Cerca

Intervista a Libero

Nicola Rossi, presidente Bpm: "Alcune banche vanno lasciate fallire"

2
Nicola Rossi, presidente Bpm: "Alcune banche vanno lasciate fallire"

Entrando nella mastodontica sede della Banca Popolare di Milano, un uomo si alza da terra e ci prega: «Fatevi dare i miei 40 mila euro. Non volevo fare speculazione». Saliti al piano della presidenza, dopo un corridoio dove spicca tra gli altri un quadro di De Pisis, arriviamo in una stanza grande il giusto, dai muri bianchi spogli e con una cassaforte antica alla parete. Dietro alla scrivania ordinata siede Nicola Rossi, 64 anni, professore ordinario di Politica economica all' Università di Roma Tor Vergata, ex consigliere economico di D' Alema a Palazzo Chigi e senatore del Pd, presidente fino al 31 dicembre della Banca Popolare di Milano che si è appena fusa col Banco Popolare di Verona creando il terzo gruppo italiano: Banco Bpm. Con lui affrontiamo tanti temi del settore, compreso Monte dei Paschi.

Lo conosce quel signore sul marciapiede?
«L' ho visto più volte, ma non lo conosco».

Ma ci sono problemi del genere?
«Che ci siano non è una novità, ma non qui. Noi abbiamo dovuto fare in anticipo ciò cui altri pensano oggi. La mala gestione precedente ha imposto riordino dei conti e accantonamenti per i crediti deteriorati».

Come mai un economista diventa banchiere?
«Un anno fa l' azionariato non trovava un nome da proporre all' assemblea e ha scelto un esterno alle logiche conflittuali della banca».

Perché conflittuali?
«Fino al 15 ottobre questa era una banca popolare guidata da rappresentanze sindacali, da gruppi di piccoli azionisti o di pensionati con obbiettivi a volte divergenti».

A che punto era la fusione quando è arrivato?
«Il disegno era definito. Il Consiglio di sorveglianza doveva dare e ha dato un parere di legittimità non sul merito ma sul rispetto delle norme».

Da chi è nata l' idea?
«Nel 2015 si esplorarono diverse ipotesi di fusione».

Dunque, da Milano?
«Sì, ma come nel tango bisogna essere in due».

Lei è stato anche critico?
«No, il mio mandato era di far decidere i soci in maniera consapevole, libera e regolare.
Dunque non dovevo esprimermi e per questo mi sono state attribuite varie opinioni».

La decisione è riuscita?
«Sono soddisfatto: credo di aver fatto il possibile per chiarire ai soci gli elementi di forza e di debolezza della fusione».

In sintesi, quali sono?
«Le banche hanno davanti sfide inimmaginabili legate alla riduzione della profittabilità, alla tecnologia che cambia il loro modo di essere, all' emergere di concorrenti non bancari.
Le fusioni servono per affrontare tutto ciò. Il punto debole è che vanno fatte dopo attente ed informate analisi. Poi bisogna farle funzionare».

Il rischio maggiore è che ci siano tanti crediti deteriorati?
«No, l' incompletezza di informazioni. Per esempio, finché non si mette la testa dentro i crediti deteriorati è difficile capire di che si tratti. Dobbiamo però fidarci delle autorità di vigilanza che hanno dato il via alla fusione».

Il timore eventuale è che Verona nasconda qualcosa?
«Questo timore può esserci stato e d' altra parte Verona può avere avuto timori verso Milano. I matrimoni richiedono fiducia e sacrificio reciproci. E sopratutto una volta contratti bisogna farli funzionare».

Lei è uno dei pochi che non conserverà un posto in cda, come mai?
«Per fare l' arbitro non dovevo avere una prospettiva qui».
Ma l' ad di Milano rimane e il presidente di Verona diventa presidente del gruppo.
«Questo era già deciso prima. E pur non facendo parte della squadra futura auguro al nuovo Banco Bpm ogni successo. È stata una bella esperienza che mi ha permesso di guardare le banche dall' interno».

E come sono da dentro?
«Come delle aziende in difficoltà, che affrontano un cambiamento epocale davanti a cui il tentativo di molti è di rimanere come sono invece di andare incontro al futuro. Serviranno mutamenti profondi e anche una selezione, perché non tutti ce la faranno».

Sembra l' editoria.
«O le agenzie di viaggi».

Parliamo del suo periodo politico. Una volta si diceva «Nicola Rossi, dalemiano».
«Il mio avvicinamento alla politica è avvenuto quando D' Alema era segretario dei Ds.
Diventai il suo consigliere economico. D' Alema per primo ha detto che non ci sono i dalemiani e io concordo. Il tempo ci ha portato ad avere idee diverse, ma conservo grande stima per la persona».

Un malpensante potrebbe dire: «Un dalemiano presidente di una banca...».
«Ahahah, ho lasciato la politica nel 2011 e da allora non ho rapporti con nessun partito».

Addirittura si dimise dal Senato, come mai?
«Non riuscivo a fare ciò per cui ero pagato: la legge elettorale aveva interrotto i rapporti tra eletto e elettore e trasformato il Parlamento in un votificio. Le leggi venivano scritte fuori dalle Camere e non ne guadagnavano. Inoltre, la sinistra negli Anni 90 non credeva veramente nelle riforme. Per questo fu cauta nelle liberalizzazioni degli Anni 2000. In Italia si è chiesto alla sinistra di fare la destra e non ha funzionato. Resto riformista, ma non mi catalogo più da nessuna parte».

Però un ex liberal Ds come lei, Enrico Morando, è diventato viceministro dell' Economia, un economista come Tommaso Nannicini consigliere di Renzi.
«Me ne andai prima di Renzi, ma il suo governo ha chiesto di cambiare la Costituzione formale ignorando quella materiale fondata su spesa e debito pubblici. Pochi sono stati così di sinistra e per lo status quo».

Del suo periodo a Palazzo Chigi rimane celebre la definizione di un altro Rossi, Guido, sulla merchant bank dalemiana. Facevate affari?
«Aggiunse che era l' unica merchant bank dove non si parlava inglese, quando io ho studiato in Inghilterra e lavorato negli Stati Uniti. Quisquilie rispetto a ciò che accade oggi, ma lui si riferiva alla vicenda Telecom. Una lettura impropria di un' operazione di mercato che, a dispetto dei potenti, remunerò i piccoli azionisti».

Eppure un grande economista, Roberto Artoni, ha citato proprio il caso Telecom come uno degli errori più gravi del centrosinistra.
«La sua tesi è che quell' operazione produsse un' azienda indebitata in difficoltà. Ma spetta al governo valutare ciò?».

Del governo Renzi non salva niente?
«Le riforme delle popolari e del credito cooperativo sono importanti. Sulle banche invece si è mosso in continuità con il peggior passato, spalmando la debolezza di pochi su tutto il sistema indebolendolo».

Vorrebbe che fallissero?
«Abbiamo tassi di crescita e di produttività bassi che, col debito, ci allontanano dal resto del mondo. Un paese così deve cercare ovunque l' efficienza. Se si tengono in piedi realtà inefficienti si mina la crescita dei prossimi vent' anni».

Le banche toscane e venete devono fallire insomma?
«Alcune sì, vanno liquidate e fatte uscire dal mercato. Non si può sempre chiedere alle banche di salvare i propri concorrenti meno efficienti. Monte dei Paschi merita un discorso a parte. Va salvata dallo Stato per la sua valenza sistemica.
Il governo si sta muovendo all' interno delle direttive europee, che contemplano una serie di casi. L' ipotesi principale è quella della capitalizzazione precauzionale. Lo Stato è già presente in Mps, il punto è con quali modalità interverrà ora».

E il Fondo Atlante?
«Nato per costruire un mercato dei crediti deteriorati gli si è chiesto di rilevare banche in difficoltà. Un lavoro non suo».

Il suo presidente, l' economista Alessandro Penati, viene accusato di fare il contrario di ciò che predicava.
«Si trova a gestire situazioni che non aveva immaginato. Al di là dei casi specifici, il problema è che nel sistema bancario si vedono due problemi del Paese: il debito pubblico, in buona misura nei portafogli delle banche, e la produttività, non sempre quella necessaria».

Anche le fondazioni bancarie hanno bisogno di efficienza?
«Meritano un discorso differenziato. C' è chi ha svolto bene il proprio compito facendo anche un passo indietro rispetto all' influenza sulle banche e chi no. Anche a loro va posta la domanda: il sistema bancario è in grado di affrontare il cambiamento che lo attende?».

Una domanda per il professore: quando si fanno questi discorsi liberisti il dubbio è che senza intervento pubblico alla fine ci guadagnino fondi o aziende estere che magari intervengono a prezzi di saldo. Non è che la sinistra ha iniziato ad adottare certe politiche più per influenze esterne o estere che per convinzione?
«La politica è per sua natura immersa negli interessi, il che non significa che ne sia succube. Un partito che rappresenta milioni di persone media, compone e decide. Inoltre, le riforme sono sempre la prosecuzione di quelle degli anni prima.
Non avremmo avuto la legge Poletti senza Fornero, Biagi e Treu. Il governo ha evitato i tagli alla spesa come i precedenti. La riforma dell' amministrazione è una non riforma perché è scritta dai burocrati stessi e non dai cittadini. Gli interessi ci sono anche a sinistra. E quando sento parlare dei rischi del liberismo sobbalzo.
Questo è un Paese in cui la spesa pubblica è al di sopra del 50 per cento del pil, la pressione fiscale al 43... gentilmente mi segnali in che senso si fanno politiche liberiste. Aggiungo che i provvedimenti che nascondono interessi tendenzialmente sono quelli che limitano la concorrenza e favoriscono le rendite di posizione. Una discreta dose di liberismo farebbe bene all' Italia».

E al di fuori dell' Italia?
«È indubbio che l' Occidente abbia favorito la globalizzazione e in questa fase ne paghi i costi. Solo però capendo che i cinesi evoluti saranno i nostri consumatori risolviamo il problema. Cercando di riportarli indietro non miglioreremo nulla. Il tema non è la globalizzazione in sé ma il governo della stessa».

Euro o non euro? Questo il dilemma che divide i politici.
«La vera sovranità dipende dal debito, non dalla moneta.
L' euro è l' unico scudo per la nostra vulnerabilità, aggravatasi negli ultimi due anni perché non abbiamo ridotto la spesa pubblica. Un' Unione monetaria in cui ognuno fa quel che vuole non tiene: o si assicura la convergenza delle economie dell' euro, che invece divergono, o si arriva ad un coordinamento delle politiche fiscali.
Solo quest' ultimo può dare per esempio senso ad un programma europeo di spese infrastrutturali. Uscire dall' euro non risolverebbe i nostri problemi di fondo, sarebbe un errore per il debito, porterebbe a una svalutazione significativa e a una botta d' inflazione, che sfavorirebbe come una tassa i redditi fissi e i poveri».

di Francesco Rigatelli

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • 18Marcello

    11 Dicembre 2016 - 07:07

    Chissà se direbbe la stessa cosa se sull'orlo del fallimento ci fosse la Bpm? Comunque far fallire delle banche vuol dire dare inizio a un effetto a catena che travolgerebbe anche le altre, ancorché solide. Non fidandosi i correntisti correrebbero a ritirare i soldi e li porterebbero in banche estere determinando la chiusura di quelle nazionali. Mi domando come si possono dire certe cose!

    Report

    Rispondi

  • infobbdream@gmail.com

    infobbdream

    10 Dicembre 2016 - 14:02

    speriamo che falliscano tutte le banche che devono fallire, non che devo salvarle io con il gettito dell'imu come e successo con la mps l'ultima volta. che falliscano e basta. come un qualsiasi privato.

    Report

    Rispondi

media