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L'intervista

Massimo Colomban: "Usciamo dall'euro prima che fallisca lo Stato"

Massimo Colomban

Massimo Colomban è un signore di 67 anni - una moglie e quattro figlie - che, se fosse nato negli Usa, sarebbe uno di quei guru contesi dai grandi summit economici. D’altronde, uno che partendo da Santa Lucia di Piave (Treviso) con sei collaboratori, mette in piedi una multinazionale da oltre 5mila dipendenti, beh... cos’altro aggiungere. Ah, sì, che nel 2002 regala ai suoi 83 manager il controllo della società, la Permasteelisa, leader mondiale negli involucri architettonici, tipo il rivestimento delle vele a conchiglia dell’Opera House di Sidney, il Guggenheim Museum di Bilbao, il Moma e la Times Square Tower di New York. Molla tutto per fare cosa? Il pensionato? No. Per ristrutturare e mettere a reddito CastelBrando, un castello-albergo a Cison di Valmarino (Tv), dove si è riunito anche un G8. Ma poi Colomban, console onorario d’Australia in Italia e comandante onorario alla base militare Usa di Aviano, è anche entrato nel cda della facoltà di architettura ad Harvard e finanzia start-up.

Lei ha iniziato a fare impresa a 23 anni nel ’73. Si potrebbe ripetere questo miracolo in questi anni?
«Più difficile perché si è ingigantita la burocrazia e la tassazione è raddoppiata. Poi per operare nei mercati globali devi avere una dimensione competitiva: io avevo creato un rete di imprese che mi ha permesso una crescita interna per il 70% e il restante 30% per acquisizioni. Bisognerebbe fare rete con colleghi imprenditori anche coinvolgendo i migliori dipendenti e talenti. Le Pmi devono fare massa critica, operare turn over, marketing, ricerca e sviluppo di livello globale... per questo servono fatturati importanti».

Ma le banche, che dovrebbero finanziare le imprese, hanno grossi problemi di loro. E il Pil è fermo. Che succede in Italia?
«Da anni diciamo le stesse cose. L’impresa produce l’80-90% delle entrate statali, quindi la ricchezza dei cittadini, ma per una demagogia assurda catto-sindacal-comunista l’impresa è sempre stata denigrata, o peggio additata come la colpevole di tutti i mali. Tanto è vero che viene citata come fonte di evasione. In realtà l’impresa è stretta in un maglio: le tasse prosciugano le risorse per capitalizzarsi, dato che lo Stato si prende i due terzi dei profitti».

Ha trovato fortuna all’estero...
«Io ho avuto esperienza in una trentina di Stati in quattro continenti. E all’estero trovavamo il tappeto rosso quando aprivamo una nuova attività».

Qua?
«Qua ti accolgono la burocrazia, un sindacato che non difende i lavoratori ma che difende la loro casta e un associazionismo imprenditoriale che purtroppo non vive sul campo la battaglia quotidiana che vivono milioni di persone. Mi riferisco a professionisti, imprenditori, commercianti, artigiani... Quelli che non sono a stipendio fisso».

Ci vorrebbe una ricetta per svoltare. Ma quale?
«Dopo 20 anni di non crescita e 8 anni di crisi, non si capisce che non si riparte proteggendo i diritti acquisti o dando pensioni d’oro? Riportiamo le tasse alla media Ocse, per far rinascere l’imprenditoria. Bisogna fare come Inghilterra e Australia, che prima avevano creato troppo welfare come l’Italia, e ora sono tornate sui loro passi».

Una retromarcia sul welfare in un’Italia con i poveri in aumento sarebbe però un ulteriore colpo...
«Certo, ma bisogna togliere welfare a chi è già ricco, e reinvestirlo in crescita, dandolo ai poveri».

Ci vorrebbe anche una scossa ai poveri giovani, la disoccupazione giovanile è da record in Europa...
«Pazzesco, ci sono ogni anno oltre 100mila giovani che emigrano, che però sono costati 500mila euro all’Italia. Un'assurdità: io sono console d’Australia, dove ogni anno oltre 10-15mila italiani si spostano in modo permanente a 23-28 anni, cioè quando sono pronti per produrre. I governanti locali mi dicono: come mai fate questa politica così sciocca, che lasciate andare un tesoro del genere? E poi c’è il paradosso che con una mano lasciamo andare 100mila risorse ogni anno e con l’altra mano facciamo entrare 100-200 mila persone che non si integreranno mai, perchè non hanno la tradizione di alzarsi presto la mattina e andare a lavorare...

Vabbè ma qual è la ricetta per tenersi i giovani?
«Singapore, Australia, Canada, Inghilterra: un giovane che inizia un’impresa viene detassato - la chiamano tax holiday - per 7-10 anni. Ci vogliono tre anni per vedere i primi profitti? Bene, per i 3-5 anni successivi gli utili restano in tasca al giovane imprenditore. Ma è giusto così: a un bambino appena nato non gli si può chiedere di contribuire alla famiglia…»

Inutile però girarci intorno: noi abbiamo anche la palla al piede della Ue...
«Sicuramente. Quando la finanza comincia a dominare i cicli economici e l’impresa, non si fa tanta strada. Si vede quando le aziende sono gestite da merchant bank o fondi: vengono sfruttate e poi prosciugate. Questa politica germano-monetarista sta facendo gli interessi solo dei tedeschi: +25% di Pil e una borsa di pagamenti in attivo di 400 miliardi. Noi invece abbiamo l’opposto».

C’è una manovra contro l’Italia o è colpa nostra?
«L’Europa germanocentrica agisce nella maniera più cinica e più sporca: più indebitiamo il concorrente, cioè noi, più si possono svalutare i suoi asset. Così su 3500 società italiane che fanno più di 500 milioni di fatturato, oltre 1800, più del 50%, sono state svendute allo straniero. Complice anche un clima che demotiva l’imprenditore, tenuto sotto il giogo della burocrazia, della tassazione, dei controlli e tacciato di speculatore ed evasore».

Quindi è anche colpa nostra se non contiamo tanto in Europa?
«Noi ce la mettiamo tutta per farci del male. Abbiamo una corruzione che vale 60-70 miliardi l’anno e una spesa pubblica che pesa per l’11% sul Pil, mentre un Germania vale il 7%: non c’è da aggiungere altro, no? Ah sì, l’Australia spende il 10% del suo welfare per le pensioni, l’Italia il 33%».

Perché i governi non si comportano come un’azienda, tagliando le spese e investendo per migliorare il prodotto Italia?
«Perché è impopolare, perché fa perdere voti, perché ci sono lobby…»

Sì, ma questo debito pubblico di quasi 2250 miliardi prima o dopo andrà abbattuto...
«Va ritrattato, va preso e rinegoziato tutto. Abbiamo tassi a zero, sfruttiamoli. Lo so che una parte dei vecchi titoli di Stato permette alle banche di campare, ma ci vuole una svolta...»

Non abbiamo la lira, però. C’è l’euro...
«L’euro sta scoppiando da solo, senza aspettare che il Titanic finisca contro l’iceberg, è meglio scendere. Noi stiamo continuando a perdere pezzi di Paese. Sento disperazione in giro: c’è un 30% di imprese che esporta, che si è mosso per tempo, ma il 70% è ancora maledettamente compresso. L’edilizia è precipitata, la nautica ha perso il 92% del fatturato: eravamo i primi produttori al mondo e abbiamo distrutto, grazie a Monti...»

Si può uscire dall’euro?
«Non vedo un dramma se usciamo. Dobbiamo pretendere che l'unione torni a essere una comunità, dove il più debole è aiutato dal più forte. Mentre da noi i più deboli - vedi Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - aiutano il più forte. I tedeschi con l’euro sono riusciti a togliere di mezzo il loro primo concorrente, noi. È chiaro: con l’euro hanno fatto il quarto reich».

Il peggio deve ancora venire?
«Questa politica monetarista è fatta per comprare prima le grandi aziende - ricordo le oltre 1800 svendute allo straniero - poi prenderanno le banche per quattro lire. Alla fine compreranno anche gli organi di informazione».

All’America va bene il quarto reich?
«Basta vedere cosa è successo con Ucraina e Russia: l’embargo con Putin, voluto dagli Usa, ha danneggiato l’Europa, ma soprattutto noi. Ma Washington ha compensato la Germania, promettendole influenza in Ucraina: ai tedeschi infatti servono altre 30 milioni di braccia a basso costo».

Renzi cosa può fare?
«Battere i pugni in Europa: o porta a casa l’eurobond e adottiamo una politica comunitaria, altrimenti ce ne usciamo. Possiamo usare la lira e l'euro per l’export. Come succede in Svizzera e a Londra: hanno la loro moneta ma accettano tanti, tanti euro».

Lei è uno dei pochi imprenditori che non ha paura di uscire dall’euro: perché Confindustria invece ha paura?
«Le aziende statali fanno la politica in Confindustria e poi ci sono gli interessi incrociati. Comanda la lobby governativa, come nel sindacato e in tutte le associazioni varie…»

Ha tifato Brexit, giusto?
«Assolutamente sì, i dati lo dimostrano»

Lei ha fondato ReteSi.org-Salviamo l’Italia, insieme a un centinaio di imprenditori, dove ha scritto un manifesto salva-Italia: non vuole fare politica?
«No, no. Siamo solo un think thank, nato per rispondere a Monti e ad altri che hanno sfasciato l'Italia. Proviamo a esaminare il bilancio dello Stato e a trovare soluzioni per ripartire. Ci sono i modi per ottenere risparmi e una risoluzione drastica delle tasse. Il nostro obiettivo è tornare a privilegiare il mondo di produttori rispetto a quello dei parassiti».

Parassiti come quelli che hanno mandato in malora le due banche venete?
«Sì, ci sono grandi colpe personali, ma non dimentichiamo che il crollo delle banche è legato al crollo dell'economia: chi è stato colpevole di questa distrazione di risparmi va processato, ma i 18 miliardi dei veneti sono stati bruciati dall’economia, dove solo l'edilizia ha perso il 50%. Questo perchè il sistema ha punito l’impresa. Ma se fallisce l'impresa, fallisce l’occupazione, falliscono i redditi, falliscono le banche, poi fallisce lo stato. Se l’azienda non torna al centro non si riparte».

Anche lei torna all’impresa? Dicono che è in movimento per la «sua» Permasteelisa
«Permasteelisa è quotata in Giappone. Posso solo dire che sono stato contattato da fondi interessati a capire se questa società può tornare a risplendere oppure no…»

di Giuliano Zulin

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