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Intervista

Nino Gallioni: "Ho previsto l'euro-disastro e mi hanno fatto fuori"

1 Febbraio 2017

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L'economista Nino Galloni: "Ho previsto l'euro-disastro e sono stato fatto fuori"

È il 1981. Il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, invia al governatore della Banca d' Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera, con la quale lo solleva dall' obbligo di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste. La decisione, della quale il Parlamento viene tenuto all' oscuro, provoca un aumento dei tassi di interesse, perché da quel momento il Tesoro per piazzare le sue obbligazioni sul mercato deve renderle più convenienti.

Secondo molti, è qui che si origina l' enorme debito pubblico italiano. Lo Stato si indebita non per finanziare investimenti, ma per pagare i costi, sempre più alti, del suo stesso debito: un circolo infernale. In quel 1981 Nino Galloni, figlio di Giovanni, politico Dc tra i più stretti collaboratori di Aldo Moro, non ha ancora 30 anni ma guarda a quegli avvenimenti da un osservatorio privilegiato: da due anni è funzionario del ministero del Bilancio, dove ha conosciuto Andreatta prima che questi traslocasse al Tesoro. Ripercorrendo quelle vicende, Galloni, oggi membro del collegio dei sindaci dell' Inail, parla di "colpo di Stato".

Come si giustificò quella decisione?
«Le ragioni erano tre: anzitutto, dovevamo allinearci alle decisioni prese a livello internazionale; quindi dovevamo combattere la corruzione, togliendo alla classe politica "corrotta e clientelare" l' arma degli investimenti pubblici. Eppure grazie a quello strumento l' Italia si era trasformata da Paese agricolo in una delle più grandi manifatture del pianeta».

E la terza ragione?
«Me la rivelò lo stesso Andreatta, in un colloquio drammatico al ministero del Tesoro. Gli feci notare che molte piccole imprese, pur valide, avrebbero incontrato difficoltà finanziarie, visto che il rialzo dei tassi avrebbe aumentato il costo del denaro chiesto in prestito alle banche. Mi rispose che l' obiettivo era proprio quello: distruggere le piccole aziende, troppe e inefficienti».

Con Andreatta non fu l' unica discussione.
«Gli contestai anche che il debito pubblico sarebbe salito, superando il Pil».

E lui?
«Annuiva, ma poi diceva che le mie preoccupazioni erano esagerate. E invece, come poi s' è visto, erano anche troppo prudenti».

Ma il "divorzio" Tesoro-Bankitalia non contribuì ad abbassare l' inflazione, che nel 1980 era al 20%?
«Quella inflazione non era certo dovuta all' emissione di moneta da parte della Banca d' Italia, ma a fattori internazionali. Negli anni '70 gli Usa rinunciarono a usare le materie prime interne e usarono la loro moneta, che avevano sganciato dall' oro, per importarle. A quel punto, i Paesi produttori di petrolio aumentarono i prezzi».

Se è il mercato a fissare i tassi d' interesse del debito pubblico non premierà gli Stati virtuosi, punendo i viziosi?
«Il mercato è uno strumento fondamentale, ma non si può considerarlo il supremo regolatore. La realtà è che le grandi banche private si mettevano d' accordo tra loro per non comprare i titoli in asta, così da far crescere i tassi. Il bello è che nemmeno in Inghilterra le autorità monetarie esercitarono la loro autonomia in modo estremo come da noi: la Thatcher quando ne aveva bisogno riceveva sottobanco sterline stampate dalla Banca d' Inghilterra, che transitavano attraverso le partite invisibili della bilancia dei pagamenti. C' era un solo argomento fondato in favore del "divorzio"».

Quale?
«Se lo Stato emette più moneta per finanziare il disavanzo, e al contempo l' aumento della domanda interna fa crescere le importazioni, specialmente di lusso (l' imprenditore per ostentare la sua ricchezza passa dalla Lancia alla Mercedes), si crea un problema nella bilancia dei pagamenti con l' estero. Di qui, la necessità di contenere la domanda interna, e quindi anche il Pil, per evitare che l' import aumenti più della crescita. Se però si fosse trovato il modo di agganciare le maggiori emissioni monetarie a una crescita del Pil che non determinasse aumento dell' import, avremmo trovato la quadra. Insomma, bisognava ripensare il keynesismo, che aveva ben funzionato in mercati poco aperti, per adattarlo al mercato globale. Invece, il keynesismo venne semplicemente abbandonato».

Dc, Psi e Pci come si dividevano al loro interno su questo punto?
«Nella Dc tra i favorevoli alla cessione di sovranità monetaria, oltre ad Andreatta, c' erano Goria, Carli e la sinistra politica di De Mita; tra i critici, la sinistra sociale di Donat Cattin e, almeno inizialmente, Andreotti. Nel Psi Craxi era tra i critici e in teoria lo erano pure esponenti come Forte, Formica, Leon, che però erano poi molto sensibili al tema della lotta alla corruzione per ragioni interne di partito; nel Pci tra i critici c' era un centro studi, il Cespe, ma Berlinguer era favorevole alla linea Ciampi. Linea che in Parlamento era in minoranza, come ammise nel 1991 lo stesso Andreatta, giustificando in questo modo la decisione di non coinvolgere l' assemblea».

E in Bankitalia ci fu una dialettica?
«Altro che dialettica, quelle di Baffi (governatore fino al 1979, ndr.) e di Ciampi erano visioni opposte su Europa, inflazione, investimenti, riconversioni e ristrutturazioni industriali. Che andavano fatte, ma in un contesto di sviluppo della domanda interna».

Tra chi sosteneva la linea critica, poi perdente, c' era l' economista Federico Caffè.
«L' ho conosciuto dopo un periodo di ricerca passato in Inghilterra e a Berkeley. Mi volle incontrare perché gli era capitata tra le mani una raccolta di miei articoli critici verso i nuovi orientamenti ecomomici. Li apprezzò molto, ma mi disse: la prenderanno in giro perché si vede lontano un miglio che è un autodidatta (all' Università avevo studiato diritto).
Così, per tre anni, due pomeriggi a settimana mi fece da maestro».

Un allievo di Caffè è oggi al vertice della Bce.
«Caffè considerava Draghi il suo migliore allievo. Quando Draghi accettò le teorie delle aspettative razionali, ripudiando il keynesismo e passando nell' orbita di Goldman Sachs, Caffè accusò il colpo».

Nel 1989 Andreotti le scrisse per chiederle di far parte del suo nuovo governo.
«Aveva letto una mia intervista dove criticavo le scelte fatte otto anni prima. Mi scrisse chiedendomi di collaborare per cambiare l' economia italiana. Io avevo lasciato l' amministrazione pubblica, decisi di rientrare».

Di nuovo al Bilancio. Ministro: Paolo Cirino Pomicino.
«Vengo messo al vertice del ministero. Non era un ministero importante dal punto di vista della spesa, ma lo era dal punto di vista delle procedure. E tutto passava da me».

Durò pochi mesi.
«Guido Carli, ministro del Tesoro, ricevette una telefonata da Helmut Kohl. Andreotti si arrese alle sue pressioni, che si univano a quelle di Bankitalia, Fondazione Agnelli e Confindustria, la quale invece di fare gli interessi degli iscritti faceva gli interessi dei pochi che avrebbero poi venduto le proprie aziende a buon prezzo, mentre quelle di Stato furono svendute a prezzo di magazzino».

Perché Kohl aveva voce in capitolo?
«Kohl e Mitterrand avevano fatto un patto. Il primo voleva la riunificazione tedesca, il secondo voleva evitare, per ragioni di immagine, la svalutazione del franco come via alla competitività dell' economia francese. Da quel patto nacque l' euro».

Quel patto cosa significò per noi?
«Con i cambi fissi e poi la moneta unica, che ci impediva di svalutare, perdemmo la grande impresa privata e si ridimensionò notevolmente l' industria a partecipazione statale. Solo le pmi, contro i pronostici, resistettero. In fondo, la Francia ha pagato un prezzo maggiore».

Dell' enorme debito pubblico non ci siamo più liberati.
«Ma con i tassi in calo dagli anni '90 e con gli avanzi di bilancio che registriamo da tempo, avrebbe dovuto calare. Invece sale».

Come lo spiega?
«È l' effetto dei contratti derivati firmati da Stato ed enti locali dopo il 1992. Una finanza nascosta, segretata, fatta di accordi con grandi banche che, sapendo che i tassi di interesse sarebbero scesi, si assicuravano dai mancati arricchimenti facendo pagare la differenza allo Stato, alle Regioni, ai Comuni. Sul tema una commissione d' inchiesta sarebbe doverosa».

La sua tappa successiva nell' amministrazione pubblica fu al ministero del Lavoro, dove fu critico con la parola d' ordine dei tempi nuovi: la flessibilità.
«Non con la flessibilità in sé, ma con la flessibilità come obiettivo da massimizzare. Confindustria svalutava il lavoro e i sindacati si giravano dall' altra parte, mentre si spartivano la torta della formazione professionale. La flessibilità è necessaria, ma va scambiata con salario: più sei flessibile, più ti pago».

Svalutazione del lavoro, attacco al sistema industriale, freno agli investimenti pubblici, cessione della sovranità monetaria. Ripercorrendolo al contrario, è il filo rosso che collega gli ultimi 30-40 anni.
«Ecco perché non va attaccato semplicisticamente l' euro, ma tutto l' impianto di cui l' euro è una parte».

di Alessandro Giorgiutti

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Commenti all'articolo

  • franz.stirner

    02 Febbraio 2017 - 12:12

    non e' magari perche' il popolo bue e i governanti disonesti dal popolo bue votati invece che fare riforme hanno regalato soldi ai votanti non hanno diminuito la spesa pubblica e hanno aumentato le tasse ed al contrario la germania ha fatto riforme efficace e non ha rubato il futuro regalando i soldi quando questo non era possibile ? sveglia!!! ps cmq l'italia e' finita kaputt done

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