centro congressi di Veneto Banca si teneva un convegno su temi economici. Erano gli anni dell' ottimismo. L' euro e l' eurocrazia tedescoide non avevano ancora fatto sentire il loro peso su cittadini e imprese del Vecchio Continente. A Veneto Banca, come accadeva praticamente in tutti gli istituti di credito, si respirava un' aria di sicurezza. A guidare le danze, nell' Unione europea, erano proprio i banchieri.

Cosa poteva accadere di sgradevole? A Montebelluna, però, questo primato si declinava con ostentazione. Consoli più che il dominus di una grande banca popolare, qual era, si comportava e si atteggiava da monarca assoluto. Con un understatement, però, che solo i grandi della terra sanno sfoggiare con naturalezza. Dietro l' imponenza di una sede che ricordava da vicino un ministero, la vera opulenza si nascondeva agli occhi dei più.

Come il jet della Bombardier, otto posti più i piloti, acquistato una prima volta al 50% a titolo di garanzia e poi, scrive Il Mattino, «incredibilmente ricomprato nuovo nel 2012 per 10,7 milioni di euro». Utile per far risparmiare tempo ai manager, disse una volta l' ex ad Consoli. D' altra parte un uomo capace di raggranellare oltre 30 milioni di emolumenti in 15 anni di carriera a Montebelluna, non deve essersi fatto tanti problemi a «investire» somme ingenti per conto della banca.

A proposito di investimenti faraonici, un esempio clamoroso è il centro direzionale alle porte di Montebelluna, cinque piani di cemento e vetro che ricordano vagamente un transatlantico. Costo 24 milioni di euro. Il mattone piaceva decisamente ai vertici dell' istituto che nel 2008 acquistarono per 18 milioni la villa Spineda Gasparini Loredan a Venegazzù, per trasferirvi la sede della banca commerciale.

Un anelito di possesso che nel quartier generale di Montebelluna si trasformava anche in clamorose pacchianerie, come le piante d' ulivo secolari messe a dimora in un corridoio largo quanto un' autostrada, fra marmi bianchi e pavimenti in legno massello. E poi i bagni con finiture di alabastro nella sede principale, i giardini pensili in stile babilonese all' ultimo piano, un ristorante privato con tanto di chef da guida Michelin e un numero imprecisato di opere d' arte. Soprattutto quadri, come la «Veduta del canale di Mazzorbo» di Guglielmo Ciardi, valore 300mila euro e il «Rio dei mendicanti» di Francesco Guardi, valutato 600mila euro. Le due tele campaggiavano proprio nell' ufficio più importante. Quello di Consoli.

Per non parlare poi dei lampadari destinati a illuminare le stanze del potere dell' istituto trevisano, realizzati in vetro di murano da Gianni Seguso in stile '700 veneziano. Il più piccolo, da 60mila euro, sovrasta la sala del consiglio di amministrazione. L' altro, grande tre volte tanto, è collocato nell' imponente atrio del quartier generale di Montebelluna. Ma il «grande capo» non era l' unico a beneficiare di una gestione opulenta. Il nuovo ad Cristiano Carrus sta smontando la macchina mangia soldi che ha trovato. Cominciando dalle 150 auto blu utilizzate da dirigenti e quadri. Roba da far invidia a un ministero. Della prima Repubblica.

Attilio Barbieri

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