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Da gennaio 2017

Latte, burro, formaggi e yogurt: occhio. come cambiano le etichette

Latte, burro, formaggi e yogurt: occhio. come cambiano le etichette

Arriva l' etichetta d' origine per latte, yogurt, formaggi e burro. In base al principio del silenzio assenso, il decreto che l' Italia ha inviato a Bruxelles per approvazione il 14 luglio scorso, è diventato esecutivo venerdì. Nella speranza che la Germania (maggiore esportatore di latte verso il Belpaese) non faccia ricorso, vediamo cosa cambierà presumibilmente dal primo gennaio 2017. Quando cioè il nuovo regime di etichettatura diventerà obbligatorio.

Come è oggi -  Partiamo dalla situazione attuale. In questo momento la dichiarazione d' origine è obbligatoria soltanto per il latte fresco, ma non per quello a lunga conservazione Uht o microfiltrato. Ugualmente l' industria dove il prodotto viene confezionato, non è tenuta a indicare l' origine per lo yogurt, il burro, i formaggi freschi come lo stracchino o la mozzarella e quelli a pasta dura che non siano soggetti al regime di indicazione geografica. In quest' ultimo caso - parliamo dei prodotti Dop (Denominazione d' origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta) - l' origine della materia prima viene fissata in maniera vincolante dal disciplinare di produzione. Vale a dire l' insieme di regole sulla base delle quali l' Unione europea concede l' indicazione geografica. Purtroppo, tranne poche eccezioni, sia le Dop sia i prodotti Igp non riportano quasi mai sulla confezione la provenienza del latte.
Il nuovo regime - Ora però cambia tutto. Qualunque alimento abbia come ingrediente principale (se non addirittura unico) il latte, dovrà indicare obbligatoriamente in etichetta l' origine della materia prima. Non sarà sufficiente la classica scritta «made in Italy». Il ministero delle Politiche agricole ha previsto, infatti, che vengano fornite tre tipi di indicazioni: il nome del Paese dove il latte è stato munto, il Paese dove è stato condizionato, cioè dove è stato stoccato e conservato e, infine, il nome del Paese dove il latte è stato trasformato.

Soltanto nel caso in cui il latte sia stato munto, condizionato e trasformato nella stessa nazione, l' indicazione d' origine può essere assolta con una sola dicitura. Ad esempio: «origine del latte Austria». Ma non mi farei illusione di leggere qualcosa di così chiaro. La casistica è molto più vasta. Qualora le operazioni indicate avvengono nei territori di più paesi membri dell' Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: «miscela di latte di Paesi Ue» per l' operazione di mungitura, «latte condizionato in Paesi Ue» per la fase di condizionamento, «latte trasformato in Paesi Ue» per l' operazione di trasformazione.

Paesi extra Ue -  Infine se le operazioni avvengono nel territorio di uno o più Stati al di fuori dell' Unione europea, per indicare il luogo in cui ciascuna operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: «miscela di latte di Paesi non Ue», per la mungitura, «latte condizionato in Paesi non Ue» per il condizionamento e «latte trasformato in Paesi non Ue» per l' operazione di trasformazione.

Nomi italiani - Come per l' olio extravergine anche per la futura etichettatura di latte e derivati, non bisogna lasciarsi trarre in inganno da nomi di fantasia che richiamino ad esempio, zone d' Italia o situazioni più o meno agresti. Ad esempio «Latte di montagna». Oppure Oppure «Toma del casaro». L' industria lattiero casearia, al pari di quella oleicola, ha una certa abitudine ad imbrogliare le carte utilizzando denominazioni di fantasia, capaci di evocare nei consumatori provenienze improbabili. Ugualmente la marca italiana non garantisce nulla sulla provenienza della materia prima né sul luogo dove è stata lavorata. La dichiarazione d' origine è efficace solo qualora il consumatore legga con attenzione l' etichetta.

di Attilio Barbieri

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