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Il documento di Bankitalia

Le famiglie italiane hanno 30 miliardi di euro di spazzatura delle banche: ecco chi rischia allo sportello

Le famiglie italiane hanno 30 miliardi di euro di spazzatura delle banche: ecco chi rischia allo sportello

Le famiglie italiane hanno in mano quasi 30 miliardi di euro di spazzatura finanziaria delle banche. E devono restare col fiato sospeso per altri cinque anni, visto che la maggior parte degli investimenti in bond bancari scade oltre il 2020. Stiamo parlando delle obbligazioni subordinate, i titoli ad alto rischio degli istituti di credito, quelli che - in caso di grave dissesto finanziario - possono essere azzerati per ripianare le perdite. Una prospettiva, peraltro, non troppo remota: è quello che lo scorso novembre, per intenderci, è successo ai titoli di bond delle quattro banchette fallite e salvate col discusso intervento della Banca d'Italia e del governo. Etruria, Marche, Chieti e Ferrara sono state messe al sicuro con l'applicazione anticipata della direttiva sul bail in, che impone ad azionisti, obbligazionisti e - in ultima istanza - pure ai correntisti un sacrificio per evitare il crac definitivo di un istituto.

A distanza di quasi un anno da quella disgraziata operazione, Bankitalia fotografa il mercato delle obbligazioni bancarie. Il totale delle emissioni è sceso drasticamente negli ultimi anni: quel tipo di investimento è diventato meno attrattivo sia per i rendimenti in calo sia per ragioni fiscali. Di qui la vendita dei bond degli istituti, a partire del 2012, per un ammontare complessivo di 205 miliardi. Sta di fatto che i piccoli risparmiatori hanno ancora altri 200 miliardi di obbligazioni bancarie nei loro portafogli: dall'incrocio dei dati inseriti in uno studio pubblicato oggi da via Nazionale, emerge che 28 miliardi sono della categoria maggiormente pericolosa (il 14% del totale), appunto le subordinate. Bankitalia spiega pure che a rifilare quel tipo di investimento sono soprattutto le banche più piccole - come le bcc e le casse di risparmio - che per l'80% hanno piazzato a persone fisiche (e non a fondi o altri investitori istituzionali) i titoli subordinati. Mentre i primi gruppi del Paese - come Intesa, Unicredit, Mps, Ubibanca - non propongono quel tipo di investimenti a persone poco esperte.

Da via Nazionale, nel report sulle obbligazioni bancarie, nessun accenno allo stato dell'arte del negoziato relativo good bank, ovvero le nuove spa nate dalle ceneri di Etruria, Marche, Chieti e Ferrara, ancora formalmente di proprietà del Fondo di risoluzione della stessa Bankitalia. Lo scorso 30 settembre è scaduto il termine per la procedura di vendita, ma la scadenza, d'intesa con l'Unione europea, è stata prorogata per l'assenza di offerte "decenti". Alcuni big esteri a luglio avevano messo sul piatto circa 400 milioni, ma in caso di sì tutto il settore avrebbe capitalizzato una perdita di oltre un miliardo, considerando sia il prestito ponte alle good bank da 1,6 miliardi sia i contributi anticipati per tre anni al Fondo di risoluzione. Un grande pasticcio per il quale non sembra esserci una soluzione a portata di mano: Ubibanca, ormai fuori dai giochi per Bpm, che ha detto sì alle nozze col Banco Popolare, potrebbe farsi definitivamente avanti per tre dei quattro istituti sul mercato. Il gruppo guidato da Victor Massiah non è interessato a Ferrara, che potrebbe temporaneamente finire al Fondo di tutela dei depositi.

di Francesco De Dominicis
@DeDominicisF

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